

C'è
una statistica che – forse più di ogni altra al mondo – mette in evidenza
la superiorità dell’economia di mercato su quella comunista: la differenza
tra il reddito pro capite della Corea del Nord e quello della Corea del Sud.
Quando, esattamente cinquant’anni fa (27 luglio 1953, armistizio di
Panmunjon), la guerra di Corea si concluse con la definitiva divisione del
Paese lungo il 38° parallelo, le due metà della penisola erano più o meno
allo stesso livello: entrambe devastate dal conflitto, entrambe afflitte da
fame e malattie, entrambe con infrastrutture da Terzo mondo.
Il Nord era un po’ più esteso, un po’ meno densamente popolato, un po’ più
dotato di risorse naturali; il Sud più fertile, più segnato dalla lunga colonizzazione
giapponese, con una posizione geografica un po’ più vantaggiosa.
Ma, quando finalmente le armi tacquero, queste differenze erano irrilevanti:
quel che contava era solo la capacità di rimboccarsi le maniche, guardare
avanti e costruirsi un avvenire.
Al Nord, diventato sotto lo stalinista Kim Il Sung una specie di protettorato
congiunto di Cina ed URSS, si consolidò un regime centralista e incredibilmente
oppressivo, che coniugava e coniuga tuttora tutti i difetti della satrapia
orientale e dell’economia di comando occidentale.
Al Sud toccò in sorte per una trentina d’anni una dittatura di destra, prima
sotto Syngman Rhee, poi sotto il generale Park Chung Hee, che reprimeva con
durezza il dissenso ma, un po’ come Pinochet in Cile, lasciava che l’economia
si sviluppasse liberamente e la gente godesse dei frutti del proprio lavoro.
Ebbene, ecco i risultati. La Corea del Nord è rimasta, con un reddito pro
capite stimato di 1000 dollari (ma secondo altri calcoli sarebbe solo di 573),
uno dei Paesi più miserabili dell’Asia, dove appena quattro anni fa una carestia
ha fatto due milioni di morti, la produzione alimentare è insufficiente a
nutrire la popolazione e la vita media è di soli 61 anni.
Nello stesso tempo, la Corea del Sud si è trasformata in una potenza industriale
di rilevanza mondiale, i cui 46 milioni di abitanti possono contare su 19.400
dollari l’anno, campano fino a 73 anni e, se non fosse per il sovraffollamento
(476 abitanti per kmq, il doppio dell’Olanda) avrebbero un tenore di vita
più che accettabile. Il divario economico, sociale e ormai anche culturale
tra i due tronconi del Paese continua a crescere di anno in anno e ha ormai
raggiunto dimensioni tali da rendere una eventuale riunificazione problematica
sotto ogni punto di vista.

Ciò nonostante, continua ad esistere tra Nord e Sud una specie di attrazione
fatale, dovuta alle comuni radici etniche e linguistiche, che sta condizionando
pesantemente la politica asiatica.
Fino a quando il mondo è stato diviso in due blocchi, lungo il 38° parallelo
correva un vallo impenetrabile e la Corea del Sud dipendeva per la sua difesa
dall’ombrello americano, la spinta “unionista” è rimasta abbastanza sotto
tono, confinata agli ambienti marxisti e studenteschi.

Dal Nord, del resto, arrivavano solo segnali ostili, resi più minacciosi dalla
presenza lungo il confine di un esercito di oltre un milione di soldati armati
fino ai denti e dalla scoperta di una serie di tunnel che in caso di guerra
avrebbero permesso loro di sbucare quasi alle porte di Seul. Per decenni,
il 38° parallelo è stato uno dei punti più caldi del globo, dove avrebbe potuto
scoppiare perfino la terza guerra mondiale. La caduta del muro di Berlino
suscitò anche qui grandi aspettative, ma esse furono tutte deluse.
Il vecchio Kim Il Sung, lungi dal seguire l’esempio di Gorbaciov o di Deng
Xiaoping e dall’abbattere gli steccati, si è anzi chiuso più che mai nel suo
fortilizio vetero-marxista, accentuandone ulteriormente le caratteristiche
repressive e claustrofobiche.
Quando morì nel 1994, sembrò che il regime vacillasse, ma il figlio Kim Jong-Il,
detto “il caro leader”, da tempo destinato alla successione come in una antica
monarchia assoluta, riuscì a riprendere le redini e a perpetuare la tirannia
paterna.
Ogni tanto, sembra volersi aprire al mondo esterno, al punto da ricevere il
rappresentante dell’arcinemico americano, il Segretario di Stato Madeleine
Albright, nel 1999; ma si tratta di brevi, e sempre opportunistiche, parentesi,
in una politica di strenua resistenza al cambiamento.

