

Con il titolo “Il convito della bellezza” si tiene nella bellissima sede della Rotonda di San Carlo al Corso in Milano, proprio in questi giorni, una antologica di forte spessore di una delle artiste più significative che l’Italia abbia, accompagnata da una bellissima monografia uscita per i tipi della casa editrice Scheiwiller.
Mostra pubblica di forte
spessore culturale, tra quante oggi il bel mondo della cultura e dell’arte
italiana ci presenta, sviluppata proprio in quella “Corsia dei Servi” che
trovò luce nella presenza del poeta Davide Maria Turoldo. La Magni Fasiani
è non solo artista che si è adoperata a svolgere un percorso in pittura e
in scultura, ma nella poesia e nella prosa ha lasciato già titoli di intensa
forza, cui i critici più illustri e scrittori come Carlo Bo hanno indicato
e segnalato.
L'evoluzione artistica di Lis Magni Fasiani taglia tutto il corso del Novecento,
dagli anni Trenta ai nostri giorni, e vive preziosamente quel connubio delle
arti, giacché fare pittura e scultura è significato per lei sostanziare l’arte
con la poesia, e dando e svelando oggi con questa antologica il visibile con
l’invisibile. Arte inseguita con tecniche diverse (basti pensare a un San
Francesco modellato a Torino all’età di dodici anni) quando fece quadretti
a spatola “en plein aire”.
Preziosi paesaggi di monti e colline all’insegna di quelle civiltà locali
del mondo ottocentesco, guardando ai piemontesi come Fontanesi, Reycendo,
Avendo e Delleani, attraverso una vocazione paesaggistica che vive le ricerche
luministiche.
Dopo la guerra e dopo essersi trasferita a Milano, si infervora ai pastelli,
schizzati di fresco, dando corpo a un mondo di boschi, libellule, farfalle,
gatti e civette. Da sempre si è dedicata ai ritratti e se ne consideriamo
alcuni dei migliori eseguiti nella maturità (si veda il ritratto del padre
seduto e intento a leggere, o il ritratto d’una giovane ragazza) non possiamo
certo negare alla illustre pittrice –binomio forte con Lalla Romano- un raggiunto
magistero formale. Non manca l’interesse per la storia del nostro e del suo
tempo, quel mutare della società che dalla civiltà contadina e dalla campagna
si avvia all’urbanizzazione che ha segnato tra gli anni Sessanta e Settanta
un punto forte.
Questo interesse si afferma e si incentra sui temi della civiltà tecnologica,
sulle città già ampiamente rappresentate pittoricamente e cinematograficamente
da Sironi e da vivaci registi, in uno straordinario nitore, in una misura
di concisione e di concentrazione, capace di definire una poesia dello spazio,
percettibile, visibile, ove il reale attraversa effetti di piazzamento e di
straniamento, e soprattutto attraverso una sapiente capacità di taglio dell’opera,
di quadratura e di inquadratura, di luci e di toni che si valorizzano in una
limpidezza efficace.
Ogni opera ha una sua dinamica interna, scene di città o città della scena,
nel senso che le architetture della modernità della Lis Magni Fasiani esaltano
non solo il compito di conservare e salvaguardare l’ambiente (anticipando
ante litteram tutta la politica ambientale di oggi), ma di reinventarlo con
quotidiana tensione.
La luce nei suoi dipinti sale come su un palcoscenico, specie nelle opere
che ci consegnano i paesaggi urbani; Kaisserlian parlò di luce che inguaina
le trame strutturali, De Grada di senso aurorale e di zen occidentale, Munari
di superfici prismatiche alle prese di strutture volumetriche. La luce acquisisce
il senso di un fuoco centrale che prorompe, che bolle nel cuore delle cose,
e che da lì s’origina leggera, sfumata, velata, discreta. Quella sintesi di
forme, quel guardare al postcubismo, che la stessa pittrice chiama impropriamente
cubismo romantico, pur squadernando nel colore il segno, alleggerito in una
decorazione cromatica preziosa, resiste fra toni e semi toni, in una materia
perlacea, per divenire un paesaggio di fiaba, in cui il corpo delle cose e
del mondo diventa cielo e non conosce confini.
E’ lo stesso segno
di finito e non finito che, romantico, ritroviamo nella scultura cui la nostra
artista si votò fin dagli inizi del suo percorso artistico alla galleria l’Ariete
prima e a La Bussola poi in Torino nel 1953, presentata dall’illustre collega
Luigi Carluccio. Recita un suo verso che “il cielo s’incristalla geometrico”,
nel senso di una immagine in cui un segno delimita le forme, di particelle
che ne strutturano lo spazio.
L’immagine, ogni immagine, si fa intreccio di significati tematici, simbolici
e psicologici. L’attenzione sua è stata quella di focalizzare le immagini,
di bloccarle in un’eclettica tensione che si esalta in un punto d’azione,
in quel respiro, in quel teatro della verità umana che sulla traccia della
memoria ha evocato il rapporto spazio-luce e colore.
I gloriosi contributi al suo lavoro e le testimonianze di premi ne hanno nel
tempo messo in cornice una figura di tutto rispetto della pittura italiana
e questa sua pittura, questo suo gesto romantico, si sono fatti strada a una
nuova “avanguardia”, come dono, sogno e imagerie, la stessa che influenzò
i grandi poeti francesi dell’Ottocento.



