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In una Vienna fine impero, che era tutto un fermento speculativo, straordinariamente viva da un punto di vista artistico e letterario, pervasa dal passato illustre, ma proiettata nel futuro del nuovo secolo, visse Arthur Schnitzler.

Nato nel 1862 da famiglia benestante ebraica, il padre medico fu professore universitario, Schnitzler seguì le orme paterne ottenendo brillantemente la laurea in medicina nel 1885, nonostante da giovane, parallelamente all’esercizio medico, si sia dato alla scrittura di novelle e atti unici.
Ebbe una vita letteraria che toccò diversi generi, dalla narrativa al teatro e alla lirica, mantenendo in ogni caso nella sua vasta produzione letteraria una linea di continuità.
Tra il 1910 e il 1915 l’autore raggiunse il culmine della propria carriera artistica, sempre alla ricerca di un equilibrio esistenziale e di una serenità interiore, mentre andava via via progredendo l’otosclerosi, che l’aveva colpito già da tempo. Schnitzler morì a Vienna nel 1931, in seguito ad emorragia cerebrale. Tra i suoi testi teatrali alcuni risultano essere tra i più rilevanti nel riuscire a delineare un quadro esauriente del complesso panorama letterario in lingua tedesca di fine Ottocento / inizio Novecento.
Nel ventennio 1875-95 Schnitzler cercò di stabilire le linee di formazione e di realizzazione dell’Io sia nella realtà personale, sia in quella storica che lo circonda.
Lo scritto, che va sotto il titolo di "Anatol" (1889-91), è un ciclo di atti unici. Il protagonista vive un’esistenza episodica, di fasi isolate che, però, via via si concatenano una nell’altra, generando una circolarità di situazioni che inevitabilmente si ripetono.
Un ego che non riesce a travalicare la propria singola vita, sentita come monotona e noiosa, che si è estraniato liberamente dal mondo ed è ossessionato da uno stato fobico dominante.
Si tratta di un uomo angosciato dal presente, dato che si rende conto della brevità del momento contingente, ma anche dalla memoria del passato, che lo sovrasta e incombe.
Un tema ricorrente in Schnitzler è il passato, così come quello dell’incapacità di poter accettare da parte del maschio il trascorso amoroso della propria donna.
Il protagonista sembra una canna al vento tra comprensione e ossessione di non essere capito, perché spesso ciò che non è stato non lascia tregua e quello che si è sperimentato non si può più cambiare, lo si deve solamente subire.
Conferì una buona notorietà all’autore il dramma "Amoretto" (1984), composizione in tre atti che portò Schnitzler ad un discreto successo di pubblico . La vicenda: Christine è una povera ragazza viennese, disillusa dall’amore, perché ha saputo che il proprio fidanzato, il suo primo uomo conosciuto sessualmente – uno studente benestante che per gioco l’aveva amata – è miseramente morto in un duello per un’altra donna. Si contrappone il sentimento di Christine al carattere del giovane di mondo. Disamorata e frustrata, la giovane non riesce ad accettare una situazione reale completamente diversa da quella che lei stessa si era costruita nella propria mente. E allora Christine, disperata, decide di porre fine alla propria esistenza e si annega. In “Girotondo” (1897) ricompare la struttura circolare. Sono dieci dialoghi a due dove gli episodi si inanellano uno nell’altro: in ogni scena compare il secondo personaggio della scena precedente, appunto a rimarcare il titolo.
Cinque caratteri maschili e altrettanti femminili rappresentano le diverse tipologie, dove i vari io sono dominati dalle passioni e dai sensi, cosa che procurò non pochi attacchi e critiche all’autore. Il testo “Il pappagallo verde” (1898) si distingue , invece, per essere uno scritto di carattere grottesco e propone “il teatro nel teatro”, ponendo l’accento sul dualismo realtà-finzione. E’ ambientato alla fine ‘700 in una osteria, dove i nobili si radunano per assistere i popolani che per finta si azzuffano. Un giorno uno di questi recita la commedia della gelosia della propria moglie contro un duca. Tuttavia, quando capisce che la donna è veramente l’amante del nobile, lo uccide.
Ne “Il professore Bernhardi” (1912) sono presenti le tematiche della verità e del coraggio morale. Di fronte alla scelta di rivelare a una giovane il suo destino crudele, e cioè la morte che incombe su di lei, si contrappongono un prete cattolico, che preferirebbe dirlo alla giovane per poi confessarla, e un professore ebreo, il quale si oppone a questa soluzione per farle trascorrere ciò che le resta da vivere in serenità.
I tre atti unici de ”La commedia delle parole” (1913.14), ossia ”L’ora della verità”, “Scena madre” e “Baccanale”, riprendono le problematiche della coppia borghese, la conflittualità, il mondo della menzogna, le ipocrisie, le maschere indossate nell’attesa di un’utopia sul prevalere della sincerità.
L’autore racconta come due individui debbano cercare di trovare un elemento di contatto per funzionare come coppia. Ciò deriva forse anche dall’esperienza negativa che ebbe Schnitzler nell’ambito della vita matrimoniale, che sfocerà nel 1921 nel divorzio dalla moglie.
Nell’ora della verità, Eckold decide di separarsi dalla moglie Klara, dopo che la donna lo ha tradito per amore con l’amico di famiglia Ormin. Attende, però, dieci anni prima di annunciarlo alla donna, e per tutto questo tempo tiene nascosto il proprio dolore, continuando, nonostante tutto, una vita a due, fingendo quotidianamente la commedia del buon marito e del buon padre di famiglia.
Pure negli atti unici “La commedia della seduzione” (1923) e “Al soffio della brezza estiva” (1928) ritornano temi e personaggi che anelano a quell’intima calma interiore, negata e ricercata fino alla fine dall’uomo Schnitzler.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Manzoni