
La vigilia dell’ultimo Natale se
n’è andata
con il crack Parmalat e il dato statistico
di un popolo, il nostro,
che non è più un popolo di risparmiatori
e che comunque ha speso
molto meno che in passato
per i regali da collocare sotto l’albero.
C’entrano tra loro le due cose, e quanto costano
in moneta “sociale”, per la collettività?
E che futuro prefigurano? Vediamo.
Il dato Parmalat, nella sua enormità numerica e istituzionale, non ha bisogno
di troppe parole.
Non basta letteralmente e metaforicamente l’immagine di un
contabile che una domenica eseguiva l’ordine di prendere a martellate un computer
perché non rimanessero tracce dei falsi da operetta che da quindici,dico quindici
anni erano il “core business” del colosso alimentare famoso in tutto il mondo?
E non basta per sostenere banalmente (cioè anche con contezza dei fatti da
osteria,per sentito dire) che “tutti sapessero”, il fatto istituzionale che
come è stato scritto e riscritto “nel nostro sistema di imprese operano sette
livelli di controllo”, e cioè:consiglio di amministrazione della società,
sindaci, revisori, auditing interno, le banche che concedono i prestiti, la
Consob e la Banca d’Italia ? Dunque un “tutti sapessero” che è interno al
sistema,ma visto l’intreccio strettissimo di economia-industria, finanza,servizi
ecc.- e politica è anche esterno, riguarda i partiti, il governo, l’opposizione,
i media, insomma la classe dirigente di questo paese… Tutti ignari, tutti
d’accordo, un po’ e un po’?
E non spreco parole per sottolineare che anche questo crack come altre vicende
analoghe sia pur di minor portata viene usato come munizione, come arma da
fuoco, come arma di distruzione di massa politico-economico-giudiziaria dagli
schieramenti contrapposti, nel mercato del degrado italiano.
Ma di questa storiaccia mi interessa qui un solo aspetto,che fa da ponte al
discorso sugli italiani e il Natale di magra, almeno per il capitale da essi
riversato sulle compere: cioè la sfiducia, e quindi la diffidenza, che
genera la vicenda, e che a livello di governo fa temere per la credibilità
del cosiddetto sistema-paese nei confronti degli altri paesi.
Io scenderei molto più in basso,in strada, per incontrare appunto l’uomo della
strada.
Adesso ha sfiducia, e paura, per la Borsa e tutto ciò che è collegato, bond,
obbligazioni ecc.
Ma non solo riferito a Parmalat, e prima a Cirio. Non è l’equivalente della
gigantesca truffa Enron negli Usa, per quello che mi pare.
A parte le misure prese là, con galera almeno per qualche responsabile, che
devo ancora constatare qua, oltre oceano non viene attaccato l’atteggiamento
del cittadino/consumatore americano extra-economico.
E invece è proprio questo il rischio grosso che stiamo correndo noi. Basta
interrogarsi su alcuni aspetti basilari del vivere insieme. Non
ci fidiamo, Parmalat docet, delle aziende, della loro quotazione
in Borsa, dei controlli ecc., d’accordo.
Ma ci fidiamo di quello che compriamo al mercato, di ogni genere di mercanzia?
Non mi sembra.
Naturalmente si rischia meno con un capo d’abbigliamento artefatto, che con
l’olio insano, o con l’automobile il cui apparato frenante non è sicurissimo,
o non è sufficientemente revisionato. Ma sempre di sfiducia, e di diffidenza
crescente, si tratta.
E andando avanti così questo senso di precarietà è destinato per forza ad
aumentare. Non parlo del rischio nucleare,che è talmente grosso da non essere
percepito e quindi da essere preferibilmente rimosso, per ragioni di sopravvivenza.
Parlo del piccolo problema della scuola dei nostri figli: è a norma, rispetta
la direttiva europea,si fanno i controlli ecc.?
E via così,nei vari momenti delle nostre giornate.
Ci fidiamo non dico della Parmalat ma dei conti correnti che abitualmente
non sappiamo leggere?
Ci fidiamo di qualunque tipo di istruzioni per l’uso di qualunque altra cosa?
Ci fidiamo dei contratti(di lavoro,d’affitto ecc.)?
E ci fidiamo dell’avvocato che li spulcia o del notaio che li ratifica? E
potrei continuare l’elenco.
Vengo alla conclusione. Possiamo sopportare il costo sociale di questa
sfiducia? Non ne viene (totalmente? definitivamente? irreparabilmente?) intaccato
il nostro modo di vivere insieme in proporzioni intollerabili per un minimo
di igiene collettiva? Non stiamo cambiando pelle, peggiorando, sotto i
colpi di questa inevitabile diffidenza in dosi - è proprio il caso di dirlo…-
industriali?
Che fare,se non porre
il problema per sottolineare la necessità irrimandabile di ricostituire una
sorta di patto sociale complessivo, eticamente rilevato, che è ormai in frantumi?
Altro che l’italiano che non risparmia più e non compra per Natale, qui
siamo all’italiano a rischio fregature che non si fida più di nessuno.
Siamo sicuri che sia un passo avanti verso le “magnifiche sorti e progressive”?

