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Ha sventato un altro golpe. Ed ora può senza dubbio ergersi a matrioska della fortuna. Boris Eltsin ama il tennis quanto e forse più della vodka. Vederlo sulle tribune del palazzetto dello sport di Bercy, nell’insolito ruolo di capotifoso, deve aver fatto effetto a molti.
Lui, l’uomo che ha salvato la democrazia nell’ex Unione Sovietica, pronto a svestire i panni di uomo di rappresentanza e a scatenarsi ad ogni punto dei suoi connazionali. Il motivo regge perché l’occasione (vista la sua presenza non poteva essere altrimenti) è di quelle storiche.
La Russia va a vincere la sua prima Coppa Davis in casa dei favoriti francesi dopo essere stata sul punto di non ritorno. E se trionfo c’è stato, lo si deve ad un giovanotto di soli 20 anni che, arrivato come riserva in terra transalpina, si ritaglia invece il ruolo di protagonista assoluto. Mikhail Youzhny non ha certo i gradi di grand’ufficiale come i più medagliati Safin e Kafelnikov.
Ma nel 1995 era un semplice raccattapalle quando nella finale dell’Insalatiera, gli Stati Uniti espugnarono Mosca. Le lacrime, l’amarezza e la voglia di cambiare il corso negativo fino a pochi giorni fa del tennis di casa lo hanno spinto a risalire la china nell’ultimo e decisivo incontro contro un altro promettente giovane, Paul Henry Matthieu.
Adesso è festa grande per un movimento che quanto a talenti ha fornito nell’ultimo ventennio un grande esempio di prolificità. Essere russo e vincente però deve essere una sorta di ossimoro, un binomio impossibile, se è vero che, nonostante atleti come Chesnokov, Volkov, Cherkasov, Medvedev (poi bielorusso) e appunto il duo Safin-Kafelnikov, la Grande Patria non ha mai saputo imporsi e riproporsi a livello mondiale. Che sia stato un cadetto, numero 30 del ranking in precedenza vincitore di uno solo dei cinque match disputati in Davis, a consegnare la gioia più grande, suona come una specie di lezione per le due racchette più rappresentative.
Che finora hanno spesso sperperato le chance offerte da madre natura. “Sciagura”, “Balordo” “Principe svogliato” e via dicendo su falsarighe magari un po’ più morbide ma ugualmente esemplicative di come Safin e Kafelnikov in questi anni abbiano guadagnato sostantivi lampanti da parte degli addetti ai lavori.
Lampanti riguardo al fatto che con potenzialità simili si dovrebbe essere costantemente in lotta per i primi posti. Ed invece quasi sempre quei due finiscono per complicarsi la vita, vittime di umoralità scostanti o di scarsa umiltà. Follia mascherata dalla fantasia dei gesti sul rettangolo. Soldi, tanti, che alla fine danno assuefazione a donne bellissime e alla bevanda nazionale.
Dovevano e potevano essere loro gli eroi nazionali. Ma in attesa di quello che tutti davano per scontato potesse arrivare solo dal loro braccio magico, ecco Mikhail Youzny e il suo appuntamento con il destino. Che inizialmente gli prescrive sofferenze atroci (la morte del padre un paio di mesi fa) ed anche una rimonta che ai più appare impossibile. “Non sa nemmeno lui come ha fatto” ha finito per sentenziare proprio Safin al termine della sfida finale, con una punta di amarezza però.
Nonostante i due punti precedentemente centrati dai russi fossero merito suo, la ciliegina sulla torta non è di marca Marat. E alla storia del suo paese passerà appunto il nome del ragazzo che le due primedonne avevano snobbato. Invidie, gelosie, poca armonia nel gruppo. Qui si apre l’altro capitolo della squadra neo-campione.
Quello che racconta di rivalità interne anziché spirito di squadra, di silenzi anziché dialogo e di una decisione tra le più difficili da prendere, sia per il capitano dal nome impronunciabile (Tarpischev) che per Kafelnikov, il giocatore che ha lasciato il posto a Youzny nell’ultima giornata. Escludere l’uomo che aveva regalato al palmares russo anche la medaglia olimpica a Sydney e convincerlo che quella fosse la cosa più giusta da fare era situazione da “notte dei lunghi coltelli”. Un’epurazione del talento di Sochi passata per semivolontaria, ma in gran parte avvallata dal compagno Safin senza troppe remore. Scandalosamente in condizioni di tenuta fisica precarie, che erano costate due punti tra singolo e doppio, Kafeknikov ha finito per autoconsegnarsi alla sostituzione, spedendo il suo smisurato ego in Siberia per evitare polemiche. La vittoria ha poi smorzato i toni; ma se Matthieu non avesse sciupato il vantaggio di due set a zero, nell’ultimo match staremmo qui a raccontare un’altra storia, forse quella vera, più da giornale scandalistico, che vede come premessa l’annuncio di Kafelnikov di ritiro a fine anno in caso di vittoria della Coppa e come prologo la sua inesistente esultanza dopo l’ultimo punto che ha chiuso la sfida a favore della sua nazione. Il tutto passando per il ragionamento dispettoso passato nella testa del connazionale Safin quando tutto sembrava irrecuperabile dopo la sconfitta nel doppio. Ovvero Kafi emarginato in panchina. E l’inesperto e finora perdente Youzny in campo al suo posto. “Perché se la Russia va K.O., alla fine io (Safin-pensiero) ho soli 23 anni e avrò magari un altra chance per lasciare il segno in Davis. Mentre se, dopo aver fatto la parte del leone centrando due punti, il terzo per sbaglio lo sigla quello lì (Kafelnikov), ecco che sarà lui ad essere ricordato come l’eroe nazionale”. Che invece sarà appunto Youzny, un giovanotto, tanto per intenderci, che conoscendo l’ottima atmosfera del clan di casa sua, trincerandosi dietro il ruolo di riserva improbabilmente protagonista nella tre giorni parigina, si è aggregato alla squadra con notevole ritardo. Motivazione ufficiale: mal di schiena. Causa reale: feeling inesistente con i due connazionali più famosi dagli atteggiamenti snobbistici e dall’isterismo facilmente innescabile. Il destino quindi ha scelto lui e la lezione alla fine è sempre la solita: tra i due litiganti, il terzo gode.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni