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Due personalità difficili da gestire e distanti come filosofia di vita e come finalità artistiche. Eppure si possono considerare come due amici-nemici che non riuscirono a collaborare per la loro innata indipendenza.
La persona che li fece incontrare fu Bettina Brentano, donna di prestigio ed introdotta negli ambienti sociali più elevati, quindi in grado di contattare le più importanti personalità del tempo. Inoltre, Goethe nutriva affetto per Bettina essendo figlia di Maximiliana La Roche, suo primo amore. L’amicizia con il poeta, nata nel 1807, dette vita al “Carteggio di Goethe con una bimba”, che testimonia quanto la fanciulla ampliasse le notizie ed i ricordi, dando ampio spazio alla fantasia. Per quanto concerne i contatti della Brentano con Beethoven, essi si basano ugualmente su fantastici giochi della mente. Fu la donna che approfittò della sua conoscenza del compositore per fomentare le voci di un grande amore e per inventarsi inesistenti lettere infuocate. Al di là dei pettegolezzi del tempo, possiamo dar merito alla Brentano di aver progettato i famosi incontri rimasti nella storia, che si verificarono il 19 ed il 23 Luglio 1812 a Teplitz.

I due personaggi si ammiravano vicendevolmente e soprattutto il compositore stimava Goethe, del quale aveva già musicato alcuni Lieder, desiderando comporre anche la musica per l’Egmont. Quindi, vi erano le basi per una fusione ed una sintonia completa e senza incrinature specifiche che avrebbero potuto invece crearsi per rivalità di successo nell’amore per la stessa donna (Brentano). Già nel 1809, Beethoven aveva chiesto agli editori Breitkopf e Hartel una edizione completa delle opere di Goethe e Schiller. Un’anticipazione che preludeva ai risultati clamorosi verificatisi più tardi. Una volta il musicista scrisse alla Brentano: “…le poesie di Goethe mi rendono felice…” ed inoltre: “Goethe mi sembra grande e maestoso, sempre in Re maggiore”. D’altra parte, di Goethe abbiamo alcune testimonianze che possono affiancarsi alle sensazioni avute dal musicista: “Non ho mai visto alcun artista più raccolto, più energico, più profondo”, ma a questa frase egli aggiunse una postilla che faceva già capire alcune sue riserve nei confronti dell’illustre maestro: “Comprendo bene come egli debba essere singolare di fronte al mondo”. Elementi già in grado di creare piattaforme di discussione ricche ed articolate. Attestazioni di reciproca stima, ma che non sono solo sufficienti a chiarire la sotterranea lotta psicologica che esisteva tra loro, in quanto entrambi si sentivano importanti ed indispensabili per il mondo della cultura. Goethe scrisse: “Malauguratamente Beethoven è una persona del tutto indomabile; certo non ha torto di trovare il mondo detestabile, ma non è davvero questo il modo migliore per renderlo piacevole a sé e agli altri. Bisogna compatirlo e compiangerlo perché è sordo”. Un’offesa che creerà una ferita insanabile.

Goethe non ascolterà più la musica beethoveniana (il 1° tempo della Quinta Sinfonia fu l’ultima pagina del compositore che ascoltò) e Beethoven chiuderà definitivamente con il mondo di Goethe esclamando: “Non c’è da dire sul suo conto più che sulle ridicolaggini dei virtuosi, quando dei poeti che dovrebbero essere considerati come i primi maestri della nazione dimenticano tutto per codesti orpelli”. Il Maestro, prima di questa dura frase, vedeva nel Poeta la fonte universale di un mondo musicale drammatico (sono di questo periodo le musiche di scena per Egmont e alcuni Lieder tratti dal primo Faust) e come scrive Claudio Casini: “…l’adesione del poeta indiscusso ad uno spegnimento degli ideali progressivi nutriti dalla generazione precedente, ai quali Beethoven si era fermato, risultava quasi un tradimento dei compiti di poeta-vate che una parte della cultura tedesca attribuiva a Goethe e che per Beethoven furono crudelmente delusi negli incontri” (1). Anche se Bettina si adoperò totalmente per cercare di ricostruire i rapporti fra i due personaggi, non vi riuscì a causa della caparbietà e della grande fiducia che essi avevano nelle loro opinioni, non accettando che altri entrassero nella loro sfera d’azione. Inoltre, Beethoven accusava Goethe di essere troppo servile con il potere togliendosi il cappello e chinando la testa al passaggio dei potenti, mentre Goethe, a sua volta, criticava il musicista in quanto girava la testa dall’altra parte al passaggio della corte. Due visioni diametralmente opposte, ma estremamente significative. Rimane, comunque come nota positiva, il fatto che durante gli incontri essi ebbero l’occasione di scambiarsi opinioni e riflessioni. Si presume che da ciò sia scaturita una nuova linea di pensiero che entrambi misero in atto nei loro lavori successivi. Un’ipotesi a cui tutti vorremmo credere, ma di cui non sapremo mai la fondatezza.

(1) C. Casini: “Beethoven e la libertà nella musica”. Ed. Cremonese – Roma 1976

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adriano Bassi