

SU QUALI CRITERI SI FONDA
E QUALI CONSEGUENZE COMPORTA LA NUOVA DOTTRINA AMERICANA PER LA DIFESA DELL'OCCIDENTE
Da quando, con un documento ufficiale di circa
un anno fa, George W. Bush ha abbandonato la tradizionale strategia americana
del contenimento per quella della guerra preventiva, le polemiche non hanno
mai cessato di infuriare. Per quegli europei che, dopo la fine della guerra
fredda, si sono adagiati in un pigro e dogmatico pacifismo, la dottrina della
Casa Bianca è una delle tante manifestazioni del nuovo, irresponsabile, unilateralismo
americano e una esasperazione della sua funzione di “poliziotto del mondo”.
Per la Chiesa cattolica, che pure nella sua storia millenaria ha più volte
fatto ricorso a questo strumento, si tratta di una inaccettabile applicazione
della legge del più forte.

Per molti Paesi del Terzo mondo, contro cui la nuova dottrina è principalmente diretta, essa costituisce una spada di Damocle che non erano abituati ad avere sulla testa. Quasi tutti ne hanno concluso che l’America approfitta del suo status di unica superpotenza per arrogarsi in esclusiva il diritto di decidere chi, su questo pianeta, infrange le regole della coesistenza e merita perciò una punizione. Pochi hanno avuto il coraggio di ammettere che la teoria della guerra preventiva è una figlia legittima degli attentati dell’11 settembre, l’unica risposta razionale a una minaccia esterna che non proviene più da un’altra superpotenza, come ai tempi dell’URSS, ma da un nemico invisibile e sfuggente che non solo può colpire ovunque a tradimento, ma ovunque si può nascondere e ovunque può trovare appoggi. Un nemico che, pertanto, non può essere “contenuto” attraverso l’equilibrio del terrore che ha presieduto per quasi mezzo secolo ai rapporti con il blocco comunista, ma deve essere attaccato prima che possa fare danni, in qualunque forma si presenti.

Prima è stata Al Qaeda, poi l’Afghanistan dei Talebani, poi l’Iraq di Saddam Hussein, poi magari sarà la Corea del Nord di Kim Jong Il o l’Iran degli ayatollah. La guerra preventiva, indispensabile a un Paese ancora ossessionato dall’attacco alle Torri gemelle, è un esercizio “open end”, inteso a impedire che, in qualsiasi parte del mondo, possa sorgere una organizzazione o un Paese in grado di sferrare nuovi colpi bassi anzitutto agli Stati Uniti, ma anche al resto del mondo occidentale, di cui gli americani, nonostante le crescenti incomprensioni con gli europei, si considerano ancora i difensori. “Guerra preventiva” non è certo una invenzione di Bush jr. Nel corso dei secoli, ce ne sono stati innumerevoli esempi, e molti hanno ottenuto anche il plauso degli storici per avere evitato tragedie peggiori. In tempi moderni, un classico è la Guerra dei Sei giorni, scatenata da Israele per spezzare un assedio arabo che stava per soffocarla: infatti, viene generalmente riconosciuto che l’attacco a sorpresa lanciato per distruggere a terra le aviazioni egiziana e siriana rientrasse nella casistica prevista dall’art.51 della Carta delle Nazioni unite, che consente a una nazione di difendersi (senza bisogno dell’avallo del Consiglio di Sicurezza) da un’aggressione armata, o di anticiparla quando questa è imminente. Un secondo metodo per legittimare una guerra preventiva è di rivolgersi al Consiglio di Sicurezza e fargli certificare che una nazione “rappresenta una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale”.

Ai
tempi della guerra fredda, questo era praticamente impossibile, perché le
nazioni che costituivano una potenziale minaccia per uno dei blocchi erano
in genere alleate dell’altro, che si affrettava a opporre il suo veto. Oggi
che il sistema bipolare non esiste più, una convergenza dei quindici membri,
e soprattutto dei cinque permanenti, è in certi casi ipotizzabile, anche se
le persistenti quanto inevitabili differenze di interessi la rendono abbastanza
improbabile. Ma, nella teorizzazione di Washington, la scrupolosa osservanza
del diritto internazionale non viene certo al primo posto, specie quando a
parere della Casa Bianca è in gioco la sicurezza della nazione.
Al
massimo, gli americani appaiono disposti a tenere conto di un codicillo non
scritto dell’art.51: meno imminente appare la minaccia, più convincenti devono
essere le prove che essa effettivamente esiste.
