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Gli strascichi della guerra in Iraq e il conseguente scontro interno tra Blair e gli oppositori. Il rischio concreto di altri attentati terroristici dopo Istanbul. Le accuse di omosessualità al principe Carlo.
Le voci di separazione tra David Bechkam, appena insignito dalla regina madre dell’Ordine dell’impero britannico, e Victoria Adams.
Ce n’era abbastanza per sconvolgere quasi totalmente le certezze dell’inglese medio. Un condensato di notizie così negative oltremanica non s’era mai visto dai tempi della seconda guerra mondiale.
Da quando Sir Winston Churcill, alla vigilia dell’ingresso nel conflitto, prospettò ai suoi connazionali un inverno di grandi stenti (lacrime, sangue e sofferenza). Senza scadere pero’ nel tragico piu’ del dovuto, ecco la novella che ti cambia l’impatto stagionale. Quella attesa, a livello sportivo, da ben 37 anni.
Ovvero dal successo della nazionale di calcio che conquisto’ nel lontano 1966 la Coppa Rimet in modo analogo al “quindici” rugbistico di Woodward. La risposta emotiva degli anglosassoni al successo mondiale è la testimonianza piu’ tangibile di tale aspettativa. Una folla composta da ottomila persone alle cinque di un lunedì mattina all’aereoporto di Heatrow gli agenti della sicurezza di sua maestà non l’avevano mai vista.
Tantomeno per la nazionale della palla ovale, che ha saputo ritagliarsi un’accoglienza degna delle piu’ celebrate rockstar, riportando indietro la memoria agli sbarchi dei Beatles dopo una tournée trionfale.


“Da Sydney a Londra, che la festa cominci”.
Ecco la sbornia, materializzata grazie all’effetto di cinquanta milioni di pinte di birra trangugiati dai tifosi nei pub nonostante un orario improbo: le 9 del mattino. A quell’ora andava seguita la diretta televisiva dall’Australia. Senza però ripercussioni negative, visti i numeri, sulle abitudini di eventuali dormiglioni del weekend; 15 i milioni di inglesi schierati davanti agli schermi, con risultato l’incredibile picco dell’80 % di share (ovvero 4 televisori su 5 accesi e sintonizzati sul trionfo di Johnson e compagni).
Il trionfo dei “Bianchi” d’Inghilterra ha radici programmate.
Se la Coppa sbarca per la prima volta nell’emisfero Nord (dopo i quattro successi tra Nuova Zelanda, Australia (2) e Sudafrica) ci sono ragioni importanti che legittimano la nuova leadership. L’Inghilterra ha saputo darsi un modello organizzativo sia in campo che fuori.


Nato nel 1997, quando la federazione locale ha avvalato un investimento di quasi venti miliardi l’anno da destinarsi alla creazione di un gruppo all’avanguardia sotto ogni aspetto.
Che prevede addirittura, tra i 18 membri permanenti di uno staff tuttofare, anche uno specialista nel bonificare spogliatoi e campi d’allenamento da spie e strumenti stile 007 eventualmente sfruttati dal “nemico”.
Si sa, l’invidia poi genera critiche anche gratuite. E così soprattutto la stampa locale australiana non ha perso occasione per presentare gli “invasori” come teorici di un gioco noioso, incentrato su difesa e solidità fisica e sui calci e drop di Jonny Wilkinson, il “chirurgo dei pommies” (questo il soprannome leggermente dispregiativo per indicare la carnagione bianca degli anglosassoni rispetto a quella ben piu’colorita dei padroni di casa).
È lui l’uomo del momento.
L’eroe non del pallone ma dell’ovale.

Dai suoi piedi è partito il punto decisivo.
Una geometria magica forse uguale alle traiettorie del piu’ reclamizzato capitano della nazionale calcistica Bechkam.
Con la differenza che Jonny resta l’antitesi dello “Spice Boy”. Riservato, senza capelli lunghi, sposato con una ragazza “comune” accusa soprattutto nel conto in banca il gap devastante con l’alter-ego del soccer.Magari ancora per poco.
Visto che quelle spalle larghe e quella mascella squadrata potrebbero ben presto allettare i pubblicitari locali in odore di spot machisti. C’è anche e soprattutto una ragione sociale alla base di un tale possibile avvicendamento nella popolarità tra i due. Il rugby comporta lo scontro fisico ma predica anche solidarietà, umlità e rispetto dei rivali. In Inghilterra è la disciplina prediletta dalla classe media, quella piu’ istruita e benestante.
Lo si insegna nelle scuole private quasi come reazione snob al football che impera in quelle pubbliche. E a giudicare da vari fenomeni a contorno del pallone inglese, quali hooligans, doping, stupri, cocaina e violenze, questo senso di superiorità e nitidezza ha validi motivi di esistenza.
C’era bisogno insomma di una ventata d’aria fresca, di un restiling a livello immagine.
La vittoria della nazionale della Rosa al petto potrebbere essere l’evento atteso. Ovvero un veicolo pubblicitario piu’ positivo della compromessa giostra pallonara.

Tornando al dettaglio tecnico, la Quinta edizione della Coppa del Mondo premia il gruppo piu’ meritevole, ma tiene anche in auge le cinque superpotenze in grado di produrre un campionato straodinariamente competitivo e professionistico.
Tra queste non c’è l’Italia. Che si assesta a livello di seconda fascia nonostante la regola “parentale” . Non basta infatti poter schierare atleti che, in luogo della cittadinanza possono vantare la nascita fisica di un genitore nel paese per cui si vuol giocare, per un salto di qualità così prepotente. Perchè, rispetto alle piu’ celebrate nazionali, restano sempre come fattore basilare discriminante.
Vivai così ricchi da consentire l’esportazione in nazionali “minori” (tra cui la nostra) di seconde o terze scelte che nei rispettivi paesi d’appartenenza troverebbero pochissimo spazio. Insomma oriundi neozelandesi, australiani o sudafricani, scartati dalle proprie federazioni, che pero’ non spostano l’ago della bilancia sui veri equilibri mondiali. E che fanno pensare a quanto sia piu’ “sano”, sportivamente parlando, il modello argentino; paese non approdato ai quarti di finale ma capace di costruire autonomamente con le proprie forze la rappresentativa nazionale.
Meglio orgogliosamente soli che male (nel senso di acquisti modesti) accompagnati.




Jonny Wilkinson

 

David Bechkam

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


.Paolo Ghisoni