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causa del conflitto israelo-palestinese, gli ebrei sono di nuovo il bersaglio
di attacchi e calunnie in tutto il mondo
I segnali arrivano ormai da tutto il mondo: la piaga antica e terribile dell’antisemitismo,
in genere esplicito, ma spesso anche dissimulato o addirittura inconscio,
è tornata a farsi purulenta, e l’Occidente tende a chiudere entrambi gli occhi
di fronte a questo fenomeno. Per giustificare il rigurgito di ostilità nei
confronti degli ebrei, molti fanno riferimento al conflitto arabo-israeliano
e alle presunte prevaricazioni di Gerusalemme nei confronti dei palestinesi,
senza rendersi conto di fare così da cassa di risonanza alla furiosa propaganda
antisemita che – processo di pace o no – impregna da sempre la stampa, l’editoria
e le televisioni mediorientali. Ma c’è di peggio: la durezza di Sharon nella
repressione dell’Intifada è diventata il pretesto per dare sfogo – senza più
ritegno - a risentimenti e odi fin qui repressi, come nel caso di quell’esimio
professore universitario di parte cattolica che si è rifiutato di partecipare
a un convegno sul dramma degli insegnanti israeliti colpiti dalle leggi razziali
o del premio Nobel Samarago che, solo sulla base di quanto ha letto in certi
giornali, non ha esitato a paragonare quel che gli israeliani fanno a Ramallah
e Gaza a quel che fecero i tedeschi ad Auschwitz e Treblinka. Un’altra vergognosa
manifestazione di antisemitismo di massa si è avuta a Roma sabato 9 marzo,
quando migliaia di esponenti della sinistra italiana, compresi alcuni leader
che siedono in Parlamento, hanno marciato intorno al Ghetto dando fuoco a
bandiere biancazzurre con la stella di Davide, mentre alcuni gruppi cantavano
in coro “Palestina/vogliamo tutto/lo Stato d’Israele/deve essere distrutto”.
I partecipanti si sono difesi sostenendo che manifestavano non contro gli
ebrei in quanto tali, ma solo contro Sharon e il suo governo. Mettevano, cioè,
l’accento sulla differenza tra Ebrei ed israeliani e tra antisemitismo e antisionismo,
come se nel 2002 questi sofismi avessero ancora un senso. In ogni caso, la
scusa non regge, visto che i dimostranti mettevano in discussione addirittura
il diritto del popolo ebraico ad avere una patria. La verità è che processare
Israele per l’occupazione dei territori, equiparare il terrorismo suicida
dei palestinesi che ogni settimana fa decine di vittime innocenti alla guerra
partigiana, perfino rilanciare quella criminalizzazione degli ebrei che sessant’anni
fa sfociò tragicamente nell’Olocausto, sta diventando in molti ambienti “politicamente
corretto”: in questo perverso gioco, è evidente che agli arabi bisogna perdonare
tutto, agli israeliani niente. Ricordiamoci che quando le TV di Mediaset filmarono
e mandarono in onda il linciaggio di due riservisti israeliani a Ramallah,
il corrispondente della RAI si affrettò a far sapere ai palestinesi che lui
non c’entrava. In un clima così avvelenato, neppure le rivelazioni contenute
in una serie di nuovi libri-inchiesta sulle complicità della chiesa cattolica
nella Shoah hanno destato particolare scandalo. Quando uno storico serio come
Giovanni Belardelli scrive sul Corriere della Sera che “i ritardi e la debolezza
delle iniziative prese da parte vaticana nei confronti di Hitler vanno però
addebitati soprattutto al radicato orientamento antigiudaico della Chiesa
e del mondo cattolico, che da tempo avevano individuato negli ebrei i principali
responsabili dei mali della modernità e dunque della scristianizzazione che
minacciava il mondo contemporaneo, e ritenevano perciò legittimo che una società
si difendesse dal pericolo giudaico anche con misure discriminatorie”, dovrebbe
in teoria scatenarsi una polemica: invece, l’articolo è passato sotto silenzio,
come se l’intelligentia italiana di sinistra, che lo ha sempre giudicato un
bieco reazionario, pensasse che su questo punto Pio XII avesse in fondo ragione.
