

Nella panoramica dei ricordi non bisogna dimenticare un prestigioso pianista che, seppur nel breve arco della sua vita, riuscì a crearsi una grande figura, pari alla sua bravura. Si tratta di Dino Ciani.

Nato
a Fiume nel 1941 - morto nel 1974 a Roma in un incidente d’auto - si iscrisse
al Conservatorio di Genova, dimostrando immediatamente le sue innate qualità
pianistiche, abbinate ad una musicalità che poteva già competere con i grandi
della tastiera. Il suo pianismo agile e nel contempo vigoroso lo portò all’attenzione
della critica mondiale, sollevando interesse e curiosità intorno a questo
giovanissimo musicista fiumano.
Dopo aver terminato gli studi pianistici, prima con Marta del Vecchio e poi
diplomandosi al Conservatorio di S. Cecilia a Roma, si perfezionò alla mitica
scuola di Alfred Cortot, imparando tutti i segreti del suo grande maestro,
assorbendone totalmente le sonorità ed il sistema di lettura approfondita
dei classici, scoprendo, dettagliatamente, un sistema interpretativo che affondava
le proprie radici nella scuola chopiniana e nello stile francese. Con questo
bagaglio di studi, fatti con estrema cura ed altrettanta sensibilità, iniziò
una carriera ricca di successi e di critiche entusiasmanti.
Ma Ciani fu fondamentalmente un perfezionista ed un metodico, che non tradì
mai la qualità per un facile successo. Egli non era assolutamente amante dei
clamori e del gusto per l’effimero. Egli amava invece misurarsi con il pianoforte,
in una lotta continua per il gusto interpretativo, cercando di capire e di
leggere dietro le note la psicologia del compositore studiato.
Per
misurare la sua preparazione e per capire fino a che punto meritava gli elogi
di tutti, si iscrisse nel 1961 al concorso Liszt – Bartók di Budapest (uno
dei più importanti concorsi premiati) dove si classificò al secondo posto.
Quindi un primato, dovuto al fatto di essere il più giovane pianista (20 anni)
presente, che dimostrava l’alto grado di preparazione raggiunto dopo anni
di duro tirocinio al seguito di un maestro quale Corbot.
Eppure in pochi anni Ciani bruciò le tappe del pianismo internazionale, entrando
in competizione (ideale) con tutti i mostri sacri del momento, formandosi
uno stile interpretativo che lo contraddistingueva dagli altri. Il pianismo
intimistico e discreto lo staccava da qualsiasi riferimento o collegamento
con altre scuole di pensiero, raggiungendo una lettura personale e non accademica
di pagine famose, ma che sotto le sue dita acquistavano una nuova dimensione
ed un originale filone interpretativo.
Viaggiò moltissimo, toccando nazioni tipicamente musicali quali Ungheria,
Cecoslovacchia, Svizzera, Germania, Olanda, Canada e Spagna.
Egli sapeva instaurare uno spirituale dialogo con il pubblico, non concedendo
ampio spazio al virtuosismo, per andare alla scoperta di sonorità intimistiche.
L’altra faccia del pianista consisteva nel rifiuto di una specializzazione
di un autore, proiettandosi in una dimensione più vasta ma più ardua, senza
riuscire a scoraggiarlo per le eventuali difficoltà di maturazione dei vari
stili pianistici. Memorabili rimangono le sue: “33 variazioni sopra un
tema di Diabelli” di Beethoven, dove l’irruenza della musica conviveva
con una sonorità trasparente che solo il giovane interprete riusciva a dare.
Un fantastico gioco di equilibrio e di pensiero, nato dalla grande sensibilità
ampliatasi attraverso gli anni. Inoltre anche altri autori furono congeniali
al suo stile ed al suo gusto interpretativo, in quanto sapeva adeguarsi con
una duttilità sorprendente, spaziando da compositori del Settecento fino a
spingersi ai primi anni del Novecento.
