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Come gondoliere non deve essere stato il massimo… Non che mancasse di robustezza o di manualità.Le immagini di una lunga e silenziosa vecchiaia ne hanno tramandato l’icona della fragilità, un’esile canna sempre sul punto di spezzarsi, ma l’Ezra Pound che incrocia i guantoni da boxe con Ernest Hemingway nella Parigi del primo dopoguerra, che scalpella il marmo e costruisce da sé librerie, tavoli e sedie del suo studio di Montparnasse, che suda e impreca sotto gli occhi attoniti di Prokosch sui campi da tennis di una Rapallo degli anni trenta era l’immagine splendente della vitalità poetica, dell’artefice guerriero lancia in resta, anima e corpo, contro le brutture e i mali del mondo. No, è che così lungo e dinoccolato, così distratto e svagato, trovare l’equilibrio su quel sinuoso guscio solcante la laguna non doveva essere cosa facile.
“Penso che senza rimetterci in salute, per qualche settimana potrei farlo”, scrisse al padre. Prese anche qualche lezione, poi saggiamente lasciò perdere.
Abitava all’angolo tra Fondamenta Nani e calle dei Frari:
“Dunque, la mia finestra/dava sullo Squero dove Ogni Santi/incrocia San Trovaso/le cose hanno fine e principio”. Proprio lì aveva abitato a lungo Frederick Rolfe, il Baron Crovo di Il desiderio e la ricerca del tutto, il prete mancato, morboso e decadente, che fra calli e canali aveva trovato il suo paradiso amorale e senza tempo.

Tra il giovane americano barbaro che arrivava in Europa per abbeverarsi di classicità e il maturo e raffinato inglese che fuggiva dalla madrepatria incartata nelle buone maniere per cercare una nuova verginità, le differenze non sarebbero potuto essere più grandi. Ma su entrambi Venezia agì come un detonatore, una sorta di rivelazione, l’altra dimensione rispetto a quella fino ad allora vissuta. “O Dio, quale grande bontà/abbiamo compiuta in passato/ e scordata, /da donare a noi questa meraviglia, /o Dio delle acque?/O Dio della notte, /quale grande dolore ci attende, /da compensarci così/Innanzi tempo?”, scriverà Pound nella Litania notturna a Venezia.
Era il 1908, aveva 23 anni, poeticamente già prefigurava la tempesta che avrebbe attraversato. Si deve a Mary de Rachewiltz questo piccolo gioiello che si chiama "Venezia nei Cantos"
e che l’editore Tallone ha stampato da par suo: composizione a mano, carta velina avorio Magnani, i tipi disegnati da Alberto Tallone e incisi a Parigi da Ch. Malin, tiratura limitata in 560 copie, 250mila lire, 142 pagine, edizione bilingue italiano e inglese. Un omaggio filiale che ha inaugurato il trentennale della scomparsa di Pound e insieme un riconoscimento critico e poetico: nessun’altra città accese la fantasia del poeta come la Serenissima; nessun altro luogo s’intrecciò così fortemente con la sua biografia e la sua poetica. Morì qui, due giorni dopo il suo ottantasettesimo compleanno.
Lo avevano festeggiato nella piccola casa, “il nido nascosto” di calle Querini, lo strettissimo budello che affianca il museo Querini-Stampalia: una porticina bassa, la cornice di marmo e i gradini del numero 253. La sera successiva aveva accusato dolori di stomaco e a mezzanotte era stato chiamato un battello ambulanza per andare all’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Avrebbero voluto portarlo in barella, ma si era rifiutato.