Del resto neppure Giovanni Paolo II, che pure ha chiesto perdono agli ebrei
e ha visitato a Gerusalemme il Museo dell’Olocausto, ha ritenuto opportuno
replicare quando, durante il suo recente viaggio in Siria, si è sentito dire
testualmente dal presidente Bashar Assad nel corso di una cerimonia a Quneitra:
“Gli ebrei e gli israeliani cercano di uccidere tutti i principi della fede
con la stessa mentalità con la quale hanno tradito e torturato Gesù Cristo,
e allo stesso modo hanno cercato di tradire il profeta Maometto”. Anche limitando
la ricerca agli ultimi sei mesi, cioè al periodo successivo agli attentati
dell’11 settembre che dovrebbero avere, se mai, acuito la diffidenza verso
i musulmani, la varietà delle manifestazioni di antisemitismo lascia sgomenti.
La fase in cui un ristretto gruppo di intellettuali negava – tra la riprovazione
generale - l’esistenza dell’Olocausto, o quantomeno le sue dimensioni, appare
ormai superata. Adesso si va più in là, si accusa apertamente Israele di avere
speculato sulle persecuzioni hitleriane per ottenere risarcimenti e finanziamenti,
che le hanno permesso di costruire il potente esercito con cui ora opprime
i palestinesi. Secondo il Congresso mondiale ebraico, in quest’ultimo semestre
si sono bruciate più sinagoghe nel mondo che in qualsiasi altro periodo, dai
tempi della famigerata Notte dei Cristalli in Germania. In Francia gli attacchi
ai simboli dell’ebraismo, non solo sinagoghe, ma anche scuole e cimiteri,
hanno raggiunto punte che ricordano il periodo di Vichy, e l’Eliseo ha presentato
come una sua grande vittoria il fatto che gli Hezbollah libanesi, forse i
più feroci nemici di Israele, non siano stati inclusi nella lista europea
delle organizzazioni terroristiche. Nel corso di una cena ad alto livello
a Londra, l’ambasciatore di Francia, Daniel Bernard, ha detto, riferendosi
ad Israele, che “non permetteremo a quel piccolo Paese di merda di portarci
tutti alla terza guerra mondiale”, e non è stato neppure richiamato dal suo
governo quando la cosa è stata riferita da una opinionista (israelita) del
Daily Telegraph. Daniel Pearl, inviato del Wall Street Journal in Pakistan,
è stato rapito e sgozzato da una organizzazione di fondamentalisti islamici
non perché americano, ma perché ebreo. Alexei Sayle, noto articolista dell’Independent
di Londra, non si è vergognato di commentare uno dei tanti attentati dei kamikaze
palestinesi a Gerusalemme con queste assurde parole: “Se a un vivisezionista
viene bruciata la macchina, o qualche esponente della destra israeliana viene
assassinato o il musical di Ben Elton chiude in anticipo a causa della scarsa
vendita di biglietti, non potrei dire di essere preoccupato per questo”. In
Germania, dove molti cittadini si sentono ancora in colpa per la Shoah, il
direttore di Der Spiegel, Augstein, ha deplorato in un articolo che nel suo
Paese non sia possibile parlare male degli ebrei come in Francia”. “In Italia”,
ha scritto già nel gennaio scorso su La Stampa Fiamma Nirenstein, autrice
di una devastante denuncia del tradimento degli Ebrei da parte dell’Occidente
(“L’abbandono”, Rizzoli, marzo 2002) “molti circoli intellettuali e di affari
si domandano (e naturalmente l’informazione è disgustosamente falsa) come
mai non ci fossero ebrei nelle Torri Gemelle quando sono state abbattute.
