home page
sommario
I NOSTRI SITI
-CESIL
-SANITADE
-CONCORSI MEDICI
-ITALIAN LEADERSHIP
-GESTIONE BILANCI IN
CONTROLUCE

RUBRICHE
-concorsi
-aggiornamento
-sport news
-links

Quattro settimane nella vita di un uomo possono essere nulla.
Quelle che William Turner passò a Venezia, un totale di 28 giorni in tre distinti soggiorni, e a un decennio di distanza l’uno dall’altro, furono un’eternità.
Un migliaio di pagine di taccuini, 150 acquerelli, una ventina di olii ne furono la testimonianza.

Nessun’altra città lasciò una traccia così profonda nella sua pittura, nessun altro paesaggio tornò così prepotentemente nelle sue tele, nessun altra atmosfera si piegò con altrettanta grazia all’arte di chi orgogliosamente aveva detto essere “l’atmosfera” il “suo stile”.


Al tempo del suo primo viaggio aveva superato i quarant’anni, era già stato a Roma, aveva l’aspetto di un capitano di marina.
L’ultimo lo vide sessantacinquenne.
Allora era arrivato ansioso di misurarsi con i grandi vedutisti e ritrattisti del passato, Canaletto su tutti, Tiziano, Tintoretto. Adesso non aveva più nulla da dimostrare, era Turner e tanto bastava. Voltate le spalle ai palazzi, alle chiese, ai campielli, ai ponti e alle calli fu la laguna il teatro del saluto finale, il tutto e il niente che la rendeva unica. I quadri dell’addio sono macchie di colore, pure a semplici istantanee di luci e di ombre.
Sono un’idea, un sentimento, le ceniri di una passione mai spenta eppure come appagata, l’unione tanto cercata e alla fine trovata.

L’imponente mostra "Turner and Venice" allestita alla Tate Britain Gallery (fino all’11 gennaio) ospita per la prima volta l’intera produzione che questo pittore figlio di un barbiere dedicò alla Serenissima, e lo spettacolo è impressionante.
Non più repubblica, non più regina dei mari, non più indipendente, umiliata da eserciti stranieri, oggetto di baratto come fosse una merce, la Venezia dell’Ottocento risorgeva dalle proprie ceneri per incarnarsi nel simbolo romantico per eccellenza: la città dei silenzi e dei languori, delle pietre levigate e degli amori, della decadenza e della immobilità.
Gli inglesi, ancora una volta, ne furono sedotti.
Era una passione che affondava nei secoli e Shakespeare nel “Mercante di Venezia” l’aveva riassunta in una città che era Oriente e Occidente, mercato e teatro, impero e commercio. L’Inghilterra che andava cercando la sua gloria sui mari vedeva nella Serenissima quello che sarebbe potuta essere, quello che sarebbe poi divenuta.




