Gli effetti sociali delle comunicazioni

Grazie anche ai nuovi strumenti tecnologici si  esercita un’influenza diretti sulla coscienza individuale e sui comportamenti dei cittadini.
Il rischio che si introducano modelli di vita  lontani di nostri valori fondamentali. Indispensabile  un sistema di garanzie  a livello internazionale.


E’ stato,giustamente, detto : il mondo sta mutando e il futuro è già cominciato. Qualcuno, con suggestioni stellari, parla di “ “era tecnotronica”. In realtà, computer, robot , satelliti,telefonini di quarta generazione fanno parte della nostra quotidianità e la telematica presenta scenari che sembravano da fantascienza. Siamo in quella “società dell’informazione”, fondata sull’impetuoso sviluppo delle tecniche, dei processi e dei programmi comunicativi  troppo spesso erroneamente considerato solo nei suoi profili squisitamente scientifici e manageriali.
Si sta , in sostanza, determinata una vera e propria rivoluzione  dalle implicazioni sociali superiori a quelle derivanti dall’introduzione, nei processi produttivi, prima della macchina e, poi, dall’automazione.
Individui, famiglie, aziende, istituzioni,  stati sono stati e vengono ancor oggi investiti da una tale rivoluzione sì che la complessa mutazione avvenuta e tutt’ora in corso implica, se vogliamo garantire la centralità dell’uomo, un’adeguata cultura sociale che consenta di comprendere l’innovazione, di averne una corretta lettura attraverso una mediazione politica culturalmente verificata e sostenuta. Occorre, in sostanza una strategia convergente dove il momento tecnico, il momento culturale e il momento politico si incontrino per promuovere un intervento legislativo configurato nella logica del servizio. Il che significa non consegnarsi all’utopia e alla demagogia, ma avere un punto permanente di riferimento, cioè la domanda di crescita umana di un uomo alle soglie del 2000 in un Paese che si chiama Italia.
Importante è partire da valutazioni che evitino un duplice errore: la condanna aprioristica del “nuovo” tecnologico, ipotizzando un impossibile ritorno ad una società d’arcadia, o l’esaltazione acritica di questo “nuovo” con il rischio di una robotizzazione di massa. Il che implica un adeguato sistema di garanzie per evitare che i nuovi processi siano controllati da pochi centri di potere, dotati di un’immensa forza di suggestione e, quindi, di condizionamento del corportamento dei singoli  cittadini e delle comunità nazionali, confinando ad un ruolo subalterno i movimenti popolari e d’opinione.
Tutto ciò assume particolare rilievo nel mondo della comunicazione, un settore che va considerato come un sistema unitario integrato, con diverse valenze, con varie specificazioni. Tutte, però, concorrenti a determinare la “società dell’informazione.”
Non v’ha dubbio, infatti, che le comunicazioni di massa abbianosia la potenzialità unificatrice sia la potenzialità di creare tensioni nel sistema relativamente al quadro politico. In particolare possono giungere a provocare, come sostiene Pool, la disgregazione del sistema nazionale, soprattutto in una fase di crisi come l’attuale con l’economia devastata dalla speculazione finanziaria e tale da non riuscire a soddisfare nei cittadini le aspirazioni e i desideri prodotti dai mass media. Una tale situazione produce frustrazione, scontento, alienazione, contestazione, talvolta violenza sintomi ben presenti nelle società occidentali europee.
Le comunicazioni di massa possono, però, promuovere “la stabilità o assicurare la continuità “in un contesto di mutamento a patto che i loro caratteri dominanti volgano in tale direzione. Inoltre, come ha dimostrato Lewis Allen in un famoso saggio, i media costituiscono il “processo più elementare di integrazione per i vari microsistemi, spesso intersecantisi e sovrapponendosi, che compongono una società di massa.”