Se proprio doveva farsi ricoverare voleva arrivarci sulle sue gambe, e così era stato. Joan Fitzgerald, una scultrice amica di Olga Rudge, la sua compagna, fece compagnia alla coppia mentre aspettavano per la visita. Ezra era irrequieto e a un certo punto mormorò che non c’erano ragioni per restare lì a perdere tempo. Dopo un po’ Olga chiese a Joan di fare un salto a casa, recuperare un pigiama del marito, fare una telefonata alla figlia Mary, “nel caso che… sai, gli ospedali sono ospedali”. Lei uscì e Pound si appisolò per poi spirare, improvviso blocco intestinale, uno dei suoi occhi di zaffiro blu ancora aperto.
E qui è sepolto, nel cimitero dell’isola di San Michele, e nella tomba, ancora oggi coperta di fiori, una lastra di marmo con il nome scolpito da Joan, riposa anche Olga. Il corteo funebre che ne accompagnò le spoglie partì dall’isola di San Giorgio e chi allora lo vide conserva negli occhi l’immagine malinconica ma non triste dell’ultimo passaggio della poesia civile del Novecento in una pallida mattina di autunno.

“Rivedrò mai la Giudecca?”, si era chiesto negli anni tormentati dei Cantos pisani, “o la luce che riverbera, Ca’ Foscari, Ca’ Giustinian/ o la Ca’, detta di Desdemona/o le due torri dove i cipressi non ci sono più/ e i barconi ancorati lungo le Zattere/ e a nord il molo della Senseria”
Preghiere esaudite. La prima volta era stato il 1898, tredicenne, in viaggio con lo zio, Frances A. Weston, “zio Frank”. Ci ritornò nel 1902, quando crollò il campanile di San Marco, e alla figlia Mary, bambina, era solito mimare quel disastro piegando le ginocchia lentamente.
Poi nel 1908, il tempo di A lume spento, la sua prima raccolta poetica, e in seguito ogni anno fino allo scoppio della Grande guerra. Di nuovo nel 1920 e da allora una consuetudine fatta di case affittate, di pensioni alle Zattere, di vacanze al Lido, di tipografie e di gelati, “il migliore di tutta Venezia”, in campo Santo Stefano. “Sedetti sui gradini della Dogana/Perché le gondole erano troppo care, quell’anno, /E non c’erano “quelle ragazze”, c’era solo un volto, /E la Bucintoro a venti metri gracchiava “stretti, stretti”, /E i travi illuminati, quell’anno, alla Morosini; E i pavoni nella casa di Core, o avrebbero potuto esservi”.
Era la Venezia di un poeta innamorato e squattrinato ma sicuro di sé, consapevole di una missione, certo di lasciare un segno, voglioso di rimodellare il suo linguaggio, di spogliarsi del vecchio, di aprirsi a un nuovo che solo lui avrebbe potuto impostare e rifinire. La chiesa di Santa Maria dei Miracoli, vicino a calle dei Fabbri, un’altra delle sue dimore veneziane, si apre su uno degli angoli più suggestivi della città e si impone ai suoi occhi come il “più preciso significato del Quattrocento” e la rappresentazione plastica di quello che dovrà fare in poesia se vuole liberarsi di goticismi, simbolismi, ellenismi che affollano i versi del suo tempo: “E Tullio Romano scolpì le sirene/ come dice il vecchio custode: da allora/nessuno è più capace di scolpirne/ per lo scrigno che è Santa Maria dei Miracoli”. Precisione e perfezione è quello che cerca: in pittura, nella poesia. “Davvero preferisco ancora il Carpaccio e il Bellini e in generale i quadri con contorni ben definiti a qualsiasi altro con bordi sfumacchiati. So perché questi contorni non servono per ogni pittura”.
Nei Cantos i nomi, appunto, di Giovanni Bellini e Carpaccio, e poi Tiziano e Canaletto, sono quelli che ricorrono.
Negli atti del convegno “Ezra Pound a Venezia” (Olschki editore), un bellissimo saggio di Rosella Mamoli Zorzi illustra il suo rapporto con le arti visive e illumina quel passo del canto XXVI dove la processione del doge Lorenzo Tiepolo “può essere vista in parallelo con la “Processione della croce” di Gentile Bellini che si trova all’Accademia”.


