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Parigi.
l pavimento è tappezzato di riproduzioni fotografiche e lui se ne sta sdraiato in mezzo come un bambino che gioca con le figurine, il fisico un po’ appesantito, un pullover bianco che lo insacca. Su un tavolo si intravedono delle bottiglie di liquore, whisky, cognac, un vaso di fiori, tulipani, una monografia di Zanne, una di Bosh, una bambola di legno degli indiani Hopi del Nord America. Per terra si incrociano e si confrontano l’arte egizia e quella greca, il gotico medievale e i templi kmer, Piero Della Francesca e Balthus.
Un’occhiata alla scrivania dello studio ci farebbe scoprire manoscritti fatti a taglia e cuci, la grafia che si mischia alla dattilografia, la citazione sforbiciata da un volume e incollata su quello che un giorno sarà un volume.
E’ il tempo della Voix du silente, l’arte come “antidestino”, l’artista artefice della propria trascendenza.
Nel confrontarla, nel compararla, se ne può comprendere la metamorfosi: “L’Europa ha scoperto l’arte negra quando ha guardato le sculture africane tra Cézanne e Picasso e non dei feticci fra noci di cocco e coccodrilli. Ha scoperto la grande scultura della Cina attraverso le figure romane, e non tramite le cineserie”.
Fra le passioni di una vita, l’arte fu per Malraux la passione della vita in una vita segnata dall’idea della morte: “il solo suicida vivente”, secondo la definizione di Paul Morand.
Lo fu a suo modo, naturalmente, e quindi né da erudito né da specialista, ma nella maniera febbrile di chi cercava di dare un senso al non senso dell’esistere, l’affrancamento dalla condizione umana, la lotta per essere al di là del tempo, trionfante sulla finitezza che gli era propria ma che non era voluta, voglioso di un’eternità comunque preclusa . “Il più grande mistero non consiste nell’essere gettati a caso fra la profusione della materia e quella degli astri.
E’ che da questa prigione riceviamo da noi stessi immagini abbastanza potenti per negare il nostro niente. E ancora: “E’ bello che, pur sapendo di dover morire, l’uomo strappi alle ironie delle nebulose il canto delle costellazioni e lo lanci nell’azzardo dei secoli imprimendo loro parole sconosciute”.
Sacerdote della grandezza umana, Malraux cerca quella via al trascendente negatagli dalla mancanza di una fede. E se Dio, come gli ha insegnato Nietzsche, non è più possibile, ciò non toglie che si debbano cercare scintille di divinità nel mondo che ci circonda. “Il compito del XX secolo è quello di reintegrare gli dei”.
L’arte, così, non esiste per sé stessa, e l’artista non è un semplice creatore. E’ l’eroe della guerra dell’umanità contro il destino che le è imposto, contro la storia che la data e la natura che la limita e il tempo che la cancella.
Visione romantica per quello che è stato l’ultimo dei romantici.

