

Per molti mesi, mentre i reparti speciali gli davano la caccia in tutto l’Iraq, si è discusso se agli Stati Uniti conveniva più prendere Saddam Hussein vivo o morto. Quando gli americani riuscirono a localizzare i suoi due figli, Uday e Qusay, nel nord del Paese e li uccisero in combattimento dopo una giornata di furiose sparatorie, si pensò che anche il Rais avrebbe fatto la stessa fine.
Invece, domenica 14 dicembre è stato catturato vivo, rintanato in una specie di pozzo in una cascina sulle rive del Tigri, e trasportato in una località segreta per essere interrogato dalla CIA. L’arresto di Saddam comporta, per la coalizione, vantaggi e svantaggi. E’ stato senza dubbio un vantaggio che non sia morto eroicamente in combattimento, perchè in questo caso si sarebbe trasformato da crudele tiranno in martire della causa araba, in simbolo della resistenza dell’Islam contro i nuovi crociati, e avrebbe continuato a fare danni per molti anni a venire.

Un altro vantaggio è stato di poterlo mostrare in televisione a tutto il mondo,
con la zazzera e il barbone del vecchio clochard, e contribuire così a demolire
il suo mito presso le decine di milioni di arabi – palestinesi in testa –
che si ostinano a considerarlo un paladino della loro causa.
Voci autorevoli si sono levate, soprattutto dal Vaticano, per criticare la
pubblica umiliazione che gli è stata inflitta, mostrando le immagini della
visita medica e della toilette che gli sono state imposte dopo la cattura,
ma questi buonisti in servizio permanente non hanno tenuto conto di quanto
questo trattamento poteva essere utile per accelerare la soluzione della crisi
irachena: in un mondo, come quello mediorientale, che riconosce solo i rapporti
di forza e non ha pietà per gli sconfitti, la vista dell’ex satrapo stanato
da un buco per topi ed esaminato alla ricerca di probabili pidocchi è stata
probabilmente più utile di molte operazioni militari a convincere gli iracheni
che un’era buia della loro storia era davvero finita e ad aprirsi alla collaborazione
con il nuovo regime. I possibili svantaggi riguardano invece il futuro, e
in particolare il trattamento da riservare al dittatore abbattuto.
Che il suo destino sia quello di essere processato, non ci sono dubbi: Saddam
è un criminale paragonabile, sia pure fatte le debite proporzioni, a Hitler
e a Stalin, con la responsabilità diretta o indiretta della morte di milioni
di persone.

Il problema è chi deve processarlo, in quali tempi, con quali garanzie e soprattutto
in base a quale diritto: secondo un codice che prevede la pena di morte, come
piacerebbe alle nuove autorità irachene e come sembra volere anche il presidente
Bush, o sotto un sistema che la escluda, come chiede il Segretario generale
dell’ONU Kofi Annan e come preferirebbero anche europei, giapponesi e quasi
tutti gli alleati tradizionali dell’America?
In caso di condanna all’ergastolo, bisognerà poi prevedere dove detenere Saddam
in modo che non possa essere liberato da un colpo di mano e sia effettivamente
impedito di continuare a fare politica: qualunque sarà l’andamento del processo,
il Rais rimarrà infatti fino alla fine dei suoi giorni un prigioniero ingombrante,
come lo sarebbe stato Hitler se non si fosse ucciso nel suo bunker, Mussolini
se non fosse stato fucilato dai partigiani comunisti a Dongo o, più modestamente,
il despota romeno Nicalae Ceausescu se non fosse stato massacrato dagli insorti.
Ma prima di pensare a un carcere di massima sicurezza per il futuro, dove
Saddam sia anche al riparo da vendette postume da parte dei Curdi o degli
Sciiti, bisogna risolvere il rebus del processo.
La prima ipotesi, di una specie di Norimberga mediorientale, con un tribunale
dei vincitori che giudica il vinto ed i suoi complici (buona parte dei gerarchi
iracheni sono ormai nelle mani degli alleati, ed è probabile che anche i pochi
latitanti finiranno presto con il cadere nella rete) è stata scartata quasi
subito: un processo del genere puzzerebbe infatti di neocolonialismo e susciterebbe
l’indignata reazione del mondo arabo, con il risultato non di demolire, ma
di consolidare il mito di Saddam “nuovo Saladino”.
Neppure la soluzione di deferire il Rais al nuovo Tribunale internazionale
istituito sotto l’egida delle Nazioni Unite per i crimini contro l’umanità
è praticabile, sia perchè esso non sarebbe formalmente abilitato a giudicare
i crimini commessi prima della sua costituzione, sia perchè nè gli Stati Uniti,
nè l’Iraq lo hanno riconosciuto.
Anche tutte le altre formule di questo tipo prese in esame, come i tribunali
speciali che hanno giudicato i crimini di guerra commessi in Ruanda e in Sierra
Leone, o la Corte dell’Aja che sta in questo momento processando il dittatore
jugoslavo Slobodan Milosevic, presentano inconvenienti difficilmente superabili
sia sul piano tecnico-politico, sia su quello giuridico.