Le norme e il consenso intergruppo, inoltre, sono creati e rafforzati nel processo di integrazione, usando i simboli comuni forniti dai mezzi di comunicazione, i cui messaggi rendono più ampie le identificazioni dei gruppi di riferimento. Per questo il contenuto di intrattenimento dei media, soprattutto della televisione, spesso presenta personaggi che diventano ”modelli di ruolo per molte persone.”
Studi compiuti in varie società nazionali hanno accertato, inoltre, che la musica popolare e i drammi sentimentali a puntate hanno svolto un notevole ruolo per quel che gli esperti chiamano “uses and gratification model” che io tradurrei, molto liberamente, punti di riferimento, modelli.
Mi pare siano evidenti i rischi che emergono da una tale situazione, considerato che persino la Rai pare aver abdicato al suo ruolo di servizio pubblico, imitando le televisioni private che , spesso, nella fiction, in parte di matrice hollywoodiana, offrono modelli di vita basati sulla ricerca del potere, della ricchezza a tutti i costi, esaltando l’egoismo individuale e, indirettamente, il disprezzo d’ogni valore positivo,.
Se questo è il quadro attuale, se è evidente che la comunicazione, nelle sue varie espressioni,esercita un’influenza diretta sulla coscienza individuale e sui comportamenti dei cittadini ,trasformandone lo stesso modo di vivere, nel prossimo futuro, con la continua innovazione tecnologia a livello comunicativo,avremo effetti e conseguenti ancora maggiori dell’oggi. E nelle Nazioni libere è difficile resistere a questa che è stata definita “mondializzazione” e che più correttamente può chiamarsi” televisione dell’opulenza”.
Il nuovo scenario della comunicazione aumenta  chiama, quindi, in causa la nostra stessa autonomia, fa intravedere pensanti condizionamenti a livello politico, culturale, sociale ed economico.
E’ un allarme che va lanciato affinchè forze politiche, sociali e culturali prendano maggiore coscienza di ciò che significa la nuova realtà della comunicazione. Mac Bride, invano, ha sostenuto l’esigenza di un “nuovo ordine mondiale dell’informazione e della comunicazione”. Gruppi di studio in sede Onu hanno affrontato il problema senza giungere ad una conclusione. In Europa Bertrand De Jouvenel suggerì, inascoltato,la creazione di “istituti di vigilanza, il cui compito avrebbe dovuto essere quello di segnalare “le conseguenze inattese” e, quindi, pericolose dell’uso di una tecnologia. Studiosi ammoniscono da tempo sull’esigenza di un sistema di garanzie tali da evitare che pochi gruppi di pressione o nazioni più forti economicamente controllino quegli strumenti che “ci investono totalmente e sono così penetranti nelle loro conseguenze personali,politiche, economiche, estetiche, psicologiche, morali e sociali da non lasciar in noi alcuna parte intatta,immutata.”
Altri sottolineano che la comunicazione di massa” ha grande incidenza nella produzione di quella cosiddetta “società di spettatori, nella quale è spesso riscontrabile il passaggio dal pensare astratto al conoscere sensoriale, emotivo e partecipativo che è tipico della comunicazione audio visuale.”
Noi non possiamo volere cittadini robotizzati - non importa che chi tira i fili delle marionette sia inserito in un sistema di libertà -, non possiamo volere le “città cibernetiche” dove i problemi della società complessa sono affidati esclusivamente ad intelligenze artificiali, uccidendo ogni soggettivizzazione morale; non possiamo consentire la “famiglia cablata” con i suoi componenti chiusi in casa  ad utilizzare tutte le tastiere del comunicare.
In sostanza, dobbiamo evitare l’attuarsi di un disegno – tecnocratico o no, programmato o no – fondato  sull’egemonia,sul massimo profitto, sulla spersonalizzazione, su un’apparenza, magari, di socialità, ma funzionale agli interessi dei potentati economici internazionali.
E’ stato giustamente scritto. “Il frenetico uso della tastiera televisiva sta modificando il costume degli italiani, impedisce l’approfondimento di un tema, la riflessione su un programma, persino il dialogo in famiglia, inducendo alla superficialità e, in ultima analisi, al cinismo. ”Proprio questo dobbiamo e vogliamo evitare.


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