Per la superpotenza, l’adozione della strategia della prevenzione non è stata
indolore, ed è tuttora fortemente contestata anche all’interno, soprattutto
da una parte del partito democratico.
Essa richiede, anzitutto, una considerevole evoluzione delle forze armate,
che devono passare da una struttura prevalentemente difensiva a una offensiva,
con relativa integrazione degli armamenti in dotazione: per esempio il deterrente
nucleare strategico, che ebbe tanta parte nella disfatta del blocco sovietico,
non dovrebbe in futuro servire più a nulla. In secondo luogo, comporta un
ulteriore potenziamento della Marina, dell’Aviazione, dei Marines e dei corpi
speciali, perché il Paese potrebbe trovarsi a combattere contemporaneamente
più di una guerra in continenti diversi e avrà quindi bisogno di forze armate
ad altissima mobilità. Infine, essa esige il mantenimento di basi avanzate
in qualsiasi parte del mondo, e – un po’ paradossalmente – la necessità di
mantenere buoni rapporti con una serie di Paesi strategici ma poco o per nulla
democratici (leggi, oggi, Pakistan e Arabia Saudita) che dovranno fornire
assistenza e punti di appoggio in caso di guerre lontane.
Se gli Stati Uniti vogliono mantenere la loro influenza sul mondo intero,
anche in tempo di pace, devono infatti sfruttare al massimo i due straordinari
atout di cui dispongono in esclusiva: circa trecento installazioni militari
sparse nei cinque continenti, soggette solo alla sovranità americana, e la
capacità di tenere permanentemente sotto controllo, grazie all’uso dei satelliti
e di altri sofisticatissimi strumenti elettronici, tutto ciò che succede (e
in certi casi, anche quello che si dice) sul globo terracqueo.
Non bisogna concludere, da queste premesse, che l’America si appresta a inaugurare
una nuova era di conflittualità permanente, in cui chiunque alzi la voce contro
di lei rischia di vedersi piovere in testa una raffica di missili teleguidati.
Al contrario, l’intenzione di Bush è di lanciare un segnale a tutte le forze
potenzialmente ostili che l’America non starà ad aspettare con le mani in
mano se si sentirà minacciata, e quindi di dissuadere in anticipo i potenziali
aggressori dalle loro intenzioni. Naturalmente, se questo metodo può avere
la sua efficacia nei confronti di una nazione, che rappresenta nello stesso
tempo un bersaglio, serve a poco o a nulla per intimidire una organizzazione
terroristica che non ha basi conosciute, non ha nulla da perdere in uno scontro
e comunque è disposta anche all’ultimo sacrificio. Ma gli americani sono sempre
più convinti che neppure Al Qaeda possa agire senza complicità a livello governativo,
e se essa dovesse mettere in atto nuovi cruenti attentati, tutti i Paesi che
in qualche modo saranno sospettati di averla assistita finirebbero nel mirino.
Nell’ottica non solo della Casa Bianca, ma anche di una buona fetta dell’opinione
pubblica americana, non c’è nulla di aggressivo, e tanto meno di immorale,
in questa nuova dottrina.
Essa risponde alla semplice logica che, se qualcuno si appresta a rifilarti
una coltellata, è stupido aspettare che questa arrivi a segno e rispondere
poi con un’altra, come la necessità ha imposto di fare dopo l’11 settembre;
molto meglio cercare di far saltare il coltello dalla mano dell’aggressore,
anche a costo di staccargli il braccio. Questo atteggiamento non ha le sue
origini solo nel Far West o nei conflitti etnici illustrati da Scorsese in
“Gangs of New York”, come talvolta sembrano credere i corifei dell’antiamericanismo,
ma anche negli scritti di influenti pensatori, come il teologo Reinhold Niebuhr,
George Kennan o, ultimamente, Robert Kagan.
Oggi come oggi, esso risulta particolarmente convincente, perché l’America,
se non viene colta di sorpresa, gode di una tale superiorità militare (nonché
diplomatica ed economica) sul resto del mondo da risultare pressoché invincibile.
Queste convinzioni tendono a tradursi in una forma di malcelato disprezzo
per quegli stranieri – in particolare europei – che pretendono di essere previamente
consultati su ogni decisione, frenano le iniziative della Casa Bianca e hanno
paura – per usare una famosa definizione di Harold Nicolson – che “le sorti
del mondo siano nelle mani di un gigante con il cervello di una gallina”.
