home page
sommario
I NOSTRI SITI
-CESIL
-SANITADE
-CONCORSI MEDICI
-ITALIAN LEADERSHIP
-GESTIONE BILANCI IN
CONTROLUCE

RUBRICHE
-concorsi
-aggiornamento
-sport news
-links

Teatro dell’assurdo e della solitudine, di personaggi che vivono ai margini della società e che cercano di sfruttarsi vicendevolmente e con sadismo in un deserto assoluto di esistenza interiore.
È questo lo spazio drammaturgico - quasi un antro buio della coscienza dell’ uomo contemporaneo, ormai incapace di rendersi conto del baratro in cui sta precipitando - in cui si mosse Samuel Beckett.
Nato a Foxrock, nei pressi di Dublino, nel 1906 da una famiglia dell’agiata borghesia protestante, Beckett trascorse un’infanzia serena nel nucleo familiare, anche se il periodo fu densamente costellato di avvenimenti storici di grande rilievo: la prima guerra mondiale, la rivolta di Pasqua in Irlanda (1916), la rivoluzione russa (1917).
Dopo aver frequentato il collegio anglo-irlandese, nel 1923 si iscrisse al Trinity College di Dublino, dove nel 1927 si laureò in lettere.


Lettore alla Scuola Normale di Parigi si trasferì nella metropoli francese, dove incontrò, tra l’altro James Joyce.
La seconda guerra mondiale lo vide partecipare alla resistenza contro i tedeschi e, una volta ricercato dalla Gestapo, si rifugiò in Valchiusa.
Scrittore di qualità, solo nel dopoguerra si aprì alla stesura di testi teatrali, che lo portarono ad ottenere una larga notorietà.
Beckett ottenne il Nobel per la Letteratura nel 1969 per le sue opere teatrali, tra le quali spiccano Aspettando Godot, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1953, Finale di partita, la cui prima stesura risale al 1954, poi codificata nel successivo atto unico del 1956, L’ultimo nastro di Krapp del ‘58 e Giorni felici del ’61. Beckett è morto nel 1989.
Nelle sue opere l’autore irlandese affronta la scena nella constatazione oggettiva di essere senza uscita in certi momenti in cui l’uomo è portato di fronte a se stesso.
La scrittura di Beckett è mimica, destinata a formulare un gioco scenico nel dialogo: quello che in prima istanza può apparire serio e grave, viene trasformato in burla dando un valore positivo alla negazione di un quid.
Per vari aspetti egli sembra portare in teatro l’angoscia degli anni ’50 nei suoi personaggi, che paiono esistere in un mondo devastato, isolati in uno spazio senza connotazioni temporali, imma-ginario. Essi si dibattono e si consolano vicendevol-mente, creandosi dubbi e quesiti, a cui non riescono mai a dare risposta.

Aspettando Godot, scritto in francese, vede protagonisti due amici vagabondi, Vladimiro e Estragone, che attendono la venuta di un terzo personaggio, Godot, senza sapere con certezza l’ora dell’appuntamento. Vladimiro e Estragone continuano a vivere così in attesa, senza neppure tentare di spiegarsi i motivi della loro solitudine e condizione, ponendosi tra il mondo reale e l’io, tra passato e presente, in una fase intermedia, una sorta di limbo senza fine. Il primo atto li vede in attesa di Godot presso un albero spoglio verso sera, mentre non sanno come riempire il tempo. Giungono altri due personaggi: il vecchio Lucky, tenuto al guinzaglio da Pozzo, che rappresentano il rapporto padrone-servo. Il primo atto termina dopo la partenza di Pozzo e del suo servo, quando, in un clima di apparente desolazione,un ragazzo annuncia a Vladimiro e Estragone che Godot arriverà domani.
Nel secondo atto l’albero appare coperto di foglie. I due amici, che hanno passato la notte all’aperto, ricevano nuovamente la visita di Lucky – la bestia da soma, ora divenuto muto, e Pozzo, il padrone ormai cieco. Come nel primo atto, di nuovo il ragazzo annuncia che Godot per oggi ancora una volta non verrà. Il testo si chiude con Vladimiro e Estragone, che rimangono in perenne attesa. Si assiste a un dialogo inessenziale tra i due personaggi e a monologhi isolati, inseriti nel dialogo, mentre il silenzio, come assenza di parola, a poco a poco diviene linguaggio.
E il passaggio dalla conversazione al silenzio mimico segna lo scandire di un tempo inerte, che non passa mai.
Aspettando Godot è testo oggettivamente tragico e soggettivamente comico nella rappresentazione dei personaggi, quasi che Beckett abbia voluto compiere un’operazione sdram-matizzante.

Anche in Finale di partita l’autore sceglie personaggi borderline, al limite dell’esistenza e gravemente menomati nel fisico, metafora dei loro “buchi neri” interiori. Protagonisti sono Hamm costretto su una sedia a rotelle e Clov obbligato a stare sempre in piedi. In un interno pressoché vuoto si svolge la scena del dramma, che vede la presenza anche di Nagg e Nell, padre e madre di Hamm, due tronconi senza gambe, rinchiusi in due bidoni dell’immondizia. Clov e Hamm dialogano, quest’ultimo passa da uno stato di avvilimento ad una indignazione violenta contro gli altri per le condizioni in cui vive. I due anziani Nell e Nagg, saggi e pieni di humor, conducono un’esistenza meno infelice.
Mentre Hamm si crogiola nella propria disperazione e nel contempo Clov vive con lui in osmosi, funge da suo servo-spalla in un assurdo rito quotidiano, che si rinnova fuori dal tempo. Sempre il tema della persona umana straniata dal reale e della solitudine nel deserto di un’esistenza, che va verso il nulla, sta alla base della pièce L’ultimo nastro di Krapp.
In scena agiscono due personaggi: l’anziano Krapp e il suo magnetofono. Si assiste così ad una alternanza di voce, che appartiene alla stessa persona, quella del giovane Krapp, registrata, che finisce con l’instaurare un ipotetico dialogo con il vecchio Krapp. Un’assurda follia, legata alla non accettazione del passare del tempo, sembra travolgerlo. Krapp riascolta frammenti, si commenta, medita, strappa via il nastro, rimette il primo, ascolta il nuovo. Il gioco dei cassetti, dei nastri, del vocabolario, delle bobine sono indubbiamente pezzi di un mosaico, di un amore-odio per il passato e per il presente, che trasformano inevitabilmente il patetico in grottesco.

"Giorni felici", infine, è invece l’esemplificazione di uno psico-dramma: l’unico personaggio in scena è una donna, Winnie, che sta sprofondando lentamente, ma senza scampo nella nuda terra. Una situazione che è la metafora ovviamente di un cadavere che sta per essere sepolto.
Come in un sogno, Winnie monologa con sé, parla alla vita, si rivolge a suo marito Willie, ricorda con grande tenerezza i giorni felici vissuti assieme. La donna, che fuoriesce dalla terra dalla cintola in su, continua ad esistere esclusivamente grazie alla forza della sua parola, esprimendo fino all’ultimo la propria testarda volontà di vivere, nonostante sia consapevole che l’esistenza umana è senz’altro la peggiore delle condizioni possibili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Franco Manzoni -- ---- -........................