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Un altro “Lunario”, un altro tenore.
Forse il più leggendario di tutti: Beniamino Gigli (Recanati 1890 - Roma 1957).
Quando cantava osannato nei teatri di tutto il mondo, un grande saggista, Ugo Ojetti, scrisse: “E’ l’eterno tenore, tutti i tenori, l’elisir di tenore”.
A distanza di tanti anni, credo che quelle parole si possano riprendere integralmente. Il vero ricordo di Gigli è proprio in quel suo identificarsi con l’idea stessa del tenore, con l’archetipo canoro dell’uomo che passa dalla “gelida manina” alla “recondita armonia”, allo “spirto gentil”, al “cielo e mar”.
Nel tenore è simboleggiata la giovinezza. Se, come nel “Mefistofele” di Boito, egli appare all’inizio bianco e cadente, venderà la propria anima pur di riagguantare i piaceri della verde età. La giovinezza del tenore è completata da una nobile collocazione sociale: è principe o duca, cavaliere o comandante, navigatore o artista. Nei rari casi in cui sia afflitto dalla povertà, è almeno poeta o si tratta d’un travestimento.
Beniamino Gigli era l’incarnazione di tutto questo negli anni Venti e Trenta che segnarono i vertici della sua fama. I grandi teatri erano però riservati a pochi spettatori, la diffusione della radio e dei dischi era modesta. A Gigli mancava ancora il confronto con quello che si è soliti definire “il grande pubblico”.
Accadde sul finire degli anni Trenta. Gigli fu protagonista di due film, “Solo per te” e “Marionette”, entrambi diretti da Carmine Gallone. Era il tempo dell’impero da poco tornato “sui colli fatali di Roma” dopo la guerra d’Etiopia. Ebbene, proprio “l’eterno tenore” si presentava cantando: “Partirono le rondini/dal mio paese freddo e senza sole/cercando primavere di viole/nidi d’amore e di felicità…”. Era un po’ come far entrare in quel calore africano il gelo delle lande nordiche, il lungo buio boreale. L’incontro col “grande pubblico” fu, dunque, all’insegna del contrasto.
Non che Gigli fosse un avversario del fascismo: nel ’45, anzi, ebbe noie per la sua fervida adesione al regime di Mussolini. Ma non c’è dubbio che “il paese freddo e senza sole”, detto da lui con languido abbandono di esule, provocò i brividi e gli stupori di un esotismo a rovescio.
Quanto all’immagine del tenore, favoleggiata su biografie che ne illuminavano i destini fin da quando era chiamato “il canarino del campanile di Recanati” (suo padre, infatti, era il campanaro del duomo), essa sembrava smentire i connotati fissati dalla fantasia. Rodolfo, Nemorino, Andrea Chénier, Edgardo, Cavaradossi si erano calati nei panni d’un bonario papà già oltre la quarantina, con le mani spesso appoggiate al cuore e il passo largo di chi deve fare i conti con la pinguedine. Poi la voce rimediò il guasto. Bastava chiudere gli occhi, dimenticare i maligni primi piani delle gote quasi squassate dalle alte tessiture e dall’acuto, per ritrovare in Gigli soltanto il tenore, cioè la giovinezza, il sogno, la poesia.
Nel 1941, Gigli girò il suo terzo film, “Mamma”, diretto da Guido Frignone con la grande attrice Emma Grammatica.
La canzone di Bixio e Cherubini, che comincia con le parole “Mamma, son tanto felice/perché ritorno da te…”, fu il nuovo “O sole mio”. I patiti del melodramma saranno delusi, e forse offesi, per questa spuria eredità che dimentica altre memorabile interpretazioni di Gigli. Anche i patiti della poesia potrebbero citare altri, meno orecchiabili, incantesimi sulla figura della madre.
Ma Gigli rimane davanti a tutti. I poeti dicono “madre” o “mater”, mettono un diaframma tra cuore e parola, scrivono l’invocazione con la lettera minuscola. Gigli singhiozza “mamma” senza freni razionali o linguistici, e la lettera maiuscola non ha bisogno d’essere segnata: è nella natura stessa dello scenario (“Sento la mano tua stanca/cerca i miei riccioli d’or…”), in un’infinita prosecuzione di vecchie radici, di spasimi e addii. Certamente, Gigli è stato molto di più.
Quando morì, il critico musicale del “Corriere della Sera” Franco Abbiati lo ricordò con questa parole: “Poche volte è caduta dalla nostra penna la definizione di ‘voce d’oro’, non veramente peregrina, ma in alcuni casi insostituibile. Una volta sola la sottolineammo con gioia, nel rapimento di una serata pucciniana che alla Scala aveva fatto acclamare ‘Manon Lescaut’.
Perché Des Grieux, quella sera memorabile, era Beniamino Gigli e la voce di Gigli pareva proprio d’oro per il colore, il luccicore, la pastosità e il suono di cui nessun altro metallo può offrire la similitudine”.
Nell’imponente volume “Le grandi voci – Dizionario critico biografico dei cantanti con discografia operistica”, diretto da Rodolfo Celletti, pubblicato nel 1964, a proposito di Gigli si legge: “In certi attacchi di romanze (‘Spirto gentil…’, ‘Dai campi, dai prati…’ ‘Come un bel dì di maggio…’, ‘Amor ti vieta…’, ‘Apri la tua finestra…’), il suono era così puro e diafano e l’espressione così felicemente estatica, che riacquistava improvvisamente peso e significato l’abusato termine di ‘voce angelica’ ”. Penso che quegli alti elogi siano ancora validissimi.
Non si spiegherebbe altrimenti la fama che fece di Gigli un cittadino del mondo. Molti soldati italiani che ebbero la sventura di cadere nelle mani dei tedeschi dopo l’8 settembre 1943, videro un lampo di tregua negli occhi dei loro custodi quando ripetevano con dura pronuncia teutonica: “Ghi-ghli, Ghi-ghli”. Se una voce può servire a questo, significa che essa è già oltre il limite consueto dello spettacolo e della ribalta. Tutto questo è irrimediabilmente remoto. La raucedine d’un cantante è un anonimo incidente di fronte allo strappo muscolare o alla pubalgia d’un calciatore.
Per l’opera, i divismi sono finiti con la morte di Maria Callas o, per sopravvivere, hanno bisogno di riunire per un concerto “i tre tenori” (in rigoroso ordine alfabetico, José Carreras, Placido Domingo e Luciano Pavarotti).
Per Beniamino Gigli non c’è nemmeno la coincidenza di un anniversario, quando ci si presenta con i fiori in mano, si tiene qualche conferenza, si espone qualche cimelio, si offre un busto o s’inaugura una piazza. L’immobile giovinezza, di cui il tenore è la logora bandiera, celebra le sue resurrezioni in terre, castelli e città distanti e inaccessibili.
L’inverno è in mezzo a noi. I termometri segnano il sotto zero. Gigli potrebbe tornare soltanto nei panni del poeta Rodolfo, sotto la finta neve e il finto freddo della Barriera d’Enfer (“Bohème”, atto terzo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Giulio Nascimbeni