

Una mostra di grande prestigio e di forte impatto culturale e artistico quella ospitata in Palazzo Martinengo a Brescia, voluta dalla associazione Brescia Grandi Mostre Eventi, dal Ministero dei Beni Culturali e dalla Regione Lombardia, mostra che, già nelle prime settimane di apertura faceva registrare un numero altissimo di visitatori.
Si tratta di una seria indagine, curata dallo storico dell’arte Renato Barilli, volta ad esaminare l’esistenza di un impressionismo analogo a quello francese, non tributario né derivato dai suoi confronti. I criteri sono gli stessi che insistono sulla validità della nozione di impressionismo, vale a dire la grande stagione realista-naturalista dominante su tutta la cultura occidentale, per l’influsso di artisti francesi come Corot, Courbet e Millet, che miravano ai valori atmosferici del “Plein Air”.

L’arco cronologico della mostra va dal 1860, data in cui i protagonisti nati prima del ’30 dimostrano di non operare più su temi storici o di genere, per dare voce a una registrazione dei valori ambientali, fino al 1895, data che vede l’inaugurazione della prima Biennale veneziana, quando ormai l’impressionismo volge al “post” e dunque alla dissolvenza. L’impressionismo italiano si gioca tutto sul parametro regionalistico, che non chiude e non mette in discussione il fattore unitario. La mostra presenta una quarantina di artisti italiani, divisi in scuole regionali, che dal 1860 al 1895 interpretarono l’impressionismo. Un impressionismo differente da quello francese e proprio per questo assolutamente affascinante.

Si va dagli esiti toscani della “macchia” di Fattori, passando attraverso i paesaggi del napoletano Palazzi, fino alla scapigliatura lombarda di Cremona e Ranzoni o ai guizzi dinamici della pittura di Boldini che a Parigi incontrò grande fortuna per i ritratti. Apriamo il sipario della mostra. Al centro di tutto c’è lo squadrone toscano dei Macchiaioli, anzitutto coi membri della generazione degli anni ’20, vale a dire Fattori, Lega, Cabianca e Banti, che, liberatisi dal tema storico, sviluppano sempre più liberamente la macchia; e poi i membri più giovani, vale a dire Borrani, Signorini, Abbati e Sernesi, che si confrontano coi coetanei francesi, ma emergendo alla grande.

Dopo i Macchiaioli, c’è una larga attenzione alla Scuola napoletana, nella variante detta “scuola di Resina”, con De Gregorio, Rossano e il pugliese Toma, tutti vivacizzati dagli apporti del toscano Cecioni e del pugliese De Nittis. A questo punto occorre ribadire come proprio all’interno dell’impressionismo nostrano, una presenza come quella di De Nittis verrà valorizzata particolarmente con le opere da lui eseguite in Italia, prima di recarsi a Parigi e venir così assimilato nelle file di un Impressionismo ufficiale, situazione che si ripeterà sia con il veneziano Zandomeneghi che con il ferrarese Boldini. E veniamo al Veneto. Qui accanto a Zandomeneghi, Venezia è presente con le eccellenti visioni lagunari di Guglielmo Ciardi. Forte attenzione viene riservata anche ai contesti piemontese e ligure con Pittara, Avendo, D’Andrade, Delleani e Reycend, e ancor più grande alla situazione lombarda che annovera gli esiti degli scapigliati ormai famosissimi Cremona e Ranzoni, fino ai sensibilismi di Bianchi e Gignous, e alle prove pacate e ferme di Carcano.

Come non rimanere colpiti dai paesaggi meteorologici di Mosé Bianchi (1840-1904), con le pastorelle, le lavandaie e branchi di animali da cortile? Fino a ritrovarlo ancora nei corsi d’acqua della Val Padana e nelle distese marine cariche di umidità, tanto da stabilire una circolazione continua delle acque, dal cielo al mare. Sensibilissimo il sottobosco del giovane Eugenio Gignous (1850-1906), e del Carcano quel capolavoro intitolato “La piccola fioraia”. Ci sono altre prove in mostra, esemplarissime, già sul punto di entrare in un suggestivo non-finito, offerte da Mancini, Michetti e Faretto. Michetti è quel grande artista abruzzese amato da Gabriele D’Annunzio. Il letterato italiano ne scrisse e lo appoggiò incondizionatamente. Occorre a questo punto tenere conto che quando uscì il famoso testo nel 1949 di John Rewald dal titolo “The History of Impressionism”, Roberto Longhi, il grande storico dell’arte, ne scrisse un saggio dal titolo “L’impressionismo e il gusto degli italiani”. Se il lavoro di Rewald è quindi “memorialista” rispetto agli impressionisti, ci fu un certo “incontro a Teano” dice Longhi fra macchiaioli e impressionisti, rapporto che fu anche sottoscritto tra i critici Vittorio Pica, Ardengo Soffici e Lionello Venturi.

L’impressionismo è certamente un movimento dalle origini francesi, ma che ebbe larghe ripercussioni al di là dai confini del paese. In Italia i precursori sono stati identificati tra gli artisti reduci dalle esperienze delle esposizioni di Parigi: Domenico Morelli, Saverio Altamura e Serafino de Tivoli, i quali avevano proclamato che la macchia intesa nel significato di impressioni era il fondamento della pittura. E oltre a De Nittis, invitato da Degas a esporre con il gruppo degli impressionisti, altri sono gli italiani recuperati.

La stessa collega Palma Bucarelli menziona non solo Federico Zandomeneghi, ma anche Antonio Mancini, e Michetti, di cui si diceva, che “ne assorbì quel tanto che potesse coincidere con la sua osservazione realistica, la sua particolare concezione dei problemi di forma –colore con il suo desiderio di sintesi e di potenza espressiva”; e infine Armando Spadini.

Mostra di forte respiro che allarga la visione sull’impressionismo nostrano senza renderlo eccessivamente debitore della scuola francese, dalla quale pure ne fuoriuscì, ma da cui mosse poi liberamente imboccando strade completamente nuove, dando apporti “regionali” sicuramente nuovi, non ancora ampiamente studiati, alla luce di capolavori come “Veduta di Porta Grande” di De Gregorio, “Arabi che fumano” (1871) di De Nittis, “Dintorni di Monza” di Mosè Bianchi, “Ritorno dai campi” di Guglielmo Ciardi, “Pensierosa” di Tranquillo Cremona, “L’appello dopo la carica” di Giovanni Fattori, “Bosco” di Eugenio Gignous, “Sull’aia” di Silvestro Lega, “La lacrima” di Antonio Mancini, “La raccolta delle olive” di Francesco Paolo Michetti, “Studio di nudo femminile” di Daniele Ranzoni, e infine “I sommozzatori” di Gioacchino Toma, un olio su tela che si trova nel Museo Civico di Lecce.