Un percorso storico veramente ampio, nel quale Ciani si trovava a proprio
agio, in quanto culturalmente preparato ed in grado di offrire una personale
visione dell’autore trattato. La sua attenzione per un pianismo moderno, meno
edulcorato, è dimostrato dalla volontà di preparare il “Concerto per un
pianoforte principale e diversi strumenti ad arco, a fiato ed a percussione”
di Ferruccio Busoni. Un progetto che, ahimè, non poté realizzare, in quanto
morì prima di eseguirlo. La scelta di questa rara pagina busoniana dimostra
il modernismo del concertista, il quale non voleva rimanere circoscritto in
un tipo di letteratura pianistica datata e senza stimoli creativi.
Anche nell’interpretazione di “Preludi” di Claude Debussy, incisi per
la Deutsche Grammophon, egli arricchisce le pagine, concepite come miniature
sonore, con una sonorità cristallina, dimostrando, per l’ennesima volta, di
andare al di là della moda a delle tipiche interpretazioni accademiche. La
sua figura alta, slanciata con i ben pettinati capelli biondi, ricordava una
immagine di tipico stampo rinascimentale, venendo ancor più ingrandita dal
magnetismo che si formava intorno a lui durante l’esecuzione. Non si vuole
con questo creare un alone di misticismo o di grandezza esagerata, ma è un
doveroso omaggio ad un artefice della musica del XX secolo, vissuto troppo
poco per poter lasciare nuove testimonianze delle sue innegabili qualità.
La critica ufficiale ha sempre dimostrato un occhio particolare per il personaggio,
valutandolo, giustamente, quando era ancora in vita.
Eppure Ciani si manteneva, volutamente, lontano dai clamori dei giornali,
preferendo la validazione e lo studio continuo, alle luci splendenti dei salotti
più prestigiosi. Una figura d’altri tempi? No! Soltanto un serio professionista
che era fondamentalmente conscio del suo ruolo all’interno della cultura musicale.
Dopo la sua scomparsa venne istituito un concorso pianistico internazionale
con la finalità di ricordare un nome ed una personalità di spicco della musica
italiana. Fortunatamente sono rimaste delle ottime incisioni, tuttora testimonianze
valide del suo pensiero, diventato oggetto di studio da parte delle giovani
scuole pianistiche. Effettivamente il suo modo di concepire la lettura di
pagine del passato è rimasto ancora valido, poiché egli abbinava la lettura
storica (tradizionale e stili del tempo) ad uno studio analitico del compositore,
cercando di trovare un’intima chiave di lettura personale ed originale.
La
sua fama era giunta a livelli internazionali. Anche la televisione francese
ebbe modo di presentarlo al proprio pubblico nella serie: “I grandi interpreti”
rendendo omaggio al suo temperamento e al suo equilibrio di artista di razza.
Mi sembra importante sottolineare un fatto sintomatico della sua vita d’artista,
riguardante il desiderio di eseguire il ciclo completo delle Sonate per
pianoforte di Ludwig Van Beethoven. Un evento accaduto nel 1970 a Torino
e che induce a riflettere sulla identità interpretativa di Ciani. Il versante
beethoveniano dimostra tutti i crinali di un compositore sofferente, interiorizzato
e che nulla concede al suo vicino. Nelle pieghe delle pagine musicali egli
lascia libertà di pensiero, piccole sacche di spazi virtuosistici. Il resto
tende a far parte del vissuto quotidiano.
Le medesime tinte le troviamo nella filosofia musicale e artistica di Ciani,
il quale trova in Beethoven un perfetto corrispettivo. stata proprio la sua
duttilità di interprete completo a farlo rivivere nel pensiero di tutti, anche
se il tempo il più delle volte aiutò a dimenticare o almeno ad affievolire
il ricordo di aver perso un degno erede dei nomi mitici che hanno reso grande
questo strumento.