Ritmo, colore, il succedersi elencato dei vari rappresentanti delle arti, gli accostamenti cromatici: “Sfilaron barbieri, le teste imperlate, /conciapelli rozzi;/ maestri pellicciai rifiniti/Maestri di pellicce d’agnello/con coppe d’argento e fiaschi di vino; /E fabbri ferrai col gonfalone/et leurs fioles chargies de vin, /E maestri lanaioli/i vetrai in scarlatto/Reggendo fabbricazioni di vetro”… Nell’omerica fatica dei Cantos non c’è un’Itaca dove arrivare e stabilirsi, ma Venezia è l’Itaca dove si passa ogni qualvolta che, come nota Massimo Bacigalupo in quello che è il più completo studio sui referenti veneziani e liguri in Pound (Liguria contro Venezia: Due modelli nella poesia di Pound), “ha luogo il salto dal quotidiano al mondo divino e perenne”. Lo è fin dall’inizio, allorché siede sui “gradini della Dogana”, frontiera dell’Italia, frontiera dell’Europa “e di tutto lo spazio e il tempo su cui si affaccia all’inizio del poema, frontiera che egli ha attraversato scegliendo nel 1908 per sé l’immagine dell’espatriato, abbandonando l’America al fine di riscoprirla”.
Sulla punta della Salute, a due passi dal ponte di San Vio dove ha preso casa, di fronte a San Giorgio che celebra i suoi ultimi istanti, Pound si ritaglia una Venezia come prora di nave, le fiancate che si allungano sul Canal Grande e sulle Zattere. E un segno, la possibilità di una luce, di un’indicazione vien pur sempre da qui: “Ma seguendo il filo d’oro nella trama da Torcello/ al vicolo d’oro (Tigullio). /Ammettere l’errore e tenere al giusto:/ Carità talvolta io l’ebbi, /non riesco a farla fluire: /Un po’ di luce, come un barlume; /ci riconduca allo splendore”. Tredici anni di manicomio criminale, poi il decennio italiano e finale: più la figura di Pound si ritrae nel silenzio, più essa si fa poesia. Nel 1961 il pittore Giuseppe Santomaso vuole illustrare uno dei Cantos pisani legati a Venezia. Nel sole di un ristorante di Burano il cameriere, che ha riconosciuto il poeta, si presenta: “Sono poeta anch’io”, estrae un quaderno e declama con enfasi i suoi versi. Più tardi Olga Rudge chiederà a Pound un giudizio. “Non è peggio di molti altri”, è la risposta.

CON OLGA

Per suo espresso desiderio il ricavato del libro di Santomaso servirà al restauro della sala capitolare della chiesa dei Frari, con il suo crocefisso donatelliano e la splendida lunetta di Paolo Veneziano, la chiesa della sua giovinezza poetica. Nel 1967 in calle Quercini arriva Ginsberg. Canta per lui dei mantra e si accompagna con l’armonica. Vanno da Cici, un ristorante poco distante, e sono una strana coppia, una specie di Babbo Natale buddista e un figura di Giacometti. “E’ difficile che lei scriva un brutto verso”, dice il primo. “Il difficile è scrivere”, è la replica. Frammenti di conversazione, bagliori di interessi, memorie silenziose: “E il Canal Grande ha resistito fino ai giorni nostri/ anche se il Florian è stato rileccato”.
Nella Venezia poundiana rimessa in ordine con amore e cura dalla de Rachewiltz passano sotto i nostri occhi squarci di descrizioni e salti di secoli, la città dove all’artista è concesso l’ozio e la minaccia dell’usura che uccide i talenti e corrompe le anime, i grandi condottieri di un bel mondo fatto di gentilezza e di praticità e il loro fallimento in un rovinoso succedersi di sangue e distruzione. “Qui venni/ In mia gioventù/ e lì giacqui, sotto il coccodrillo/ Accanto alla colonna, di Venere/ volto ad est, dissi: Domani giacerò/ A Sud e nelle barche con le lanterne; /S’impennano prore d’argento, argento/lampeggia nel buio”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Stenio Solinas