La dissoluzione dell’URSS e la fine del comunismo in Europa hanno avuto invece
uno strano effetto “liberatorio” sulla società sudcoreana che, sempre più
insofferente della tutela americana, si è sentita libera di sperimentare soluzioni
di sinistra.
Il primo passo concreto fu la elezione alla presidenza nel dicembre del ’97
dell’ex dissidente Kim Dae Yong, che inaugurò la cosiddetta “diplomazia solare”
nei confronti del Nord, riuscì a convincere Kim Jong Il (grazie anche, come
si è saputo solo più tardi, a una tangente di 500 milioni di dollari pagata
dalla Hyundai) a incontrarlo in uno storico vertice a Pyongyang che gli valse
il Nobel per la Pace, ma in sostanza non riuscì mai ad aprire una breccia
nel muro. Ciò nonostante, nelle elezioni dello scorso inverno, i sudcoreani
hanno ribadito la loro scelta aperturista, chiamando alla “Casa Blu” l’ex
avvocato dei diritti civili Roh Moo Hyun invece del candidato nazionalista
Lee Roi Chang, preferito dagli americani.
La scelta è stata tanto più significativa in quanto è stata contrassegnata
da una vera spaccatura generazionale: ha votato a sinistra il 70 per cento
dei giovani, ansiosi di voltare pagina e aprire un nuovo capitolo nella storia
nazionale e ha votato a destra buona parte degli anziani, i quali non hanno
dimenticato di dovere la propria libertà agli americani e non vogliono avere
nulla a che fare con Kim Jomg Il e la sua banda di bellicosi stalinisti.

Per la maggioranza, inseguire il sogno della riunificazione è diventato quasi
un dovere nazionale, anche se gli analisti escludono, per ora, un collasso
del regime nordcoreano sul modello di quello di Berlino-Est del 1989 e gli
economisti avvertono che la fusione con un Paese disastrato e umiliato da
cinquant’anni di comunismo potrebbe far fare alla Corea un passo indietro
di trent’anni.
A complicare la partita è intervenuta la nuova sfida nucleare di Pyongyang,
otto anni dopo la crisi che aveva portato sull’orlo di uno scontro armato
con l’America all’inizio della presidenza Clinton. Allora, dopo un braccio
di ferro durato mesi, Washington e Pyongyang finirono con il concludere a
Ginevra un accordo con cui gli Stati Uniti si impegnavano a fornire alla Corea
del Nord 500.000 tonnellate di olio combustibile l’anno e a finanziarle la
costruzione di due reattori nucleari ad acqua leggera in cambio della chiusura
di un impianto ad acqua pesante, che si prestava alla produzione di plutonio
adatto alla fabbricazione di armi atomiche.