Dal momento che, in un caso come questo, giustizia deve non solo essere fatta,
ma deve essere anche percepita, la soluzione migliore sembra perciò che il
processo a Saddam si svolga in Iraq, davanti a un tribunale iracheno, magari
sotto una qualche forma di tutela internazionale che garantisca il rispetto
dei diritti dell’imputato. E’ quanto chiede il Consiglio di governo provvisorio
iracheno, che rimarrà in carica fino al prossimo 1 luglio, ed è certo quanto
vuole quella maggioranza silenziosa della popolazione che è ansiosa di voltare
pagina.
Per una singolare combinazione (ma non sarà anche preveggenza?) il Consiglio
ha costituito, pochi giorni prima dell’arresto del tiranno, una Corte incaricata
di giudicare i crimini del regime abbattuto.
Esso ha anche individuato, in linea di principio, il luogo dove il tribunale
dovrebbe sedere: la Torre dell’Orologio, un edificio ottagonale a poco più
di un chilometro dall’ex Palazzo presidenziale dove Saddam raccoglieva i regali
che riceveva dal mondo. Tuttavia, la possibile composizione di questa corte
desta perplessità. I magistrati iracheni si dividono tra quelli che sono stati
al servizio di Saddam e quelli che sono stati da lui perseguitati.
Nè gli uni, nè gli altri, possono perciò essere del tutto imparziali. Per
soprammercato, nessuno dispone di molta esperienza in una materia come questa,
che ha chiari coinvolgimenti di diritto internazionale e di diritto umanitario.
Molti ritengono pertanto che, per evitare che il processo degeneri, o prenda
una piega inaccettabile per l’opinione pubblica internazionale , sia necessario
un ruolo di supervisione per alcuni eminenti quanto inattaccabili magistrati
stranieri, magari scelti dagli iracheni stessi.
Vista la complessità dell’atto di accusa, e la necessità di raccogliere in
tempi brevi prove giudizialmente valide su una quantità impressionante di
crimini, si auspica anche il ricorso a investigatori e funzionari internazionali
dotati della necessaria esperienza.
Risulta infatti che Saddam, con la sua ben nota astuzia, abbia solo raramente
apposto la sua firma a provvedimenti che adesso potrebbero essere oggetto
di un processo, per cui responsabilità chiarissime sul piano storico e politico
potrebbero essere difficili da provare su quello legale. In ogni caso, sembra
da escludere che il processo possa essere istruito in poche settimane, come
auspicano alcuni membri del Consiglio di governo provvisorio, e concludersi
in tempo per il trasferimento dei poteri agli iracheni in programma il 1 luglio,
magari con la condanna e la pubblica impiccagione dell’imputato
Una ulteriore complicazione è che Saddam non ha commesso crimini soltanto
contro il suo popolo, all’interno dei confini dell’Iraq, ma anche contro i
popoli dei Paesi vicini, dall’Iran vittima di una guerra di aggressione che
ha fatto milioni di morti, al Kuwait invaso e saccheggiato nel 1991, a Israele
bersagliata dagli Scud durante la prima Guerra del golfo e presa di mira dai
ricchi premi che il Rais offriva alle famiglie degli attentatori suicidi palestinesi.
Perfino l’Italia ha manifestato l’intenzione di costituirsi parte civile,
se riuscirà a dimostrare la responsabilità di Saddam nell’attentato di Nassirya.
L’ex premier israeliano Shimon Peres, in particolare, sostiene che il processo
non dovrebbe essere solo un fatto interno all’Iraq, ma un’occasione per ribadire
a livello universale i valori della giustizia.
Come esempio, egli cita il processo ad Adolf Eichmann, il gerarca nazista
condannato a morte nel 1962 in Israele dopo essere stato rapito in Argentina
e processato pubblicamente davanti alla stampa di tutto il mondo. Ma un qualunque
parallelo con un atto di giustizia dello Stato ebraico rischia di non essere
preso troppo bene nel mondo islamico.
Chi intende presentare il conto a Saddam, comunque, non si limiterà a chiederne
la condanna, ma pretenderà anche un risarcimento. Se, oltre ai 750.000 dollari
in contanti che sono stati trovati nel suo covo, si riuscirà a rintracciare
anche le immense somme che egli ha sottratto nel corso degli anni al tesoro
iracheno, forse qualcuno potrà ottenere parziale soddisfazione (anche se,
in confronto ai danni inferti, si tratterà solo di somme simboliche).
Non è invece concepibile che gli Stati che furono vittime di aggressioni da
parte del Rais possano rivalersi sul nuovo regime iracheno, visto che gli
americani si sono perfino preoccupati di ottenere dai governi europei la remissione
di una parte dei vecchi debiti.
I capi di imputazione contro Saddam sono virtualmente infiniti,
visto che in un processo contro di lui potrebbero essere sollevati anche casi
personali, ma alla fine dovrebbero essere riassunti in cinque dossier.
