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Intorno al Museo Nazionale e al Palazzo Reale i mutilati di guerra chiedono l’elemosina.
Tronchi umani senza più braccia, senza più gambe, ciechi, storpi, paralitici: chi per una mina, chi per una sventagliata di mitra, chi per una prigionia particolarmente feroce, per una tortura particolarmente accanita.
Sono i sopravvissuti di un esercito di morti che in meno di cinque anni giunse a sfiorare i due milioni di persone, un genocidio, meglio, un autogenocidio spaventoso: dal 1975 al 1979 la Cambogia divorò se stessa. Il tempo lava tutto e la memoria è selettiva, ricorda quello che vuole ricordare, dimentica ciò che le tornerebbe scomodo.



Pol Pot, i Khmer rossi, affondano in un passato nemmeno tanto remoto, vent’anni e poco più, dal quale nessuno ha convenienza a tirarli fuori: rappresentano l’orrore, e tanto basta; ma sul come e perché esso si manifestò si lascia cadere il silenzio.

Pol Pot

E’ successo, non ne parliamo più.
Una volta pensavo che capire aiutasse a non ripetere l’errore, adesso ho smesso di illudermi. “On fait toujours la même chose” dice il cinese della “Condizione umana” di Malraux, facciamo sempre la stessa cosa, nel piccolo come nel grande, nella storia collettiva come nelle più misere esistenze individuali. L’unica consolazione che ti rimane è quella che capendo, sapendo, non ci sarà nessuno che possa ingannarti, farti accettare il falso ricostruito rispetto al vero come si manifestò. Un palliativo, certo, ma bisogna accontentarsi, e poi a qualcosa ci si deve pure attaccare.
In caso contrario la storia diviene veramente un monologo shakespiriano, “il racconto di un pazzo gonfio di alcol e di furore”. I venti di guerra di questi giorni in Medio Oriente disegnano scenari già visti, parole d’ordine già sentite, analisi geopolitiche già sperimentate. Se scegliamo di raccontare quelli di un quarto di secolo fa e nel Sudest asiatico è perché si ha la sensazione di vedere lo stesso film.
Solo che già ne conosciamo il finale. Indipendente dal 1953, la Cambogia muove i suoi primi passi in un terreno politico e sociale sempre più minato e che può esplodergli sotto i piedi al minimo errore.
Confina con il Vietnam, appena uscito vittorioso, come Vietnam del Nord, dalla prima Guerra d’Indocina con i francesi, ha il fiato sul collo di una grande potenza come la Cina, sa che gli Stati Uniti vorrebbero imporle un’amicizia pelosa quanto interessata e utilizzarla come retrovia o punta di lancia, a seconda della esigenze, nella guerra che va preparandosi contro Ho-Chi-Min.

Per più di 15 anni il principe Sihanouk, capo dello Stato cambogiano, compie miracoli di equilibrismo.
Sceglie la via della neutralità, sa che schierarsi sarebbe esiziale per lui e fatale per il suo Paese. La stampa occidentale lo dipinge come un sovrano da operetta, uno a cui piace recitare, fare il regista, corteggiare le belle donne, un bellimbusto vanesio, insomma, residuo passivo di un processo di decolonizzazione portato avanti troppo in fretta.

Sihanouk

Il fatto che, dopo anni di esilio prima, di residenza coatta in patria dopo, Sihanouk sia ancora oggi il simbolo della Cambogia fa capire non solo come quella lettura fosse superficiale, ma anche le capacità tattiche e strategiche, la profonda identificazione con il suo popolo, di un sovrano che ebbe sempre a cuore, nel corso di anni terribili e ferrigni, la salvezza di un Paese sfortunato e martirizzato.
Nel 1970 Sihanouk viene fatto fuori da un colpo di Stato favorito dagli americani. Al suo posto va Lon Nol con il compito di reprimere il comunismo interno dei Khmer rossi, presente ma sino ad allora tenuto a bada e, soprattutto, stroncare l’utilizzo logistico che i Vietcong fanno del confine meridionale del Paese nella loro guerriglia contro il Vietnam del Sud.
Accade così che fra il ’70 e il ’75 gli Stati Uniti bombardano massicciamente la Cambogia con l’idea di far fuori i Viet, il governo di Lon Nol si caratterizza per un alto grado di corruzione e di incapacità, la popolarità dei Khmer rossi cresce nelle aree rurali, la maggioranza in un Paese di 11 milioni di abitanti, e prepara la successiva spallata al regime.
Phnom Penh, “la puttana sul Mekong”, cade il 17 aprile 1975 e quello che avviene dopo con la dittatura di Pol Pot è qualcosa di difficile da descrivere: l’evacuazione dei Centri abitati, con la capitale trasformata in una città morta, le deportazioni e i campi di rieducazione, l’abolizione del denaro, la profanazione e/o distruzione dei luoghi di culto.
La Cambogia affonda in un incubo nero per il quale non sembra esserci via d’uscita. Il ’75 è anche l’anno del ritiro degli americani dal Vietnam, una volta presa Saigon, un disastro su tutti i fronti, un fallimento politico oltre che militare. Eppure le sorprese non sono finite.
Pol Pot, spalleggiato dalla Cina, sogna “una grande Cambogia”, il ritorno a quel Kampuchea Krom, l’antico regno dei sovrani di Angkor, che si estendeva nel Vietnam meridionale. Cominciano così le razzie, i massacri delle popolazioni di confine, gli agguati e i colpi di mano. Il Vietnam reagisce, invade e vince.
E’ il 1979, Pol Pot si rifugia in Thailandia e da lì continua la sua battaglia. Lo appoggia la Cina, e questo è persino comprensibile, ma lo appoggiano anche gli Stati Uniti e l’Occidente, Francia in primis, che garantiscono alla “resistenza cambogiana” come viene ora definita con un delicato eufemismo, il seggio alle Nazioni Unite e “condannano” l’invasione vietnamita.
Tutto questo mentre il genocidio cambogiano ormai è venuto alla luce in tutta la sua evidenza e sempre più appare chiaro come dietro il colpo di Stato di Long Nol, dietro la lunga guerra contro il Vietnam non ci fosse un’analisi ragionata della situazione generale, dei Paesi implicati, dei sentimenti delle singole popolazioni, ma un raffazzonato pragmatismo da quattro soldi, un solido cinismo, un moralismo di facciata.

