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18 aprile 1990: il governo cinese decide di costruire, su un’area agricola situata sulla riva destra del fiume Huangpu, di fronte al centro storico di Shanghai, un nuovo quartiere della città, denominato Pudong. Esso deve comprendere un centro direzionale, una cittadella dell’alta tecnologia, una zona di libero scambio, un parco agricolo urbano, oltre a una serie di zone residenziali di architettura moderna. I lavori cominciano senza indugio, impegnando fino a centomila operai che spesso lavorano anche su tre turni, sette giorni la settimana, se necessario alla luce di grandi cellule fotoelettriche.

Questo frenetico periodo di costruzioni è costellato di difficoltà e incidenti anche gravi, ma nulla riesce a fermarlo, perché la città deve uscire dal suo lungo letargo e gettarsi all’inseguimento delle altre grandi metropoli. Natale 2002: grazie a investimenti, pubblici e privati, cinesi e stranieri, per quasi 70 miliardi di Euro, Pudong è diventata la più moderna città, o più precisamente il più moderno quartiere dell’Asia, con il grattacielo più alto, la più avveniristica torre televisiva, un aeroporto da 25 milioni di passeggeri annui collegato al centro da una ferrovia a lievitazione magnetica capace di 450 km orari, due ponti sospesi completi di svincoli fantascientifici per collegarla al resto di Shanghai e 1.684.500 abitanti che hanno sia il più alto reddito pro capite, sia la vita media più lunga di tutta la Cina. Ma un gigantesco plastico esposto al Museo dello sviluppo urbano mostra che siamo solo all’inizio dell’opera: mancano ancora all’appello decine di grattacieli, tre tunnel sotto lo Huangpu, altre tre piste aeroportuali che dovrebbero portare la capacità del Pudong International Airport a cento milioni (sic) di passeggeri annui e una serie di altre opere da fantascienza.

Più che le opere stesse, supportate da infrastrutture più che adeguate come una grande biblioteca internazionale, 439 unità sanitarie e una modernissima Scuola di lingue straniere, colpisce il visitatore europeo la rapidità della loro realizzazione. Per chi viene dal Paese in cui si impiegano vent’anni per costruire il canale scolmatore del Seveso o per quadruplicare la linea ferroviaria Milano-Treviglio, che tutto ciò sia stato costruito in poco più di dieci anni ha dello stupefacente. D’accordo che qui il potere del governo è assoluto, che non esistono né opposizioni inquisitive, né Tribunali Amministrativi regionali pedanti e che invece abbonda la manodopera a buon mercato: ma l’impresa sarebbe egualmente impossibile senza una capacità imprenditoriale di primissimo ordine e una inclinazione a “pensare grande”, che forse oggi solo la Cina possiede in questa misura. Non è un caso, del resto, che oltre cento delle 500 più grandi società del mondo e cinquanta delle maggiori banche si siano affrettate a installare a Pudong gli uffici delle loro filiali cinesi e che nella cittadella dell’alta tecnologia si vedano già le insegne delle maggiori multinazionali del settore. Non è un paradosso definire Shanghai, con i suoi 14 milioni di abitanti su un’area di 6.340 chilometri quadrati, “una città esagerata”.

Essa vuole primeggiare in tutto, ma soprattutto in efficienza, ricchezza, cultura. Gli opuscoli di presentazione fanno rilevare che la città, con un ottantesimo degli abitanti, genera il 5,2% del PIL di tutta la Cina ed è responsabile per il 23,6% delle sue importazioni e il 25,5% delle sue esportazioni. C’è un centro commerciale nel cuore della città, ovviamente riservato ai nuovi miliardari (in euro!), che non ha nulla da invidiare né al Faubourg St. Honoré di Parigi, né alla Fifth Avenue di New York né alla Bond Street di Londra e dove giovani azzimati spendono somme da capogiro. C’è un asilo per la nuova classe dirigente – con rette di 2.000 Euro l’anno - in cui si incontrano bambini di quattro-cinque anni che ti sanno dire in tempo reale che cosa fa 6 più 8 meno 7 più 6 più 5 (articolo di N. D. Kristof sul New York Times). C’è una nuova Borsa Valori che presto farà concorrenza a Hong Kong per il primato nazionale e su cui la Cina intera conta per completare la sua metamorfosi capitalistica.

