

Promossa
dall’Assessorato alla Cultura e Beni Culturali in collaborazione con la Fondazione
Mazzotta, la mostra “Il Novecento milanese".
Da Sironi ad Arturo Martini” è ospitata allo Spazio Oberdan di Milano, ed
aperta fino al 4 maggio 2003.
E’ accompagnata da un bellissimo catalogo Mazzotta, storicamente ben ricco
di immagini e documenti, curato da Elena Pontiggia, Nicoletta Colombo e Claudia
Gian Ferrari.
Novanta
opere di spesso valore artistico e commerciale che ricostruiscono le vicende
del nucleo milanese del “Novecento italiano”, il movimento più importante
dell’Italia degli Anni Venti. Tutto avveniva in quel lontano 1923, nell’elegante
galleria del cavalier Lino Pesaro in Via Manzoni a Milano, dove c’è oggi il
Museo Poldi Pezzoli. Qui viene presentato il gruppo, qui esposta la mostra
che passerà poi alla storia. Sono
sette. Il più famoso è Malerba, gli altri sono Funi e Dudreville, Oppi e Bucci,
e ancora Marussig e Sironi.
Li sostiene il critico Margherita Sarfatti.
Anselmo Bucci
E la mostra iniziale fu nientemeno che inaugurata dal Presidente del Consiglio
Cavalier Benito Mussolini. Il gruppo nel ’24 si presenta alla Biennale Veneziana,
poi si scioglie, quindi viene rifondato nel 1925. Agli inizi degli anni Trenta
il movimento è travolto dalle polemiche sia esterne, vale a dire dai movimenti
neo romantici e antinovecentisti come la Scuola Romana, i Sei di Torino e
i Chiaristi, sia interne con il ritorno alla pittura murale sostenuto da Sironi.

Tornare all’affresco nell’occasione sironiana non significava solo cambiare
tecnica ma scardinare anche il sistema classico dell’arte che si basava sul
quadro, sul circuito delle mostre e del mercato. Con il ’31-‘32 termina la
stagione delle grandi mostre internazionali del gruppo per dare inizio poi
dal secondo dopoguerra a un interminabile silenzio che coincise con il rapportare
il gruppo al fascismo, e a indicare quell’arte come arte di regime.
Emilio Malerba
Sappiamo
oggi quale insufficienza storiografica abbia portato gli storici a tralasciare
in toto un periodo e un movimento solo da qualche tempo riscoperto. Questa
mostra ne è un esempio. L’angolatura milanese è chiarita dal fatto che a Milano
il “Novecento” nacque ed ebbe la sua massima diffusione, e quegli anni milanesi
della prima metà degli anni Venti furono i soli in cui si delineò chiaramente
la poetica del movimento, che voleva dire ritorno all’ordine e ritorno, soprattutto,
alla classicità.
La classicità doveva essere moderna, sia nello stile sia nei soggetti. I valori
umani, diceva la Sarfatti, sono centrali, perché la classicità coincideva
con la ritrovata centralità dell’uomo nell’opera. Tanto che il movimento fu
chiamato anche neoumanesimo. Dunque, questa pittura persegue una moderna classicità,
che voleva dire un ripensamento dei grandi maestri antichi filtrato da un
nuovo senso di essenzialità, in sintonia con quanto stava avvenendo nel “Ritorno
all’Ordine” in Europa.
Attorno al gruppo ad iniziare dagli anni dopo il 1925 si riunirono artisti
di tutta Italia.
E la componente milanese, vero cuore pulsante del gruppo, si ritrova in questa
mostra di altissimo livello artistico e storico, con opere anche di Carlo
Carrà, Arturo Tosi, Arturo Martini, Adolfo Wildt, Francesco Messina, Alberto
Salitti, Raffaele De Grada, Zanini e altri. Mario Sironi e Arturo Martini,
presenti anche con un nucleo rilevante di opere, sono i due centri ideali
di questa rassegna.
Adolfo Wildt
Passiamoli in rassegna tutti questi capolavori novecentisti, bollati ideologicamente
per tanti anni. Ecco i paesaggi urbani di Sironi; il monumentale “Sua Maestà
il Re” (Milano, 1930, CIMAC) di Adolfo Wildt; il grande gruppo della
Trilogia dei Re (1926) di Arturo Martini del quale si può ammirare
anche “Donna al sole” (1930).
E’ stata persino ricostruita la sala del “Novecento” alla Biennale del ’24
con opere che comprendono anche “L’Architetto” di Sironi, forse il
più famoso capolavoro dell’artista; e ancora “Una persona e due età” di Achille
Funi, “Autunno” di Piero Marussig, la grande pala “I pittori” di
Anselmo Bucci.
Numerose poi le opere inedite o non viste da decenni, tra cui un inedito “Ritratto
di Margherita Sarfatti” di Mario Sironi, un “Ritratto di donna” (1925) di
Emilio Malerba a lungo considerato disperso, l’inedito “Ritratto di
signora” (1922) di Achille Funi, l’ironica “Cleopatra” di Anselmo Bucci
(esposta solo nel 1927), “Il monticino” di Carlo Carrà mai esposto
a Milano dopo il 1942.
E per chiudere, al di là della mostra ci sono tre grandi opere novecentiste
sparse sul territorio e poco note al pubblico: il monumentale “Amore”, discorso
primo (1921-24) di Leonardo Dudreville, una tela lunga circa 4 metri
x 3 ora alla Banca Intesa, “Et ultra” di Adolfo Wildt esposto alla Mostra
italiana del Novecento nel 1929 e ora al Cimitero Monumentale, e il “S. Ambrogio”
sempre di Wildt che fa parte del Monumento ai caduti di Giovanni Muzio. .

Margherita Sarfatti, ritratta da Sironi

Il catalogo


Achille Funi

Carlo Carrà
“Il
monticino”

Mario Sironi

Piero Marussig