A lungo fu un modello studiato e imitato: nella sua diplomazia, la più completa, la più preparata e la più sottile fino a tutto il Seicento; nel sistema politico, un’oligarchia avente per sovrano un doge che non governava; nella segretezza di un meccanismo di difesa che faceva di ogni gentiluomo veneziano un agente in incognito al servizio del proprio Stato…
Quando ci fu il tracollo e l’Inghilterra ne prese definitivamente il posto, la Rule Britannia che diveniva la “Roma dell’Oceano” fu Byron a spiegare in versi ai suoi connazionali i motivi del nuovo fascino: “Me ne stavo sul Ponte dei Sospiri/un palazzo in una mano, un carcere nell’altra”… Il fascino delle memorie, il contrasto fra gloria e miseria, l’estenuata eleganza del vivere, il piacere, ancora, della fatuità, un paesaggio con rovine sempre sul punto di crollare, sempre e nonostante tutto superbamente in piedi…
Le case cominciarono a riempirsi di tanti, troppi similCanaletti. Vanno di moda i Palazzi Ducali ritratti da Parkes Bonington, i Canal Grande di Callow, i Ponti dei Sospiri di Etty, quelli di Rialto di Lewis, le Piazzette di Proust…
A metà Ottocento la moda veneziana è ormai straripata, tanto da fare imprecare lo scrittore William Tackerary: “Ne ha abbastanza di gondole, vele stracciate, marinai, pali sull’acqua, orizzonti cobalto. Ho visto fin troppi palazzi bianchi fronteggianti cieli scuri e rossi, torri nere con dietro un’atmosfera arancione”. Alle critiche di Tackerary Turner, che di lì a un anno morirà, non può chiamarsi fuori, non fosse che per quell’accenno ai colori di cui il primo si dichiara sazio. Sono i suoi, sono il suo marchio.
Eppure, ciò che per gli altri è una moda o, se si preferisce, un genere che va di moda, per lui è qualcosa di diverso.
Fra il primo viaggio del 1819 e il primo quadro esposto avente Venezia per soggetto passano 14 anni, un tempo assurdo per chi dovrebbe essere in gara con l’attualità della committenza.
Fin da ragazzo, inoltre, lui i Canaletto li ha visti dal vivo, non nelle riproduzioni: ha visto le 24 tele della collezione del Duca di Bedford, che è cugino del conte di Essex suo patrono, ha visto quella del dottor Thomas Monro, esperto di malattie mentali e amante della grande pittura settecentesca, ha visto la serie appartenente a Beckford e quella del duca Ashburnham…
Quando, e siamo già negli anni Trenta, alla fine decide di misurarsi su quello stesso terreno, lo fa sapendo come e dove differenziarsi. Nel mischiare antico e moderno, per esempio, ritraendo non una Venezia nostalgica ma a galla sul tempo, nell’introdurre la notte come effetto principale, nel gioco dei riflessi.
La “sua” Venezia allora è qualcosa di completamente differente dalla puntigliosa, squillante rievocazione che ne fanno i suoi colleghi, è vapore, è aria, è evanescenza, come noterà impressionato Constable.
Non è una pittura facile, aggiunge la collega e da critico: “Il pubblico pensa che lo sta prendendo in giro e perciò, come risposta, prende in giro lui”.
È una Venezia ideale,dove il presente e il passato si fondono in un unico sentimento. “Nessuno, prima e dopo, e con qualsiasi mezzo di comunicazione, non ha mai registrato il primo impatto del mistero veneziano più esattamente”, scrive Jan Morris nell’introduzione al catalogo.
"Non siamo di fronte a immagini di Venezia, ma dell’idea di Venezia, scintillante nel primo mattino o misteriosamente rifulgente nel sole”.

Questo spiega anche perché le preoccupazioni di Constable si riveleranno, nel giro di un decennio, ingiustificate.
Degli undici quadri venduti sui trentuno esibiti alla Royal Academy fra il 1840 e il 1844, sette riguardano Venezia…
Sono il risultato dell’ultimo viaggio e, insieme, la riflessione sulle centinaia di schizzi, abbozzi, riproduzioni che hanno riempito i suoi taccuini. Sono il frutto sedimentato di quelle quattro settimane in totale, dove ma non un istante è andato perso e ogni istante è stato poi rimeditato, elaborato, messo in pratica…
William Callow, il giovane acquarellista che è a Venezia in quello stesso 1840 che segna il distacco fra tramontato dietro San Giorgio Maggiore, ma Turner è ancora lì, finché l’assenza di luce non lo inghiotte.
Ha 65 anni e probabilmente concorderebbe con il giudizio di un’amica di Byron, la contessa di Blessington: “Il chiaro di luna è un grande benefattore, specie per chi è stato toccato dalle dita della decadenza, sia esso un palazzo o una donna. Addolcisce ciò che è aspro, rende più chiaro ciò che è chiaro, dispone a una tenera malinconia…”.
"Pescatori in laguna”
ne è la struggente conferma, un bagno di luce blu e verde, il grigio di capanni, barche e figure accennate, un senso panico di liquidità.
Alla sua morte Ruskin scrisse che se n’era andato il “grande testimone” dei tramonti e delle stelle.
I due ultimi olii da lui dipinti, “San Martino” e “Santa Marta”, raccontano di un’andata e di un ritorno da un ballo, Venezia che si avvicina sull’acqua, Venezia che sull’acqua si allontana, immersa in una luce d’oro, il saluto glorioso a una città invincibile, l’orgogliosa certezza di aver sconfitto il tempo nel segno dell’arte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Turner

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Stenio Solinas ....................T ..U. .R ..N . E.. R .