Ci sono almeno tredici alberghi a cinque stelle di un lusso sfrenato, in cui si cerca, approfittando anche dell’abbondanza della manodopera, di soddisfare tutte le possibili e immaginabili esigenze della clientela. C’è una enorme varietà di ristoranti dove si può mangiare, a prezzi non esorbitanti sullo standard internazionale, cinese, giapponese, italiano, indiano, francese. Ci sono in circolazione quasi cinquantamila taxi, più che a Tokio, San Paolo o Nuova York. Ci sono empori giganteschi in cui si trova tutto quel che viene prodotto al mondo, ma anche una miriade di mercati dove, per qualche ragione misteriosa, gli stessi articoli perfettamente imitati vengono offerti a un decimo del prezzo. C’è un porto che, per volume di traffico, è già oggi il terzo del mondo, ma che diventerà il primo in assoluto quando sarà completato il nuovo scalo oceanico in costruzione e la Cina, come è nelle previsioni, sarà la terza potenza economica del globo. Il prossimo traguardo su cui le autorità puntano moltissimo è l’acquisizione della Expo mondiale del 2010, per cui è già stata riservata una vasta area a cavallo del fiume, oggi occupata da fabbriche e cantieri destinati alla demolizione. Pur guardando soprattutto all’avvenire, e compiacendosi di rovesciare sui visitatori una valanga di statistiche che ne documentano gli straordinari progressi, Shanghai ha un occhio di riguardo anche per il suo passato semicoloniale: ha trasformato il famoso Bund, il lungofiume su cui sorgono tutti i principali edifici dell’inizio del secolo e dove si concentrava un tempo la presenza straniera, in una specie di museo all’aria aperta illuminato tutta la notte, e nel sottosuolo del Museo urbanistico ha meticolosamente ricostruito una strada degli anni Venti, completa di negozietti artigianali e di buca delle lettere di modello britannico. Da vedere, c’è anche il vecchio palazzone dove, anni luce fa, si svolse il primo Congresso del Partito comunista cinese. Più indietro non si va, perché all’inizio dell’Ottocento Shanghai era solo un grosso villaggio di pescatori in una posizione “strategica” vicino alla foce dello Yangtse, che per questo ebbe la ventura di attirare l’attenzione degli europei; per trovare qualche pagoda risalente ad epoca anteriore, bisogna fare molti chilometri verso l’interno. Shanghai ha nei confronti della capitale un curioso atteggiamento di sufficienza, un po’ simile a quello che ha Milano per Roma: “I pechinesi chiacchierano, noi lavoriamo” si sente ripetere spesso a vari livelli, e dai discorsi della gente emerge la certezza che, nonostante gli investimenti del governo centrale in vista delle Olimpiadi del 2008, la differenza nel reddito pro capite che già esiste a favore di Shanghai sia destinata ad aumentare. Inutile fare osservare che forse la città sta correndo troppo in fretta, che molte iniziative appaiono, all’osservatore esterno, come rischiose fughe in avanti e che in vari settori si sente puzza di bolla speculativa. Per esempio, molti dei nuovi grattacieli di venti-venticinque-trenta piani, quasi tutti diversi l’uno dall’altro, che stanno gradualmente sostituendo le casupole d’antan, appaiono ancora vuoti, perché il grosso della popolazione non ha i mezzi né per comprarsi un appartamento (100.000 Euro per cento metri quadrati nei quartieri migliori) né per affittarlo. “L’importante”, rispondono le autorità municipali, ”è creare i nuovi spazi abitativi, passare subito dal livello mattoni e paglia a quello dell’edilizia più moderna.