Gli americani hanno preso buona nota delle reazioni negative alla politica
irachena di Bush, non solo nei governi di Francia, Germania ed altri importanti
Paesi, ma anche nell’opinione pubblica di quelli che si sono espressi, più
o meno nettamente, a loro favore.
Ma essi ricordano benissimo che antiamericanismo, neutralismo e pacifismo
– o un mix di tutti tre - erano molto diffusi anche ai tempi della guerra
fredda, quando l’Europa non poteva fare a meno della protezione americana,
e che centinaia di migliaia di europei scesero in piazza contro la guerra
in Vietnam, contro lo spiegamento dei missili Cruise in Germania, Gran Bretagna
e Italia, contro la politica in Medio Oriente, senza che accadesse nulla di
irreparabile. Ma adesso che gli Stati Uniti sono in prima linea, e l’Europa
corre rischi relativamente minori, la nostra tendenza a defilarci viene risentita
quasi come un tradimento. Si moltiplicano, perciò, gli scritti che sottolineano
come, con la fine del mondo bipolare, l’Europa abbia perduto non solo la propria
storica centralità, ma anche la sua spinta propulsiva che inutilmente cerca
di recuperare attraverso una improbabile politica estera e di sicurezza comune.
Dopo la famosa presa di posizione di Chirac e Schroeder contro l’interventismo
americano in Iraq, Thomas L. Friedman, uno dei più autorevoli editorialisti
“liberal”, ha pubblicato sul New York Times un articolo così emblematico,
che vale la pena di riportarlo quasi per intero: “Scusatemi” scrive ”se non
prendo sul serio le lamentele degli europei circa la politica di Bush verso
l’Iraq. Non le prendo sul serio per una ragione molto semplice: non sono serie.
Non dico che non si possano avanzare obiezioni serie contro la guerra. Ce
ne sono a bizzeffe. Ma quelle di Chirac e di Schroeder non lo sono. Sono le
obiezioni di chi presta fede alla stampa ufficiale araba e invece ignora le
speranze dei giovani del Medio Oriente di instaurare finalmente regimi democratici
nella regione.
Sono le obiezioni di chi preferisce lasciare Saddam al suo posto piuttosto
di mettere a repentaglio i suoi piccoli interessi, e di chi, pur di differenziarsi
dagli americani, fuma sigarette cancerogene ma rifiuta innocui cibi transgenici.Questo
comportamento riflette la debolezza dell’Europa. Essere deboli dopo essere
stati potenti è una gran brutta cosa. Può renderti stupido. Può indurti a
respingere la politica americana solo per distinguerti dall’unica superpotenza
rimasta.
Così, magari senza rendersene conto, finiscono con lo schierarsi dalla parte
di Saddam, in una posizione intellettualmente corrotta.
C’è ormai un gap strutturale tra America ed Europa, un gap che deriva dalla
enorme differenza di potere: questa produce ogni sorta di risentimenti, di
insicurezze e di distinguo su ciò che rappresenta un uso legittimo della forza.
Io possono capire e tollerare queste differenze. Ma non sopporto il cinismo
e le paure degli europei, specie quando si ammantano della loro presunta superiorità
morale”. Se la pensa così un “opinion maker” abbastanza critico della amministrazione
Bush, è facile immaginare quali siano gli umori dei vari Rumsfeld, Wolfowitz
e Condoleeza Rice, identificati come i falchi della Casa Bianca, o dei media
vicini al partito repubblicano.
Un tempo, quando il nemico era l’Unione Sovietica, gli americani avevano bisogno
di tutti ed erano molto più accomodanti verso le nostre debolezze. Inoltre
sapevano che, per paura o per mera convenienza, alla fine ci saremmo sempre
allineati. Adesso che i nemici sono tanti, ma anche molto più deboli, degli
europei possono fare – almeno sul piano militare – benissimo a meno.
Infatti, con l’eccezione della Gran Bretagna, non pretendono neppure molto
da noi nella fase acuta dei conflitti. Ma, a mano a mano che diventiamo irrilevanti,
che giochiamo di sponda con quei Paesi che Washington considera minacce per
la propria sicurezza, diventano sempre più insofferenti delle nostre paure
e delle nostre critiche. Dove questo ci porterà tra tre, cinque o dieci anni,
è uno dei grandi interrogativi del nostro tempo.
Livio Caputo

