
Intervista a Salvatore Veca
1998.
Kevin Warwick, Professore di Cibernetica e Ricercatore nel campo dell’Intelligenza
Artificiale all’Università di Reading, nel Regno Unito, affronta un’operazione
che sconvolge la comunità scientifica internazionale.
Si fa impiantare nell’avambraccio un microchip, attraverso il quale è in grado
di comunicare con l’ufficio: apre le porte, accende le luci e attiva il proprio
website che risponde con un messaggio preregistrato.
Per Kevin Warwick è solo l’inizio di una serie di esperimenti, durante i quali
collega progressivamente il proprio sistema nervoso a un computer.
Il “Project Cyborg” del docente anglosassone è attualmente in pieno sviluppo.
Steve
Mann è invece uno scienziato e da oltre vent’anni si dedica ai cosiddetti
WearComp, i computer portatili.
Macchine che ci seguono ovunque e filtrano, indirizzano o intensificano le
informazioni fornite dall’ambiente. Ricevono e trasmettono e-mail, percepiscono
i segnali d’allarme, fanno funzionare gli elettrodomestici.
Due
esempi fra i più noti d’integrazione tra uomo e macchina, che evocano scenari
fantascientifici, ma sono superati dalla più recente, e per certi versi inquietante,
ibridazione.
Non è una novità ipertecnologica che esiste solo nel contesto rarefatto dei
laboratori degli Istituti Tecnologici, ma è addirittura un prodotto che può
essere acquistato, alla modica cifra di 3.000 dollari. L’aspetto innocuo di
una caffettiera nasconde la frontiera più avanzata della bioingegneria, e
traccia una direzione del tutto innovativa nella produzione dei robot.
Si chiama Kephera, si muove alla poco rispettabile velocità di un metro al
secondo e il suo inventore, il ricercatore americano Steve Potter, l’ha battezzato
affettuosamente “Hybrot”.
È il capostipite degli “hybrid robot”, una strana via di mezzo tra l’animale
e la macchina. Detto anche “animat”, animale automatico, è il frutto di una
sperimentazione che dura ormai da dieci anni, e porta alle estreme conseguenze
l’ibridazione tra un essere vivente e le componenti robotiche. A muoverlo
sono gli impulsi di duemila cellule cerebrali di un topo, tenute in vita per
due anni in un incubatore e poi applicate a un microchip. I neuroni fanno
“agire” il robot, mentre le cellule a raggi infrarossi e i minisensori elettronici
trasmettono al cervello del topo le informazioni raccolte durante l’attività.
Kephera acquisisce questi dati e modifica di conseguenza il proprio comportamento.
Se riassumiamo in una sola parola la frase precedente, forse l’importanza
dell’invenzione risulterà più evidente: il piccolo Hybrot impara. Superando
di colpo i risultati di molti mastodontici computer dedicati all’Intelligenza
Artificiale, il prodotto della svizzera K-Team ha attirato l’attenzione degli
scienziati di tutto il mondo.

Gli
scenari che si aprono sono molteplici.
Qualcuno già pensa a future generazioni di computer che saranno capaci di
adattarsi all’ambiente, di cambiare durante la loro esistenza, e addirittura
di autoripararsi o, detto in altri termini, di “guarire”. Il finanziamento
iniziale di 1,2 milioni di dollari concesso dal Ministero della Sanità Usa
all’inventore di Kephera e al suo team è un chiaro segnale di interesse, e
una dimostrazione di fiducia in applicazioni utili per il genere umano. Gli
ibridi delle nuove generazioni potranno assistere le vittime di malattie e
di incidenti, sostituendone alcune funzioni nervose vitali. Organi artificiali
e protesi potranno essere controllati in modo sempre più preciso e sofisticato,
e si pensa già 25 24 ad applicazioni nel campo della prevenzione.
Esiste un progetto per integrare nelle automobili del futuro un cervello di
tipo biologico, in grado di pilotare la vettura in modo automatico. Al di
là delle perplessità etiche o dell’incertezza per l’evoluzione di questo filone
di ricerca, rimane un dato di fatto incontrovertibile.
La bionica, la bioingegneria e la cibernetica chiudono un ciclo storico: dopo
lo scienziato greco, attraverso l’artistaarchitetto- ingegnere del Rinascimento
italiano, lo scienziato-ingegnere del Settecento francese e l’industriale-ingegnere
dell’Ottocento americano, l’ingegneria ritorna con il bagaglio della tecnologia
allo studio della vita umana. Attraverso la bioingegneria d’avanguardia l’ingegnere,
inteso come colui che costruisce, entra nel settore del mondo vivente.
A queste sperimentazioni non può rimanere insensibile nemmeno l’architettura:
l’intuizione viene dal famoso massmediologo Marshall McLuhan.
Gli edifici stessi diventano una sorta di complesso sistema nervoso, entità
sensibili con le quali l’uomo interagisce.
Oggetti che si adattano al nostro modo di vivere, “protesi”, estensioni del
corpo. Lo spazio non è più un contenitore, ma un palcoscenico dove si recitano
le interrelazioni tra l’uomo e l’ambiente.
I muri si trasformano in membrane, si proiettano verso l’esterno con un complesso
sistema di sensori, e ne assorbono luci, suoni, odori. Perdono peso, guadagnano
leggerezza e acquistano una qualità. L’intelligenza.