Si rimasticano le voci oscene che gli ebrei avrebbero ritirato i loro soldi
dal mercato alla vigilia dell’11 settembre, e qualcuno ne conclude furbescamente
che il vero responsabile dell’attentato deve essere il Mossad. Un amico industriale
(non ebreo) mi racconta che si parla di nuovo del controllo ebraico della
finanza e della stampa, come ai bei tempi. Si ripete che gli ebrei sono diventati
come i nazisti. Paolo Mieli ha scritto sul pericolo della risurrezione dell’antisemitismo
(ricevendo per questo più critiche che consensi da parte dei lettori del Corriere
– n.d.r.). Per un ebreo in Europa è ormai diventato difficile incontrare socialmente
gli amici a meno che non si dimostri disposto a un’abiura rispetto a Israele,
a meno che non si allinei nel disconoscere le profferte di pace di Israele
e non sia pronto a dichiarare che Sharon è un criminale”. Bruno Carmi, uno
stimato quadro della CGIL, deve essere d’accordo con la Nirenstein se ha ritenuto
di doversi dimettere clamorosamente dal sindacato, dopo che questo aveva trasformato
un Congresso della Funzione pubblica in una manifestazione contro Israele
e a favore di Arafat. Nelle stesse settimane, era “Famiglia cristiana” a scatenare
una violenta campagna antisraeliana, tirando fuori argomenti che sembravano
sepolti negli archivi della storia. E, sul fronte laico, giornali come La
Repubblica, che raccoglie e interpreta tutte le pulsioni della sinistra, non
le sono da meno. L’odio che tutti questi organi di stampa esprimono non solo
per Sharon, ma per tutto il mondo che egli rappresenta, cioè per quei milioni
di ebrei che non credono alla volontà di pace degli arabi, è tale da fare
loro perfino dimenticare che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente,
l’unico avamposto occidentale in un mondo che ci sta diventando profondamente
ostile, e che lo stesso Sharon ha avuto – che ci piaccia o non ci piaccia
- una ampia investitura popolare. Se poi dall’Europa ci spostiamo nel mondo
arabo, lo sgomento cresce. Al contrario di quanto è avvenuto in Europa, dove
l’antisemitismo è stato, anche in passato, un movimento che si è diffuso dal
basso verso l’alto, quello musulmano ha seguito il percorso contrario, è stato
instillato dai governanti nelle masse in funzione antisraeliana con una campagna
martellante che si avvale di tutte le leggende e di tutte le calunnie inventate
nel corso dei secoli, dai famigerati “Protocolli dei savi di Sion” prodotti
dalla polizia zarista (e adesso addirittura trasformati in serial da una TV
araba) alla storia del pane azzimo impastato con il sangue dei bambini. Da
almeno due generazioni, i popoli arabi vengono educati all’odio contro gli
ebrei, alla equiparazione tra sionismo e nazismo, alla necessità di eliminare
“l’entità sionista” dal Medio Oriente. Questa campagna non si è fermata neppure
quando, dopo gli accordi di Oslo, la pace sembrava dietro l’angolo e continua
anche nei Paesi – come l’Egitto e la Giordania – che hanno fatto la pace con
Israele e hanno allacciato relazioni diplomatiche con Gerusalemme (ma senza
mai normalizzare davvero i rapporti). Al contrario, la stampa egiziana è la
più accanita nel vilipendere gli ebrei, e il regime che la controlla non alza
un dito per fermarla. Al Akhbar, giornale ufficiale del governo, è arrivato
a scrivere un articolo in lode di Hitler, rammaricandosi che non abbia avuto
il tempo di completare la sua lodevole opera di sterminio. In una spirale
preordinata, i media aizzano le folle contro Israele, le folle chiedono più
fermezza nei suoi confronti, i governi le accontentano e forniscono nuova
esca alle campagne dei media. Ormai da mesi, la musicassetta più venduta nel
mondo arabo riporta una mediocre canzone che comincia con le parole “Odio
Israele”. Tra il Cairo e Damasco, sono sorti addirittura laboratori che producono
bandiere israeliane da bruciare durante le manifestazioni. Ad Amman, quella
stessa Amman in cui nel settembre 1970 il defunto Re Hussein fece compiere
alla Legione araba un massacro di palestinesi ben maggiore di quello di Sabra
e Chatila, l’Università ha organizzato di recente un convegno mondiale di
studiosi per negare la realtà dell’Olocausto. Arafat, quando parla in arabo,
è tra i più feroci calunniatori di Israele: di recente, ha accusato Sharon
di usare gas nervino, di sparare granate all’uranio impoverito, di avere provocato
nei territori un’epidemia di afta, di avere distribuito ai bambini palestinesi
chewing-gum avvelenati. I libri di testo distribuiti dall’Autorità nazionale
palestinese (e pagati per intero dall’Unione Europea) non solo utilizzano
carte in cui lo Stato d’Israele non compare, non solo incitano senza remore
i ragazzi al martirio, ma contengono un incredibile campionario di infamie.