L’impianto venne effettivamente chiuso, sottoposto a periodiche ispezioni
dell’AIEA e il materiale fissile giudicato pericoloso sigillato in appositi
contenitori.
Pur tra alti e bassi, il compromesso resse fino allo scorso ottobre, quando
Pyongyang fece improvvisamente sapere che aveva ripreso il processo di arricchimento
dell’uranio preliminare alla costruzione delle bombe. Washington reagì sospendendo,
con il consenso di tutti gli altri partner, le sue forniture di combustibile,
congelando ogni contatto e ingiungendo formalmente ai nordcoreani di ritornare
sui loro passi.
Poco dopo, i leader di Russia e Cina, riuniti a Pechino, fecero eco alle preoccupazioni
dell’America, invitando il loro ex alleato a rispettare i patti e abbandonare
i suoi progetti di riarmo. Inutile. Per tutta risposta, Kim ha via via denunciato
il trattato di non proliferazione, riattivato la centrale di Yongbyon chiusa
otto anni fa, buttato fuori gli ispettori dell’AIEA e avviato la produzione
del materiale fissile necessario alla fabbricazione della bomba.
Quando finalmente a metà aprile è riuscito nel suo intento di sedersi allo
stesso tavolo con gli americani, dai quali pretende un trattato di non aggressione
e ingenti aiuti economici e alimentari, ha reso noto di essere già in possesso
dell’arma nucleare e di essere pronto a procedere con i test se Washington
non cesserà la sua “aggressione”.
Se il dittatore faccia sul serio o stia solo approfittando dell’impegno statunitense
in Iraq per mettere in scena l’ennesimo ricatto, non è riuscito a capirlo
nessuno; ma il suo comportamento ha, almeno per il momento, raffreddato gli
entusiasmi di Seul per il “grande abbraccio” con il Nord. Il tasso di antiamericanismo
rimane peraltro molto forte.
Esso è alimentato di volta in volta da frizioni tra la popolazione e i 40.000
G.I’s tuttora dislocati intorno alle principali città, dal ricordo del sostegno
che gli Stati Uniti diedero ai regimi autoritari del passato e dalla illusione
che la sicurezza del Paese, specie nei confronti della minaccia terroristica,
sarebbe garantita meglio da un patto intercoreano che da un pieno allineamento
con l’Occidente. Da una indagine condotta tra luglio e ottobre dello scorso
anno, risulta che ben 44 sudcoreani su cento hanno una opinione negativa degli
Stati Uniti, anche se l’influenza della cultura americana – musica, cinema,
stile di vita - permane fortissima a tutti i livelli.
Molti si rendono conto che questo rappresenta un pericolo: “Il sentimento
nazionale” ha detto il rettore dell’Università di Seul dopo una delle recenti
manifestazioni all’insegna del yankee go home “è entrato in rotta di collisione
con l’interesse nazionale, e il governo sembra lavarsene le mani”.
La deriva a sinistra si fa sentire non solo a livello internazionale, ma anche
sul piano interno. Roh ha vinto le elezioni su una inedita piattaforma riformistica
che va da un ridimensionamento delle grandi conglomerate (le cosiddette chaebol)
a una progressiva ridistribuzione della ricchezza, da una revisione democratica
dell’apparato giudiziario a una apertura dell’insegnamento superiore anche
alle classi più deboli.
Tutti obiettivi accettabili, ma non facili da conciliare con il buon funzionamento
di un “Sistema Paese” basato su altri principi, che ha tenuto a battesimo
una delle economie più competitive del globo.
Se marchi come Hyundai o Samsung hanno potuto affermarsi rapidamente in tutto
il mondo è stato soprattutto grazie alla concentrazione del potere in poche
mani, che ha permesso grandi investimenti in settori cruciali come l’automobile,
la cantieristica e l’elettronica e a un utilizzo razionale di una manodopera
motivata e qualificata, ma non sempre facile da governare.
Dopo essere stata la capofila delle “tigri” che, all’inizio degli anni Novanta,
nella scia di un Giappone ormai in perdita di velocità, guidarono l’ascesa
dell’Asia orientale a nuova potenza economica, la Corea del Sud è stata anche
la prima a riprendersi dalla crisi finanziaria degli anni 97-98 e oggi è tornata
a crescere a un ritmo annuo a cavallo del 5%. In un campo molto importante,
è addirittura all’avanguardia: ormai il 70 per cento delle sue case è cablato,
permettendo una rapidità di accesso a Internet che il mondo intero le invidia.
L’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio le ha egualmente portato
grandi benefici, soprattutto sotto forma di investimenti stranieri che hanno
toccato i loro massimi nel biennio 1999-2000 precedente la crisi. Nonostante
la continua crescita del mercato interno, la economia coreana è tuttora trainata
dall’export, peraltro equilibrato come pochi altri e quindi meno dipendente
dalle congiunture altrui: il 21 per cento è destinato agli Stati Uniti, il
19 per cento alla Cina, il 13 per cento all’Unione Europea e l’11 per cento
al Giappone.
Ma sono in continua ascesa anche gli scambi con il Terzo Mondo, dove le imprese
coreane vincono sempre più spesso gli appalti per le grandi infrastrutture.
Se questa espansione, spesso frutto di un capitalismo d’assalto che ha lasciato
più di un cadavere sul terreno, sia sostenibile anche sotto un governo di
orientamento socialista, risoluto a mettere fine a certi arbitrii e ad estendere
i diritti dei lavoratori nonostante il difficile momento economico internazionale,
resta da vedere.
Curiosamente, alcuni problemi somigliano ai nostri: per esempio, la rigidità
del mercato del lavoro ha indotto molte aziende a ricorrere per le nuove assunzioni
ai contratti atipici, o addirittura a importare lavoratori in nero dai Paesi
vicini a più basso reddito pro capite. Se i sindacati, la cui intransigenza
ricorda quella della CGIL, riuscissero nel tentativo di costringere le chaebol
ad abbandonare queste pratiche, le conseguenze sarebbero pesanti.
Comunque vada, la lezione della Corea deve essere tenuta ben presente da chi
ha a cuore le sorti dei Paesi in via di sviluppo: nel giro di sole due generazioni
ha messo a segno un progresso epocale, dovuto a spirito di sacrificio, intraprendenza
e soprattutto a una dote cospicuamente assente in altri Paesi che oggi si
trovano, grosso modo, nella situazione della Corea 1953: la cultura del lavoro.

Cinquant’anni fa, alla fine
della guerra, Sud e Nord erano allo stesso livello: oggi, grazie
alla cultura del lavoro e a un capitalismo d’assalto,
il Sud ha un reddito pro capite 20 volte superiore a quello del Nord comunista.