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Credo sia giusto raccontare come è nata l’idea del “Lunario” di questo mese. Ho ricevuto per posta il catalogo di una libreria antiquaria di Torino che si chiama “Little Nemo” ed è specializzata in libri illustrati di pregio e in rari libri per l’infanzia.
Dalla bella copertina a colori mi fissava un giovane Sergio Tofano, alle cui spalle spuntava il personaggio del signor Bonaventura, che sventolava un foglio bianco con su scritto “un milione”.
L’immaginazione si è messa immediatamente in moto.

Oggi Bonaventura non potrebbe più ripetere le divertenti scene del passato. L’espressione “un milione”, nel senso di “un milione di lire”, è sparita dal nostro linguaggio. Si ragiona in euro e, dunque, il corrispettivo del vecchio milione sarebbero 516,46 euro. Impensabile un milione di euro perché la cifra diventerebbe da capogiro. Ma altrettanto impensabile che sul foglio che sta nelle mani di Bonaventura si possa scrivere la cifra 516,46. A questo punto, i lettori del “Lunario” hanno tutto il diritto di conoscere più da vicino chi era Sergio Tofano, com’è nato Bonaventura e perché questo personaggio sia considerato pressoché intramontabile. Sergio Tofano (Roma 1886 – 1973), laureato in lettere per assecondare la volontà del padre magistrato, ma presto attore di teatro e di cinema, regista, illustratore, scrittore di favole, abbreviando in “Sto” il suo nome e il suo cognome, pubblicò la prima storia di Bonaventura sul “Corriere dei Piccoli” del 28 ottobre 1917: “Qui comincia la sventura / del signor Bonaventura / che cogliendo un gelsomino / dalla loggia del vicino…”. Era la buia stagione della ritirata di Caporetto. Allora non si sapeva che era nata un’altra maschera e che, come accade a tutte le maschere, sarebbe andata oltre il suo stesso destino. Bonaventura doveva soltanto dimostrare il più semplice e, insieme, il più assurdo dei teoremi: che da una fatale povertà si può passare a una altrettanto fatale ricchezza. Il “milione” grande come un candido guanciale, come una spropositata busta imbucata da chissà quali numi benigni, divenne lo scatto di un sorriso liberatorio e inevitabile. Il grande Gianni Rodari (1920-1980), lo scrittore per l’infanzia che fu soprannominato “l’Andersen italiano”, scrisse: “Bonaventura ha continuato per mezzo secolo a insegnare che c’è sempre una via d’uscita, che Barbariccia è una tigre di carta; che catastrofi, incendi, fughe di belve dai circhi, briganti da strada, incidenti automobilistici, cavalli improvvisamente imbizzarriti, non hanno mai niente di definitivo: più in là c’è sempre il milione, come sopra le nuvole, anche nei giorni di nubifragio, c’è sempre il sole”. Dunque, è lecito pensare, visto che intorno a Bonaventura (come dimostra il nostro stesso “Lunario”) si continua a riflettere e a discutere, che il segreto del personaggio sia proprio legato al suo ottimismo e all’ottimismo che suscitano le sue storie. Nel mondo in cui ci troviamo, l’ottimismo non è di casa, e la sua ostinata assenza lo rende arcano come la luce di un’altra galassia. Soltanto nei sogni, o in qualche film, i milioni piovono dal cielo come foglie dondolanti: il resto è il grigiore, la fatica, la monotonia che conosciamo. Perciò se Bonaventura, adesso che è un ricordo di alcune generazioni, è diventato il vero maestro del “lieto fine”, noi dovremmo chiederne a gran voce il ritorno. Purtroppo, il fatto di affidare a un personaggio una magia così vasta, sembra un’operazione priva di speranza. Insistendo su Bonaventura, si rischia di dimenticare che la genialità di Sergio Tofano si manifestò anche in altri campi. Fu grandissimo interprete di personaggi simili a dolenti relitti umani come l’indimenticabile servitore Firs nel “Giardino dei ciliegi” di Cechov. Nel 1923 aveva sposato Rosetta Cavallari che, al suo fianco, fu vivacissima attrice, scenografa e costumista. L’elenco delle attività di Tofano sarebbe troppo lungo. Ma non è possibile ignorare che, con la stessa firma “Sto” usata per Bonaventura, Tofano fu l’autore e l’illustratore di un libro di novelle, intitolato “I cavoli a merenda”, una delle più incantevoli opere per bambini di tutto il novecento. Sono dieci favole pubblicate per la prima volta nel 1920 e ristampate nel 1990 dalle edizioni Adelphi. I personaggi vivono in un tempo indefinibile, che alterna echi di Medioevo a suggestioni dell’età borghese, e in una altrettanto indefinibile geografia. Questi regni, queste città, questi borghi potrebbero anche librarsi nel cielo come nuvole vagabonde. L’assurdo e il surreale sono l’ossigeno di queste storie: più alto è il loro tasso di presenza e più l’ilare microcosmo di Tofano/Sto ci fa l’incanto. Diventa quasi naturale che un re pretenda l’invenzione delle ciliegie senza nocciolo. O che un boia di Stato mandi come regalo di nozze un chilo di sapone usato per lubrificare la fune della forca. Tofano pensava all’infanzia come all’età in cui spunta l’umano piacere della risata, la prima, embrionale intuizione del comico. E già fin dalla prima edizione (era il 1920, lo ripetiamo), le sue favole andavano contro l’eredità ottocentesca di un universo lacrimoso, dominato dalla Muse della tristezza, abitato da orfanelli maltrattati e da spazzacamini derelitti. Negli ultimi anni della sua vita, Sergio Tofano amava trascorrere l’estate in un piccolo appartamento a Milano. Gli piaceva la città semideserta, il caldo non gli dava fastidio. Nel silenzio insolito delle sere, con qualche raro sferragliare di tram e pochissimo traffico ai semafori, Tofano aveva l’impressione che la città favorisse la tenera grazia dei ricordi. Nel 1960 era morta, a 58 anni, la moglie Rosetta, e lui si avviava, malinconico e lucidissimo, verso l’ottantina. Di quelle estati è rimasta un’accorata testimonianza. Il solitario Tofano spediva agli amici il ritratto di Rosetta, scrivendo sul retro dell’immagine una battuta, tratta dallo “Zio Vanja” di Cechov: “Lassù diremo che abbiamo sofferto, che abbiamo pianto e che la vita ci fu amara. Dio avrà pietà di noi e finalmente riposeremo”. Quando questa battuta mi torna nella memoria, provo sempre un brivido profondo di commozione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni