

Era il 4 novembre del 1922; in un’aspra valle vicino al Nilo, sulla sponda opposta rispetto ai monumentali templi dell’antica Tebe, si stava per effettuare la più straordinaria scoperta dell’archeologia moderna; o almeno quella più densa di significati.
Un archeologo
inglese, in precedenza piuttosto sfortunato, dalle modeste conoscenze scientifiche,
Howard Carter, trovò l’ingresso di una piccola tomba nella valle dei
re, valle dove riposavano i grandi faraoni del nuovo regno (dai tuthmosidi
ai ramessidi): apparentemente era l’ennesima sepoltura, probabilmente ben
affrescata e conservata, ma presumibilmente vuota.
Invece ecco la straordinaria sorpresa: quando gli operai dell’équipe ingaggiata
da Lord Carnavon, un ricco aristocratico inglese con la passione dell’antico
Egitto, tolsero i massi che occultavano l’ingresso, la tomba si presentava
intatta!
All’interno il più grande tesoro della storia dell’uomo! Non ci volle molto
a capire che lì riposava per l’eternità Tut Ankh Amon, il faraone figlio
di Akhenaton, morto giovanissimo nel 1349 a. C. dopo aver riportato il centro
del potere a Tebe e aver reintrodotto in Egitto il politeismo; e morto di
morte violenta, ucciso verosimilmente a colpi di bastone dal proprio primo
ministro Ay, come ben ha dimostrato il paleopatologo americano Bob Brier.
Era una sepoltura minuta, indegna di un sovrano: è evidente che Tut Ankh Amon
vi è stato sepolto perché ucciso improvvisamente e quindi privo del tempo
necessario a farsi costruire una tomba più imponente. I tesori all’interno
hanno necessitato di un meticoloso lavoro durato dieci anni per essere catalogati,
fotografati e progressivamente rimossi: alcune foto dell’epoca ritraggono
i piccoli vani stipati di ogni ben di Dio (soprattutto gioielli e oggetti
dell’arredo in oro massiccio, ma anche quattro cappelle in legno dorato, un
catafalco e un trono).

Nel febbraio del 1923 fu aperta la camera funeraria, ma solo un anno più tardi
Carter svelò il contenuto del grande sarcofago di quarzite: al suo interno
altri tre sarcofagi e finalmente la mummia; gioielli e amuleti la ricoprivano
dappertutto e persino le dita delle mani e dei piedi erano rivestiti da sottili
lamine d’oro.
Il pezzo più celebre è la maschera d’oro posta sul volto del sovrano, fino
a coprirne le spalle: oggi questo simbolo dell’antico Egitto e dell’archeologia
mondiale campeggia al Museo del Cairo con gli altri 2098 oggetti del tesoro
trovato da Carter e dai suoi operai.
La tomba non solo era colma di oggetti di tutti i tipi ma presentava anche
una pianta anomala: dopo la scalinata un ripido corridoio immette nel vestibolo;
all’interno a destra la camera del sarcofago con annessi due magazzini.
il trono(part.)
Solo la camera del sarcofago è stata decorata e, contrariamente alle altre
sepolture, con stile grezzo e rapido; inoltre inconsueti risultano i temi,
in particolare la raffigurazione del giovane re, con il catafalco trainato
da grandi personaggi della corte, compreso Ay, il successore, che procede
alla cerimonia dell’apertura della bocca. Rientra infine nei canoni della
più completa storicità anche la leggenda della celebre maledizione, originatasi
in seguito alle morti improvvise di Carter (per un incidente automobilistico),
di Carnavon (per un attacco di cuore) e di alcuni operai: si tratta di decessi
tutti riconducibili a una spiegazione logica e per nulla misteriosi; e proprio
dal carteggio di Carnavon veniamo a sapere che fu la segretaria Vesna, una
veggente dedita a pratiche esoteriche, a inventare di sana pianta la leggenda
della maledizione, probabilmente colpita per non dire esaltata dai risvolti
eclatanti che la scoperta aveva portato con sé.



Lord Carnavon
Foto dell'apertura della tomba e del sarcofago



Carter e Carnavon