1) Durante i ventiquattro anni della sua dittatura, egli ha illegalmente imprigionato,
torturato, violentato e spesso fatto sparire circa 300.000 dissidenti, i cui
parenti sopravvissuti sono in grande maggioranza pronti a costituirsi parte
civile o almeno a testimoniare contro di lui. A riprova delle atrocità commesse,
ci sono anche le molte fosse comuni trovate dalle forze della coalizione.
2) Saddam ha sistematicamente perseguitato le etnie o i gruppi tribali che
in qualche modo potevano insidiare il suo potere, o facevano ombra alla minoranza
sunnita alla quale si appoggiava. In particolare, sul conto del Rais possono
essere messi la campagna “Anfal” contro i Curdi del 1988, durante la quale
centomila civili furono sterminati con le armi chimiche, quattromila villaggi
rasi al suolo e un milione di individui deportati; le pulizie etniche contro
le tribù di origine iraniana nel nord del Paese, con altre 50.000 vittime;
il massacro a sangue freddo di 30.000 Curdi e Sciiti che cercarono di ribellarsi
al suo potere dopo la prima Guerra del golfo e che, abbandonati dagli alleati,
finirono sotto i colpi della Guardia repubblicana; la insensata persecuzione
dei cosiddetti “arabi delle paludi”, cioè gli abitanti delle zone fra il Tigri
e l’Eufrate situate a nord di Bassora, cui gli scherani del Baath arrivarono
ad avvelenare le acque per punirli del loro rifiuto a seguire le direttive
di Baghdad. 3) L’invasione del Kuwait, le uccisioni, i soprusi e i saccheggi
che ne seguirono e la scomparsa di oltre 600 cittadini kuwaitiani deportati
hanno potuto essere ben documentati dopo la liberazione, e quindi offriranno
all’accusa un terreno abbastanza solido.
4) L’attacco iracheno all’Iraq del 1980, e gli otto anni di conflitto che
ne seguirono, hanno visto un susseguirsi quasi incessante di crimini di guerra,
dall’uso di armi chimiche alla fucilazione di migliaia di prigionieri. La
rievocazione di questi eventi in sede giudiziaria servirà anche a coinvolgere
nella ricostruzione irachena il regime di Teheran, che considerava Saddam
un nemico anche peggiore del “Grande Satana” americano, ma potrebbe riuscire
imbarazzante anche per i Paesi occidentali che all’epoca avevano sostenuto
Saddam in funzione anti-ayatollah, fornendogli parte del suo armamento e forse
– sottobanco – anche qualche arma proibita. E in questo caso sono tutti nella
stessa barca, americani che hanno fatto guerra al Rais e franco-tedeschi che
volevano lasciarlo al suo posto;
5) La lunga guerra contro lo Stato ebraico, condotta da Saddam soprattutto
dopo che gli israeliani gli distrussero con un famoso raid gli impianti di
Osirak, in cui doveva nascere la bomba atomica irachena. Che il dittatore,
anche in questo caso, abbia tenuto comportamenti criminali, non ci sono dubbi.
Tra l’altro, Israele sta già mettendo insieme un faldone sul coinvolgimento
del despota con le organizzazioni terroristiche palestinesi. Il punto, tuttavia,
è politicamente molto delicato, perchè i giudici iracheni potrebbero aver
paura di apparire agli occhi del mondo arabo come “alleati dei sionisti”.
Di una cosa, comunque, possiamo essere certi: chiunque, alla fine di tutto,
condurrà il processo, tutto verrà fatto per dargli la massima pubblicità.
La dimostrazione dei crimini commessi da Saddam servirà infatti da un lato
a rafforzare gli argomenti degli angloamericani in difesa di una guerra oggi
molto contestata, dall’altro a facilitare il compito dei nuovi governanti
iracheni occupati a ridurre il consenso di cui il Rais deposto gode ancora
presso alcune fasce della popolazione.
Per l’impatto mondiale che avrà, anche come deterrente verso futuri aspiranti
tiranni, il processo a Saddam potrebbe diventare davvero il processo del secolo.
Forse per questo, diversi avvocati “antagonisti” e in cerca di pubblicità
si sono già offerti come difensori, nella convinzione di potere creare, un
po’ come ha fatto Milosevic, anche molti fastidi agli accusatori.
Qualcuno, alla fine, otterrà magari anche l’incarico, a meno che Saddam intenda
difendersi da solo o rifiutare la legittimità della corte.
Se vogliamo che il processo non si riduca a uno spettacolo, ma abbia anche
una sua funzione politica ed educativa, bisognerà comunque badare che esso
sia ineccepibile sotto ogni punto di vista; deve, cioè, anche dimostrare la
superiorità della nostra civiltà giuridica a gente che, spesso, crede ancora
nella Sharia.
La
dimostrazione degli innumerevoli crimini del Rais, contro il suo popolo e contro
i Paesi vicini,
è essenziale
per evitare
che la storia
si ripeta.