Con il nostro tasso di sviluppo del 10 per cento annuo, i grattacieli troveranno ben presto acquirenti in quantità”. C’è, ovunque, la convinzione che la città, grazie anche alla sua vivacità culturale, alla sua animata vita notturna, alla qualità delle sue scuole e alla sua spiccata vocazione internazionale, stia attirando i migliori talenti del Paese e sia perciò comunque destinata a prosperare. In più, gli amministratori non hanno (almeno per ora) il fiato degli elettori sul collo, perché escono da una elezione indiretta in tre fasi interamente governata dal partito. Nonostante il frenetico ritmo degli investimenti e il grandioso layout dei nuovi quartieri, la rete stradale è invece ancora inadeguata, sia per la presenza di un fiume che divide in due la città, sia per la difficoltà che anche un regime totalitario incontra a sventrare i vecchi nuclei abitativi. Per evitare che il traffico, da caotico, diventi ingovernabile, le autorità hanno perciò adottato, in via transitoria, un sistema che fa piuttosto discutere: il numero delle nuove automobili che possono essere immatricolate ogni anno in città viene contingentato e le relative targhe vengono messe all’asta. Ma, con l’aumentare del benessere, e anche con il crescente bisogno di mobilità dei nuovi uomini d’affari, la domanda è talmente forte che una licenza viene pagata fino a 5-6000 Euro, cui bisogna naturalmente aggiungere il prezzo dell’automobile. In compenso, la benzina costa molto poco, non scoraggiando affatto la circolazione e buona parte delle grandi case automobilistiche fabbricano (o si apprestano a fabbricare) le loro vetture in loco, in joint venture con i cinesi. Anche per i progetti di rinnovamento urbano si usano spesso metodi autoritari: quando decidono la demolizione di un’area, le autorità invitano gli abitanti a sgombrare le loro case entro un mese, offrendo una soluzione alternativa nel raggio di 20 km. Se i tempi non vengono rispettati, questa distanza passa a 40 chilometri, e così via in progressione. Nessuno, tuttavia, viene lasciato per la strada.
Quel che impressiona soprattutto di Shanghai è il ritmo, dovuto alla frenesia di recuperare il tempo perduto quando Mao inseguiva le sue utopie, e accomodarsi finalmente in prima fila nel nuovo mondo globalizzato. E’ un ritmo che richiama alla mente i moniti guglielmini contro il “pericolo giallo”, anche se l’imperatore germanico non poteva certo immaginare un profilo urbano come quello di Pudong. E’ un clima che contagia tutti, uomini maturi e giovani scolari, impiegati delle multinazionali e operai edili. I datori di lavoro della giovane Cina capitalista pretendono molto dai loro dipendenti e i genitori pretendono molto dai loro figli. Racconta sempre Kristof che nella “Scuola secondaria n. 2”, (un collegio come ce n’erano da noi ai tempi antichi, nonostante il nome un po’ sovietico) gli allievi studiano dalle 6.30 del mattino alle 23.00, con brevi intervalli per i pasti e gli esercizi fisici, il sabato hanno ripetizione dalle 9.40 alle 17.10, e la domenica, unico giorno in cui sono autorizzati a rientrare in famiglia, fanno “compiti autoassegnati” per migliorare nelle materie in cui si sentono più deboli.
A quattordici anni parlano e scrivono tutti in tre lingue, il mandarino, l’inglese e, manco a dirlo, il dialetto di Shanghai. Essendo partita con tanto ritardo rispetto alle altre metropoli con cui sogna di misurarsi, e con l’handicap di avere alle spalle un Paese immenso e arretrato con un reddito pro capite che è un quinto del suo, Shanghai deve naturalmente ancora fare molta strada. Quando si esce da Pudong o dal centro storico dietro il Bund, e ci si addentra nei quartieri periferici dove vivono ammassati milioni di persone e ogni giorno affluiscono nuovi disoccupati dalle campagne, quando si vedono autobus gremiti fìno all’inverosimile portare al lavoro uomini e donne che guadagnano tra le trecento e le quattrocentomila lire al mese, ci si rende conto che il Terzo Mondo è ancora dietro l’angolo.
Ma se c’è una città che può farcela è sicuramente Shanghai. Appuntamento per il sorpasso intorno alla metà del secolo.

Livio Caputo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Livio Caputo