

La
scena è di quelle che catturano: Harrison Ford nei panni di Indiana Jones
si cala in una tomba non distante dalle piramidi di Gizah e deve recuperare
un prezioso tesoro nella camera mortuaria invasa da aspidi e cobra. Il prode
eroe riuscirà nell’impresa e tornerà in superficie sano e salvo per affrontare
però Belloq e il suo gruppo di studiosi spietati al servizio del terzo Reich.
Il popolare personaggio è un tipico prodotto dell’archeofantasy targata Hollywood
ed è stato capace, tra un effetto speciale e l’altro, di stimolare l’immaginazione
di una generazione di appassionati che, spesso con basi scientifiche approssimative,
hanno preso pala e piccone e si sono avventurati nel Sahara egiziano o nell’intricata
foresta amazzonica. E con loro si è mossa la gigantesca industria del turismo,
i cui fruitori sono partiti a caccia di avventure scontate, immortalando con
macchine fotografiche ultimo modello piramidi, tombe, templi maledetti, statue,
maschere d’oro, insomma tutto quanto avesse qualche secolo d’età e sapesse
di esotico e di misterioso.
A questo clima di revival da sala di cinema di periferia si è aggiunta la
fortunatissima letteratura del mistero; in un’enorme insalata, con voli pindarici
arditi Christian Jacq e i suoi fratelli parlano di Ramses come se fosse il
loro vicino di casa; si spingono in camera da letto e ne spiano gli amplessi
con Nefertari; lo fanno dialogare con Mosé e addirittura con Omero; e così
via.
Poi ci sono autori audaci, per non dire incoscienti, che ipotizzano fantomatiche
civiltà extraterrestri alla base della costruzione di tutte le piramidi del
mondo (e sono tante!); che mescolano con disinvoltura Stonehenge, le linee
di Nazca e – come poteva mancare? – la mitologica Atlantide, componendo un
collage a dir poco ridicolo. E gli archeologi, quelli veri? Con pochi mezzi
e tanta passione sono solo – ma non è poco! – studiosi che indagano scientificamente
quanto nel passato si può ricostruire attraverso una sia pur minima traccia.
Sono spesso docenti universitari o ricercatori del Centro Nazionale delle
Ricerche che danno vita a spedizioni in luoghi vicini o lontani per studiarne
la storia.
E’ un lavoro spesso oscuro, poco gratificante, dove vengono riportati alla
luce oggetti banali e a cui segue una fase di studio e di pubblicazione di
ciò che si è trovato. A titolo esemplificativo può essere utile, o quanto
meno curioso, raccontare da parte mia i due scavi fra quelli a cui ho partecipato;
anche perché sono forieri di indicazioni su come vada condotta l’attività
archeologica e su come invece vadano evitate nella maniera più assoluta certe
esagerazioni.
Siamo a Tebtynis (oasi di Al Fayyum, 120 Km a sud-ovest del Cairo); sotto
un sole impietoso, con temperature che sfiorano i 47 gradi, le urla incessanti
del rais spronano gli operai a darci dentro: in mezzo a un nugolo di polvere,
senza occhiali e senza cappello, senza scarpe e senza protezione alcuna, una
cinquantina di schiavi portano cestini di 15 chili pieni di detriti a un ritmo
infernale. Chi si ferma è perduto! I colpi impietosi del giunco del rais si
abbattono sulla schiena del malcapitato.
Chi osa rallentare oppure allungare di qualche metro il percorso dall’area
di scavo ai vagoncini dove vengono gettati i detriti viene ripreso, aggredito,
bastonato senza umana pietà dal rais. D’altronde quest’ultimo ha ordini precisi:
il capomissione, l’archeologo, non ammette tentennamenti, non tollera titubanze:
tutto va eseguito a ritmo forsennato, per sette ore sotto il sole, con grave
rischio per i monumenti sterrati e per gli operai, trattati come bestie e
per giunta sottopagati con i soldi dello stato italiano (ognuno di loro guadagna
l’equivalente di £ 10.000 al giorno). “Questo è l’unico modo per avere risultati
garantiti”, si giustifica il capomissione, l’ultimo colonialista in circolazione.
Eppure non è così! A Balat (oasi di el-Dakhla, 200 Km a ovest di Luxor) gli
esperti dell’Istituto Francese d’Archeologia Orientale, guidati dal celebre
studioso Georges Soukiassian (autore tra l’altro del rinvenimento del Faro
di Alessandria), lavorano in perfetta armonia con gli operai (non ho mai visto
il rais infierire con parolacce o colpi di verga); il clima è meno torrido,
l’armonia anche tra archeologi e capomissione è esemplare. Inoltre i reperti
e le strutture rinvenute vengono prontamente pubblicati, diversamente da Tebtynis:
qui infatti, dopo 13 campagne di scavo, è stata edita un’unica monografia
scientifica relativa alle prime due stagioni (1988 e 1989!).
Insomma l’archeologia, che non è archeofantasy, è comunque una affascinante
professione, attuata con mezzi altamente scientifici, volta all’indagine del
passato e al servizio spesso di studiosi di discipline affini, che ai risultati
degli archeologi attingono per le loro ricerche.
Tuttavia è necessario che chi organizza spedizioni per effettuare degli scavi,
soprattutto in Paesi in via di sviluppo con mano d’opera a basso costo e con
regole sociali primitive, non esca dai limiti delle convenzioni civili e non
si trasformi in un avventuriero neocolonialista con i fondi di uno Stato democratico.




