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Nello scorso febbraio, un grande giornale, che sta proponendo ai suoi lettori alcuni tra i più significativi libri della narrativa italiana del Novecento, ha scelto “La casa in collina” di Cesare Pavese, un romanzo breve scritto nel 1948. Le discussioni, gli elogi, anche le polemiche che il ritorno di questo libro ha suscitato dimostrano che il mito di Pavese supera il tempo.



Era nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe. Si uccise domenica 27 agosto 1950, in un albergo di Torino, con un’altissima dose di sonniferi. Cinque mesi prima, in una desolata poesia d’amore, Pavese aveva scritto: “Sarà come smettere un vizio, /come vedere nello specchio/riemergere un viso morto, /come ascoltare un labbro chiuso. /Scenderemo nel gorgo muti”. Mantenne il disperato impegno. Quella domenica 27 agosto 1950 si limitò a un breve messaggio: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.


Ripetiamo la domanda: perché dura il mito di Pavese? Eppure, la traiettoria “post mortem” di questo scrittore non è stata segnata soltanto da momenti positivi. Intorno al 1960, quando l’eco del suicidio si spense e i versi d’amore per l’attrice americana Constance Dowling decaddero al rango d’una “love story” crepuscolare (e non perché così fossero, ma per il volgare uso che se ne fece), il declino parve inevitabile. Si tentò di affrettare l’archiviazione.

Il regno delle Langhe, doloroso e magico fondale di romanzi e racconti, fu ridotto a una specie di rusticano “strapaese”. Gli altri temi di Pavese (il contrasto tra città e campagna, le angosce dell’inurbamento, la profonda matrice del mondo rurale, l’incomunicabilità tra uomo e uomo, l’inesausta meditazione sulla morte) generarono un’immagine che sembrava aperta, con uguale e incongruente disponibilità, al neorealismo e al tardo romanticismo. Perfino il suicidio – perché non ricordarlo? – subì volgari interpretazioni e lo si fece diventare un dissesto sessual-politico.
Il ritorno a Pavese (ma pensando alle generazioni nate dopo la guerra è più esatto parlare di scoperta) è avvenuto verso il 1970. Ed è un ritorno-scoperta che ha assunto sempre più chiaramente l’aspetto di un effetto ritardato della contestazione del 1968-69. Come se, passata quella fragorosa marea, travolti ormeggi che duravano da decenni, la vita e l’opera di Pavese si mostrassero improvvisamente come la spiaggia su cui approdare, la bussola non più impazzita. Si sono già accennati quali erano stati i suoi temi. Si aggiunga pure il suo antifascismo e il suo giovanile ardore per la letteratura americana. Ma l’antifascismo non era stato una sua esclusiva, l’allargamento degli orizzonti culturali nemmeno. Quanto all’incomunicabilità, ormai essa rischiava e rischia d’essere – pur esistendo, vera e incombente – un prodotto di consumo.
Resta il suicidio: come diceva Camus: “La libertà di venire a patti con la morte”.
Ma quale suicidio? Quello dell’uomo che vuole fuggire dagli altri uomini? Quello – l’immagine è ancora di Camus – “preparato nel silenzio del cuore come una grande opera d’arte”? “Lo zero del domani” di Dostoevskji? Il sacrificio al “Dio Selvaggio” per cui – come scrisse un critico inglese – “il suicidio per Pavese fu inevitabile come il prossimo sorgere del sole, un evento che tutte le lodi e il successo di questo mondo non valsero a rimandare”? In ognuna di queste ipotesi c’è una parte di verità. Ma tutte insieme lasciano il suicidio di Pavese come una landa in cui la strenua pena del vivere (o lo sconfitto “mestiere di vivere”, per dirla in termini più pavesiani) si sarebbe avventurata in nome di tendenze profonde e oscure.
Pavese aveva scritto: “L’unico modo di sfuggire all’abisso è di guardarlo e misurarlo e sondarlo e discendervi”.
L’inconscio sembra messo da parte. C’è piuttosto la volontà lucida di pagare: pagare per quello che non si è, per l’impossibile adattamento alla società, perché la società impone doveri e maschere che non sono né la libertà, né la giustizia. Pavese è uno che ha pagato in un mondo dove nessuno paga. Analista di se stesso, Pavese si costruì la morte come un teorema di angosciosa coerenza. Il fascino che la sua figura esercita viene da un rifiuto delle cose che di solito non si rifiutano.
Pochi giorni prima di uccidersi aveva vinto il premio Strega con il suo libro “La bella estate”, la fama era arrivata, gli elogi piovevano. Ma era insostenibile – e per questo pagò – il rapporto che quel tipo di vita esigeva: l’uomo delle Langhe sotto i riflettori, l’uomo che scrive d’amore con l’uomo che può appena intravedere l’amore o ne è ripagato col tradimento, il borghese che cerca il popolo e ne riceve diffidenza. Altri prosperano su equivoci simili. Pavese non volle né seppe farlo.
L’ultimo capitolo della “Casa in collina” (forse il momento più alto di tutta la narrativa di Pavese) comincia così: “Niente è accaduto. Sono a casa da sei mesi, e la guerra continua. Anzi, adesso che il tempo si guasta, sui grossi fronti gli eserciti sono tornati a trincerarsi, e passerà un altro inverno, rivedremo la neve, faremo cerchio intorno al fuoco ascoltando la radio…”. Chi parla è Corrado, l’io narrante, un professore che ha lasciato la città (Torino) e si è rifugiato sulle montagne senza però la nitida coscienza di partecipare alla lotta: “Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra, né i vigliacchi, né i tristi, né i soli”.
Lo ripetiamo: era il 1948. In quell’ultimo capitolo, Pavese scrisse: “Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui… Ci si sente umiliati perché si capisce che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.
In quegli anni Pavese, insieme a Giulio Einaudi, fece un giro di propaganda per la casa editrice. In bicicletta andai dal mio paese a Verona per poter stringere la mano a uno scrittore che già amavo. Il sorriso di Pavese, dietro gli occhiali, era timido, quasi smarrito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Giulio Nascimbeni