

Nel cuor dell’Europa Cristiana, qui a Milano, presso il Museo Diocesano, si è aperta una straordinaria mostra dal titolo “Il Divino Infante”, visitabile fino agli inizi di marzo 2003.
Sono sculture devozionali del Bambin Gesù provenienti dalla Collezione Hiky Mayr Hinterkircher, circa cento sculture a tema, proposte in un excursus storico calato tra i secoli XVII e XIX, che documentano Gesù Bambino attraverso i manufatti esposti, tecniche, usi e iconografie, opere devozionali che non hanno una attinenza specifica con il presepe (visto che le dimensioni vanno tra i sessanta e i novanta centimetri per quelli in piedi e tra i cinquanta e i settanta per quelli distesi) ma fanno l’immagine autonoma. Statue del bambino in fasce e ignudo, in piedi e seduto, quel “Piccolo Re” venuto a salvare il mondo e gli uomini, tanto piccolo, quanto grande, in quanto figlio di Dio.

Le
statue del Piccolo Re sono dotate di un corredo sfarzoso, di vesti ricchissime;
esse sono state realizzate in legno intagliato e policromo, in cera, in terracotta
e in carta pesta, spesso sono stati accostati materiali diversi, e con disinvoltura.
Il nucleo più consistente di queste opere proviene da celebri botteghe artigiane,
da quelle napoletane a quelle siciliane.
La mostra indaga quindi non solo il tema della scultura di devozione ma vuole
approfondire un’analisi stilistica di opere fino ad oggi studiate in modo
parziale, allargando la riflessione anche su temi teologici, biblici e liturgici
riguardanti appunto il Gesù Bambino. Spesse volte noi storici dell’arte, prima
di avvertire situazioni legate alla tecnica e allo stile, ci siamo chiesti
da dove muovesse la rappresentazione del Santo Bambino; in questo caso, muovendo
dal tema dell’Incarnazione nell’ambito della Chiesa latina, Anselmo d’Aosta
nel XI secolo fu tra i primi teologi latini a riflettere sulla circoncisione.
La riflessione poi sulla Santa Innocenza che nell’arte passa nel corpo ignudo
del Bambino, lascia trasparire un’iconografia che dalla camicia trasparente
della pittura romana, passa facilmente alla nudità, intesa come mistero dell’Incarnazione,
tema ancora ripreso nelle raffigurazioni della Vergine nel corso del Quattrocento,
in relazione sia all’Annunciazione che alla disputa sull’Immacolata Concezione.
E’ pur vero che non si sa esattamente quando sorga la raffigurazione scultorea
del Bambino, spesse volte il prototipo lo si rintraccia nel “Bambino dell’Aracoeli”
del secondo decennio del Trecento. Questi è fasciato e solo la mano destra
è lasciata libera dalle bende per la benedizione; viene riccamente vestito
e incoronato solo in occasioni liturgiche particolari.
Un diverso prototipo ignudo è diffuso ad esempio, in area tedesca, e risale
al XIV secolo. Gli ambiti in cui il culto del Gesù Bambino viene maggiormente
diffuso è quello domestico e quello monastico: la tradizione vede popolati
i conventi femminili, come si ha riscontro nella collezione del Museo delle
Descalzas Reales di Madrid, il convento delle Clarisse fondato dalla figlia
dell’Imperatore Carlo V.
Tra il XVII e il XIX secolo vi è un potente impulso alla diffusione di questo
culto, anche ad opera dei nuovi Ordini religiosi, vale a dire i Gesuiti, i
Teatini e gli Scolopi. In realtà, alla luce dei manufatti che oggi abbiamo,
occorre dire che salvo rare eccezioni, la produzione non ha un interesse esclusivamente
artistico, in quanto si afferma in quella linea di confine fra la ricerca
artigianale e quella artistica, in stretto rapporto con la storia della devozione
e del gusto. Non per questo la mostra non ha fascino, anzi nel suo genere
non ha eguali, grazie alla varietà delle immagini e alla ricchezza dei valori
percepiti. Una macro sezione della mostra con nove vetrine mostra quello relativo
alla nudità e alla vestizione dei simulacri. L’importanza dei tessuti, la
ricchezza delle corone, le lunghe parrucche sottolineano l’aspetto regale
del piccolo Gesù.
Le sculture presentano testa e mani scolpite, mentre il corpo è costituito
da un’anima rigida avvolta in cascami di tessuti.
I “Bambini del Paradiso” sono ambientati in scenografie ove il giardino
è il luogo deputato ad accogliere i giusti dopo la vita terrena. I “Bambini
della Passione” legano la santa infanzia di Cristo alla
sua passione e morte.
Poi troviamo i “Bambini distesi e in fasce”, come la scultura appartenuta
alla mistica domenicana Margherita Ebner vissuta in un convento vicino a Dillinger
in Baviera, ed eseguita in legno policromo.
Interessanti anche “i Bambini negli scarabattoli” che acquisiscono
il pregio del souvenir. E non manca infine il culto di Maria Bambina
che ha origine in oriente e giunge poi a Roma, per essere poi nel VII secolo
celebrata nella liturgia romana. Quest’ultimo culto è fortemente radicato
al nord Italia e specie a Milano presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli
fin dal X secolo.
Per tale iconografia si fa riferimento alla francescana Chiara Isabella Fornari
da Todi che tra il 1720 e il 1730 avrebbe modellato nella cera delle figure
di Maria Bambina, talune di queste sarebbero giunte presso i Cappuccini di
Santa Maria degli Angeli, e un prototipo si trova oggi nella Casa madre dell’Ordine
dal 1876. Non si potrà non avvertire come siano belle queste statuette con
forme rotondeggianti, pelle rosea, gote, ginocchia e gomiti resi in incarnato
più acceso, bocca dischiusa, braccia aperte e protesi in avanti.
Occhi
con pasta di vetro, i capelli sono vere e proprie parrucche, e varianti iconografiche
che mutano rispetto alle classi sociali che ne celebrano il culto. Sta di
fatto che il culto autonomo viene contestualizzato con l’allestimento del
presepe.
Il primo di cui si ha notizia, fu organizzato a Praga nel 1560, mentre a Roma
furono gli Scolopi a regolamentarne la costruzione. Artigiani artisti hanno
dato nei secoli al Divino Infante il valore di un culto, ma anche il valore
di una spinta al collezionismo. ò
passare inosservato uno dei più grandi nomi legati all’icona, vale a dire
Onufri, pittore attivo a Berat, che fu anche a Venezia nel XVI secolo; in
lui resistono influenze tardo bizantine, accenti di scuola cretese, elementi
di connotazione gotica.
Attorno a Onufri si sviluppò una scuola di allievi, a loro vanno ricondotte
le opere più belle che sono giunte a noi – oggi conservate nel Museo Onufri
a Berat - tavole come pagine di bellezza e splendore, ma anche di fede e di
storia.