Chi oggi legga “Il cancello” (Ponte alla Grazie editore, 277 pagine, euri 15,49), il resoconto della prigionia e poi della fuga da Phnom Pehn di François Bizot, un trentenne ricercatore francese trapiantato in Cambogia sulle tracce delle più antiche tradizioni buddiste, non resterà sorpreso nel notare come in esso ci sia una sorta di pietà anche nei confronti degli aguzzini indigeni più spietati e però un lucido furore rispetto agli attori stranieri, ovvero occidentali, del dramma cambogiano.

“ Ma più ancora degli occhi spalancati dei cadaveri ammassati nelle risaie sabbiose, mi opprime il pensiero del plauso con cui l’Occidente salutò la vittoria dei Khmer rossi contro i loro fratelli nel 1975, tanto chiassoso e frenetico da coprire l’urlo lacerante del massacro di milioni di persone”.
Bizot non è allora né filocomunista né antiamericano e il suo amore per la cultura Khmer, per il mondo agricolo ancestrale lo colloca semmai in un versante del pensiero tradizionale e non rivoluzionario, mistico-esoterico e non materialista-progressista.
Eppure ben presto si rende conto che qualcosa non funziona. “Pareva che i contadini che mi circondavano, e di cui ero andato a condividere l’esistenza monotona stabilendomi in uno sperduto villaggio della zona di Angkor, avessero tutto da perdere dall’arrivo dei comunisti. Nella mia passione per le religioni e gli usi del passato, che avrei voluto perpetuarsi, avrei più volentieri accettato l’inverso delle ideologie in voga. Ma vivendo là, straziato dall’incertezza, e ben presto indotto a fronteggiare le più assurde contraddizioni, arrivai allo sconforto. Dal 1970, data di arrivo degli americani in Cambogia, fino al 1975, l’irresponsabilità di coloro che avevo creduto miei alleati in questa ricerca impossibile, la loro infinita goffaggine, la loro falsa e consapevole ingenuità, il loro cinismo mi provocarono furore e ripulsa. Durante quegli anni di guerra fui testimone dell’impermeabilità degli americani alla Cambogia”.
Il libro di Bizot è fondamentale per capire come un’ideologia possa divenire criminale e l’uomo trasformarsi in spietato e impassibile torturatore. Racconta altresì lo straordinario impulso alla sopravvivenza anche nelle situazioni più disperate e il dissidio che può nascere all’interno dello stesso animo fra abiezione e dignità …


Ma al di là di tutto questo e della bellezza anche stilistica de “Il cancello” che ha fatto dire allo scrittore John Le Carré, cui si deve la prefazione, di essere di fronte a un “classico”, quello che turba di più nella sua lettura è l’accorgersi di come un mondo possa essere facilmente, stupidamente devastato nel momento in cui altre culture, altre forme di sviluppo, altri interessi entrano nel suo campo d’azione.


La Cambogia che Bizot incontra nel 1965, l’anno del suo arrivo, “...era ricca, bella, costellata di risaie, punteggiata di templi. Il succedersi delle feste, il servizio alle divinità, i rituali più quotidiani, nulla era concepibile senza l’arte, la poesia, il mistero, perché lo spirito dei mani alitava continuamente sul ciclo delle stagioni.
Nessun contadino era tanto povero da non riservare i più bei frutti del suo orto agli ospiti dei monasteri dove i figli di ciascuna famiglia venivano chiamati a servizio.
Tutti i ragazzi facevano voto di adottare per qualche anno l’austero regime di vita dei monaci mendicanti, accedendo all’ordine durante una cerimonia sfarzosa per la quale i parenti preparavano oro, ornamenti, tessuti e gioie in largo anticipo.
Nelle campagne risuonava la vibrazione dei gong e noi sapevamo che le grida gioiose che ci giungevano appartenevano a coloro che stavano accompagnando i defunti verso il luogo della loro rinascita”
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Ho-Chi-Min

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Lon Nol

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Stenio Solinas