E non è un caso che proprio il Musée de la vie romantique di Parigi gli abbia dedicato una superba mostra dal titolo “Andrè Malraux et la modernité”. Nelle sue sale ci sono tutti.
C’è Balthus, che Malraux volle alla direzione di Villa Medici a Roma, Braque, di cui pronunciò l’orazione funebre davanti al colonnato del Louvre, Chagall, a cui affidò il compito di affrescare la cupola dell’Opéra di Parigi, Masson, che incaricò degli affreschi al Teatro di Francia, Maiol, delle cui sculture disseminò le Tuileries, Giacometti, la cui retroprosettiva all’Orangérie fu il suo ultimo atto come ministro.
E ci sono Max Jacob, che lo introdusse, appena diciottenne, fra i talenti artistici della capitale, Léger, che gli illustrò il primo libro, Lunes en papier, Dérain, di cui Malraux aveva una raccolta di quadri venduta per pagare gli avvocati al tempo dell’arresto in Cambogia, Dubuffet, di cui fu il primo acquirente, Fautrier, di cui fu uno dei primi predatori, Roualt, a cui lo legava il senso tragico della vita, il bellissimo saggio La tête d’obsidienne.
E naturalmente ci sono le opere d’arte asiatiche, Cambogia, Cina, Giappone, Tibet, Afghanistan; le tappe di una fascinazione nata con la giovinezza e mai più abbandonata.
E’ del 1924 il rocambolesco furto delle statue kmer, è nel 1930 che alla galleria della NRF organizzerà un’esposizione di “opere gotico-buddiste” provenienti dal Pamir sottolineandone il senso di mistero di un’estetica familiare eppure lontana, il gotico senza il romanico.
E, infine, le arti selvagge d’Africa, Oceania, Messico, Nord America. Tutto concorre a dare l’idea, in un museo reale, di quello che Malraux definirà il “museo immaginario”, ovvero la conoscenza che ti viene dalle riproduzioni fotografiche, dai libri, dai documentari, la possibilità di trarre confronti, tracciare paralleli, sottolineare debiti, prestiti, influenze.
Il risultato è imponente non solo per la qualità delle opere esposte (il più bel nudo di Balthus, il “Nu adossé” del 1939, erotico come non mai, una dolcemente funerea marina di Braque, nonché la maquette per le vetrate della cappella della Fondazione Maeght, un gatto scolpito di Giacometti, gli studi preparatori per gli affreschi di Chagall e Masson, i Buddhadi Gandhara, i vasi di bronzo cinesi del mille avanti Cristo…), ma per l’effetto di vertigine che ti dà il vederle l’una a fianco dell’altra e l’idea di cosa ci fosse dietro la capacità di tenere insieme e raccordare epoche, stili, soggetti, sensibilità così diverse, così distanti nel tempo, nello spazio, nel costume.
Dietro c’è una giovinezza onnivora, precoce e predestinata .
”Un artista di genio è innanzitutto un adolescente affascinato da qualche dipinto che si porta dentro le pupille e che è sufficiente a distrarlo dal mondo”: Negatore, spregiatore della propria, perché non l’ha potuta inventare e ricreare a suo capriccio, le rarissime volte in cui Malraux cede all’autobiografismo su se stesso ragazzo è per parlare d’arte, di esposizioni, di gallerie, le impressioni di uno studente in tempo di guerra: l’atelier di Dégas, un mercante in Place de la Madeleine specializzato in impressionismo, un Louvre appena riaperto dove ammirare i Rubens e i Rembrandt, il Guimet dell’arte orientale che lo segnerà per sempre. Lo sorregge una memoria visiva prodigiosa che a distanza di anni gli permette di ricordare i particolari più minuti, persino la collocazione dei quadri in una sala.
E un’avidità inesauribile di lettore, grazie alla quale costruisce una cultura disordinata, tipica di un’autodidatta, ma impressionante per riferimenti, per citazioni, raccordi. In essa ci sono tutti i libri giusti per una mitologia dell’arte, per una riflessione sul destino delle civiltà: c’è il Tramonto dell’Occidente di Spengler, la Bhagavad-Gita, gli scritti di Baudelaire. A vent’anni è già in viaggio: Bruges, l’Italia di Firenze, Siena, San Gimignano, Venezia, la Sicilia, Praga, Vienna, La Berlino dell’Isola dei musei, Atene dove le statue degli artisti-eroi trionfano sul destino, Madrid, Cartagine, tutti i musei d’Europa. A ventitré è in Cambogia, e ci va con il beneplacito delle autorità accademiche, a ventotto è in Afghanistan, in Persia, in India, in Giappone.
In questi pellegrinaggi, Malraux vede e ricorda , colleziona cataloghi e opere, costruisce un proprio museo-biblioteca di cui si servirà al momento di mettere su carta le proprie intuizioni e la propria visione dell’arte. Accanto ai viaggi, la frequentazione del milieu artistico di Parigi, la complicità con Max Jacob, Gris, Vlaminck, Braque, gli permette di avere una visione d’insieme, moderna e classica, quale nessun altro scrittore avrà. Interrotta dall’impegno ideologico e dalla carneficina del secondo conflitto mondiale, la passione per l’arte ritornerà con rinnovato vigore nel dopoguerra, quando Malraux non è più solo lo scrittore, l’intellettuale, il propagandista, l’oratore e il gaullista, ma è anche il politico, il ministro.
Per gli amici-artisti di un tempo è ora il mecenate di Stato, il protettore che comanda quadri e monumenti: da Braque vorrebbe un mosaico per la torre della nuova università di Jussieu, da Giacometti una “grande testa come per una prua di nave”, da mettere alla Cité, da Picasso la statua del “Faucheur”, Il Falciatore, da sistemare sulla punta dell’isola di San Luigi. “Ciò che voglio è folle, ciò che posso è nulla” sospira ogni volta che questi progetti rimangono sulla carta. Ma intanto crea le Case della cultura, ripulisce Parigi, battezza nuove fondazioni, inaugura esposizioni di prim’ordine, abbellisce teatri, giardini, piazze.
Una vita d’eccezione percorre le strade le sale del Musée du romantisme, e con essa una passione assoluta e costante.
La religione della grandezza umana ha qui il suo officiante più ispirato e più fedele, romanticamente votato al suo culto, capace di lirismi assoluti, di fantasie accese e bizzarre.
Con Malraux l’arte celebra la libertà dell’essere umano contro la dittatura del caso, la capricciosità del destino: “Nella sera in cui Rembrandt ancora disegna, tutte le Ombre illustri e quelle dei disegnatori delle caverne, seguono con lo sguardo la mano esitante che prepara la loro sopravvivenza o il loro nuovo sonno”.

 

 

André Malraux

 

 

Balthus

 

Paplo Picasso

 

 

Dubuffet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stenio Solinas