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Denuncio con fermezza un fatto assai grave; dopo i saccheggi nei vari musei archeologici iracheni, molti reperti sono ora in circolazione sul mercato nero. Si possono acquistare in varie case d’asta a Zurigo, Parigi, Londra, Berlino e New York e sono reperibili persino su internet. Nulla è stato fatto per fermare questa emorragia”.


A lanciare l’allarme, con toni perentori e nello stesso tempo angosciati, è il professor Giovanni Pettinato, ordinario di assiriologia alla Sapienza di Roma e da anni impegnato in ricerche in Iraq.

- Ci può segnalare qualche episodio con particolari più dettagliati?

“Certamente. Pochi giorni fa ho ricevuto una telefonata di Mohammed Fakry, un conservatore del museo archeologico di Amman, in Giordania. Mi ha riferito irritato di essere stato contattato in forma privata da alcuni ufficiali americani di ritorno dall’Iraq. Costoro hanno proposto al museo di Amman l’acquisto di tavolette e statuette provenienti da Baghdad. E – ripeto – più di 100.000 pezzi sono in circolazione in tutto il mondo ricco, non solo nei musei delle grandi capitali mediorientali.”


-Come può essere avvenuto uno scempio del genere?

“E’ chiaro: i militari americani hanno permesso i saccheggi dei musei e poi alcuni di loro hanno acquistato per pochi dollari dalla popolazione stremata oggetti preziosi. D’altronde provi a ragionare: cosa se ne farebbe un povero iracheno, che ha impellenti problemi di sopravvivenza, di beni culturali? Se non fosse sicuro di poterli rivendere, non si sognerebbe mai di rubarli. E’ un business da migliaia di dollari!”

-Tuttavia in occidente ci sono pene severe per il commercio di opere d’arte. Non è così?

“Le segnalo che proprio negli Stati Uniti, poche settimane prima della guerra, ad intervento già deciso, sono state stabilite norme meno severe contro chi avrebbe commerciato in reperti archeologici provenienti dal vicino oriente. Inoltre nel novembre scorso più di 150 Paesi presso l’UNESCO hanno firmato l’impegno a non prendere come bottino di guerra beni artistici ed archeologici: tra questi Paesi non figuravano né Stati Uniti né Gran Bretagna. Non le pare strano?”

-Voi studiosi siete già intervenuti?

“Abbiamo preparato e presentato a più riprese all’Unesco (l’ONU dei beni culturali che ha sede a Parigi) documenti dettagliati che intendono sensibilizzare i politici e i militari sulla gravità della situazione. Ma non c’è niente da fare: resto completamente pessimista sul buon esito dei nostri tentativi: l’Unesco è un’associazione pachidermica, in mano agli americani che, pur non pagando da anni la loro quota, prendono da soli le decisioni più importanti.”

-Adesso che la guerra è finita, si riuscirà ad intervenire per evitare ulteriori saccheggi e per restaurare i danni sui siti da parte delle bombe cosiddette intelligenti?

“Missioni di studiosi e di restauratori sono in partenza per l’Iraq. Purtroppo mi dicono che la situazione in tutto il Paese è talmente instabile da non permettere un lavoro sicuro e continuativo agli archeologi. So che i principali siti sono stati risparmiati; tuttavia alcuni erano già stati colpiti a morte durante i dieci anni di embargo in seguito ai bombardamenti nelle ‘no fly zone’. I più toccati sono stati i grandi siti nel sud, quelli vicino a Bassora, come Ur, Uruk e Lagash, località da cui si è innervata la storia biblica.”

-Il Governo italiano quali interventi concreti può operare?

Oltre a mandare i carabinieri, dovrebbe organizzare o quanto meno finanziare spedizioni di studiosi, di specialisti (archeologi, architetti, restauratori) per appoggiare il restauro e in alcuni casi la ricostruzione delle zone devastate. E dovrebbe colpire con maggior efficacia i trafugatori di beni provenienti da quelle aree, qualora venissero identificati. Ma gli interventi devono essere coordinati tra gli stati: occorre al più presto una sorta di polizia internazionale preposta alla salvaguardia dei beni culturali nelle regioni a rischio.”

-Quindi, professore, Lei proporrebbe anche una maggior intesa “archeologica” tra i governi mediorientali, spesso così divisi dalla politica?

“Certamente! E’ l’interesse per un passato comune, per un ‘idem sentire’ ad unire le singole entità statali di quella zona. Qui è nata la civiltà occidentale, qui si sono formate le prime realtà urbane e le prime forme di stato; qui è nata la scrittura; qui si sono originate le tre grandi religioni monoteiste, troppo spesso in attrito tra loro. Proprio ad Ur ha infatti le proprie radici l’Antico Testamento: da Ur sarebbe partito il patriarca Abramo nel suo lungo cammino che l’avrebbe portato nella terra di Canaan, l’attuale Israele. La ricerca storica, l’esplorazione archeologica e in sintesi la gestione di 7000 anni di patrimonio artistico e archeologico possono unire una regione politicamente divisa e oggi ferita a morte.”

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Aristide Malnati , archeologo