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Nella chiesa di S. Cristoforo, ormai divenuta un centro di cultura del Comune di Lodi, e con il patrocinio dello stesso Assessorato alla Cultura e di quello della Provincia, è ospitata la mostra antologica dell’artista Vito Melotto, una delle figure più significative del secondo dopoguerra in Italia. La mostra ha per titolo “La visione preziosa nella vicenda artistica di Vito Melotto” e si avvale in catalogo di un testo critico del collega Mauro Corradini che indaga a tutto campo sugli ultimi vent’anni di pittura dell’artista veneto ormai milanesizzato. Dipinti grandi e piccoli che declinano la storia di un artista che attorno all’immagine, alla figurazione di stampo realista prima e di ricerca tonale poi, ha costruito la sua storia, in cui ha rivelato quegli aspetti caratteristici della civiltà contadina, di quel mondo da cui proveniva e in cui ha rintracciato i valori forti della pietas, dell’humanitas, e soprattutto i segni profetici di talune situazioni culturali che da lì muovono. L’immagine di Melotto trovava forza in quella figura che nel tempo, ripresa in esterni o in interni, svelava la sua centralità, lasciando affiorare in gesti, azioni, atteggiamenti, una cruda umanità, ma anche una originarietà dei sentimenti umani, un esprimere quasi la memorialità in cui oltre alle inquietudini esistenziali la materia diventa espressione del palpito del cuore e del colore della mente. I visi di Melotto non sono solo un’analisi scientifica della loro natura in cui la luce trionfa tra forme e volumi, ma rivelano, oltre alla loro arcaicità, quella ricerca di simboli sospesi in uno spazio senza confini, o il senso delle geometrie che implodono nella frantumazione delle parti e dei toni-colori come fossero parti di una vetrata. Le immagini svelano intanto la loro semplicità, una istanza esistenziale come solitudine ma anche come interrogativo, e talvolta pure una serenità per via delle tonalità che negli ultimi anni hanno segnato una fase dichiarativa di poetica. Il percorso di Vito Melotto parte quindi dal secondo dopoguerra, dai primi anni Cinquanta del Novecento e arriva ai nostri giorni in un succedersi di ricerche, di intonazione di colore, di segni che delimitano non solo le cose, gli oggetti e le immagini che sono state rappresentate, quanto anche lo scenario che dietro esse vi sta. Questo scenario, prima steso a pennellate, oggi è come costruito, segnando esso stesso un reticolo di colori, quasi porgendosi come una pittura astratta. La materia e il colore si trasformano, ma le idee, gli ideali e i pensieri che sono alla base della sua poetica come “visione preziosa”, fanno presa ancora sulla nuova visione del mondo che l’artista ci presenta. Pittura tutta italiana, che s’intona su delle reminiscenze artistiche francesi, non ultima l’influenza prima di Cezanne e oggi di Manessier, ma accende quel filo che la riporta alla grande pittura tonale veneta e ancora a certe accensioni della pittura quattrocentesca, specie in quei fondali paesaggistici che si leggono su talune parti della tela, al di là di un visibil guardare oltre il vetro di finestre aperte o chiuse. Vito Melotto ha inseguito quel mondo privato e familiare, domestico e contadino, da sempre, in esso vi ha calato la sua ricerca che si è svolta tutta sul colore e sul tono, declinando così i cosiddetti periodi, in cui la luce ha lavorato sulle immagini più fredde e cupe una volta, più solari e calde oggi. Mostre di grosso prestigio, pubbliche e private lo hanno imposto in più parti d’Italia, e l’acquisizione di premi significativi che hanno esplorato e premiato il suo colore, la sua poetica, la sua forza, il suo segno. E’ un lungo racconto questa pittura, un racconto che parte dalla vita vissuta, inseguendo miti e fantasia, inseguendo memorie e speranze, garantendo alle sue forme, figure, nature morte, oggetti, immagini sacre, una sorta di realtà-irreale, e portando così il linguaggio dell’arte vicino a quel messaggio di umanità. Questa mostra restituisce alla sua storia di pittore italiano l’approfondimento misterioso e dinamico di un processo in cui il colore diventa la preziosità salvifica del suo mondo, e scandisce lo spazio delle sue rappresentazioni come infinito itinerario del sapere visivo. .
Translated by Interpres sas

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Franza