

C’è
chi ha l’obiettivo dichiarato di utilizzarlo come trampolino di lancio per
poi salire sul tetto del mondo. E chi invece quello di evitare l’onta delle
sconfitte continuate. Gli estremi qui si toccano nei quasi due mesi di lotta
sui rettangoli verdi di mezza Europa.
Succede dal 1883, da quando il nucleo anglosassone decise che la supremazia
continentale del rugby andasse giocata a suon di mete e calci piazzati.
Quello che era un quadrangolare, una trentina d’anni dopo, alla vigilia del
primo conflitto mondiale, aggiunse un posto a tavola; Francia ammessa al torneo
che già metteva di fronte Irlanda, Scozia, Galles e Inghilterra.
Nasce quasi un secolo fa dunque la straordinaria tradizione del Cinque nazioni,
la manifestazione più prestigiosa della palla ovale. Che dal 2000 ha visto
entrare nel novero delle partecipanti anche l’Italia.
Ed è qui che si torna all’inizio. A chi lotta qui per testare le proprie forze
in vista dei mondiali australiani in programma a ottobre 2003.
E chi, meno ambiziosamente (leggi proprio nazionale azzurra) combatte per
evitare l’en plein di KO. Al “Sei nazioni” questo record poco gratificante
viene battezzato con il Cucchiaio di legno, simbolico trofeo assegnato a chi
perde tutti i match del torneo.
E ci era toccato ben due volte nelle ultime tre rassegne. Come però al debutto
nel 2000, un successo inaugurale allora sulla Scozia e quest’anno sul Galles
(che si rivelerà alla fine l’unico), ha consentito al “quindici” italico di
evitare lo scomodo tris.
Chiedere di più forse, mettendosi alla pari di superpotenze continentali come
Irlanda e Inghilterra, appare eccessivo. Troppi anni di rugby altamente competitivo
e di esperienze maturate in giro per i templi sacri ci separano dai primi
adepti. Twickenham e il Landsdowne Road sono stadi che emotivamente piegano
le ginocchia al solo momento dell’ingresso.
Ma d’ora in avanti, se il nostro movimento vuole salire di livello, deve obbligatoriamente
attingere a tutte le risorse disponibili.
Che nel caso di questa disciplina rude ma corretta, laddove mancassero campioni
a raffica o disponibilità economiche importanti, si riducono al solo cuore.
Dando un’occhiata ai bilanci della Federugby ci si accorge infatti che anche
qui, come per quasi tutto lo sport della penisola, la bombola dell’ossigeno
è molto vicina all’esaurimento.
Si parla addirittura di non avere liquidità per pagare gli arbitri del campionato
nel caso in cui non arrivassero annualmente gli introiti del “Sei nazioni”.
Ogni stagione porta con sé la solita problematica morale, ma dettata anche
dai numeri.
I 35 milioni di Euro che la BBC (la Rai d’oltremanica) sborsa per l’acquisto
dei diritti televisivi vengono spartiti inevitabilmente con una scala gerarchica
dalle nazioni con il migliore curriculum nella manifestazione.
Poche briciole dunque per noi e, a turno, per gallesi e scozzesi, fanalini
di coda del movimento continentale. E sopravvivenza nostrana che pare poter
reggere sino a quando arriveranno sponsor vogliosi di investire. Brutto parlare
del vil denaro quando poi si ha a che fare con un evento esemplare dal punto
di vista agonistico.
L’unico forse capace di far tacere bombe e attentati sotto l’egida dell’ovale.
Mandare in battaglia (sportiva s’intende) ragazzi dell’Ulster e dell’Eire
ha dell’incredibile. Eppure se l’Irlanda si unisce e tifa nel nome di un pallone
che rotola verso una meta, dimenticandosi decenni di morte, una valenza eccezionale
dovrà pur esserci nel competere per questo trofeo.
Che significa tradizione, rispetto delle regole ed anche educazione. A cominciare
da quei poliziotti presenti sugli spalti quasi in tenuta da riposo.
Steccati, reti, divisori, caschi o peggio lacrimogeni qui non non se ne vedono.
Finisce tutto (e si accetta) con il verdetto del campo. Il seguito è pretesto
per un buon terzo tempo, ovvero lo spazio di parecchie bevute in compagnia
di amici e nemici.
Non si spiegherebbe altrimenti come mai quasi ottomila gallesi giunti a Roma
per sostenere la propria nazionale, imbevuti di birra già dal primo pomeriggio,
se ne siano tornati a casa con la stessa civiltà con la quale avevano messo
piede da sobri nella nostra penisola.
Niente striscioni offensivi o movimenti di ultras da tener d’occhio con la
minaccia delle manganellate.
La lezione del rugby al grande fagocitatore pallonaro viene soprattutto da
qui.
Umili, pochi soldi ma rispetto per chi gioca e per chi paga. Senza simulazioni
o gesti di reazione che a volte, visti i contatti sul rettangolo verde, ci
potrebbero anche stare. Forza di un ambiente che potrebbe però avere nell’eccessivo
conservatorismo il lato debole.
Se lato debole si può definire però l’attestarsi a difesa delle proprie abitudini
sportive.
Cambiamenti di regole o stravolgimenti tecnico-tattici in nome di politicanti
che promettono sicuri ritorni economici qui non se vedono.
E allora si va avanti con chi, grazie ad anni di match infuocati, ha saputo
guadagnarsi la vetta della montagna. Non stupiamoci se 120 anni dopo il trionfo
nella edizione d’apertura, ci sono ancora gli inglesi lassù.
E non stupiamoci quindi se la novellina nazionale azzurra ci regalerà solo
a sprazzi gioie da primattori.