Per citare ancora Fiamma Nirenstein “Israele è presentato come un’entità malefica
astratta perché è assente dalle carte geografiche; nella fantasia popolare
costruita da leader e intellettuali arabi non ha cittadini, né case, né ospedali,
né scuole, ma divise, fucili, carri armati; non è un Paese ma un esercito
assatanato…. Ha ogni possibile connotazione negativa: aggressore, usurpatore,
peccatore, occupante, corruttore, infedele, assassino, barbaro”. Non si capisce
come Arafat, avendo educato così la sua gioventù, possa poi far credere all’Occidente
che – se otterrà il suo Stato indipendente - è pronto a una convivenza pacifica
con quello ebraico. Non contenti di demonizzare gli ebrei sui propri media,
l’anno scorso gli arabi hanno tentato, con la complicità di molte Organizzazioni
non governative europee, di trasformare la conferenza di Durban contro il
razzismo in un’occasione di condanna di Israele e di negazione della Shoah.
Il documento originale delle ONG presentava Israele come uno stato di apartheid,
attribuendogli tutti i peggiori crimini razzisti. Non solo Israele, ma anche
gli Stati Uniti hanno sbattuto la porta in segno di protesta, i governi della
UE sono rimasti nel tentativo (solo parzialmente riuscito) di evitare questa
infamia. Resta il fatto che durante tutta la conferenza i delegati ebrei sono
stati minacciati, esclusi dalle riunioni, messi brutalmente a tacere. Forse
mai, nel dopoguerra, si erano sentiti in una occasione ufficiale toni di così
immemore e acceso antisemitismo. Ma l’indignazione della stampa occidentale
è stata molto misurata, come se – in definitiva – quella indegna campagna
avesse qualche giustificazione. Né è molto diverso l’atteggiamento di molti
giornalisti “politicamente corretti” quando riferiscono gli sviluppi della
guerra: chi si fa saltare per aria in un albergo o in una strada di Israele,
uccidendo e martoriando centinaia di civili, non è presentato come un terrorista,
ma come un giovane che si sacrifica per la causa del suo popolo. Dove ci porterà
tutto questo? Sempre la Nirenstein scrive: “Se l’Occidente non si sveglia,
Israele e gli ebrei rischiano la vita, perché senza l’Occidente Israele è
un condannato a morte che rinvia l’esecuzione con continui negoziati”. L’autrice,
che risiede a Gilo, un sobborgo di Gerusalemme continuamente sotto il tiro
dei palestinesi, vive in prima persona il dramma di un popolo che, per l’ennesima
volta nella sua storia millenaria, teme per la sua sopravvivenza. Anche se
pensiamo che Israele ha i suoi torti nel conflitto, non possiamo ignorare
questo grido di dolore.



Rudolf Augstein

Giovanni Paolo II

Alexei Sayle


Juan Samarago



