

Tutto il teatro pirandelliano è dominato dal sentimento del contrario come virtù storica e meta estetica. La sua grande capacità di risolvere la tragedia dell’esistere sta nel capovolgere le situazioni, ove l’azione diventa dramma proprio attraverso l’umorismo, poiché l’essenza comica consiste nella risata amara e in una coscienza critica, perlopiù ironica e autoironica.
La prima fase del teatro pirandelliano è, per ambientazione e linguaggio, prettamente siciliana: la commedia "Liolà" lo testimonia ampiamente. Nel 1916 Angelo Musco aveva recitato con successo questa pièce “campestre” in tre atti scritta in dialetto agrigentino, definita dallo stesso Pirandello “l’opera mia più fresca e viva”.

L’azione scenica si svolge in campagna, in una zona rurale, in una Sicilia
molto stereotipata. Il protagonista Liolà è un contadino allegro, solare,
felice di vivere ed amare le donne. Zio Simone, già di una certa età, sinora
non ha avuto figli, nemmeno dalla giovane seconda moglie Mita: il suo pensiero
fisso va a tutti i quei beni che alla propria morte andranno perduti. Liolà,
invece, pur non sposato, é padre di tre figli avuti da altrettante donne,
le quali hanno preferito abdicare al ruolo di madre, lasciando i pargoli a
lui. Il ricco Zio Simone si strugge per non riuscire ad avere un erede, mentre
la nipote Tuzza si è concessa facilmente a Liolà quasi per ripicca contro
Mita che quattro anni prima gli era stata preferita come moglie di Zio Simone.
Tuzza non vuole sposare Liolà, che è venuto a chiedere insistentemente la
sua mano, perché ha in mente di dare il figlio, che aspetta, al vecchio Simone,
il quale non vede l’ora di riconoscerlo come suo. Tuzza, messa incinta da
Liolà, progetta l’inganno anche per avidità di danaro e suggerisce allo zio
di attribuirsi la paternità del figlio di fronte a tutti, pensando così di
avere assicurato per sé l’avvenire e di essersi creata una posizione di tutto
riguardo all’interno di questa piccola società contadina. Mita, malmenata
da Simone, si rifugia in casa di sua zia e, per sventare il piano di Tuzza,
passa la notte amoreggiando con Liolà per renderle la pariglia.
In tale occasione Liolà è spinto da un naturale senso di giustizia: ristabilire
la situazione nei confronti di Mita, che risulta danneggiata senza avere commesso
alcunché, e agire contro Tuzza che si comporta in modo fraudolento e con malizia.
Dopo questa notte trascorsa con Liolà, a breve anche Mita dichiara di essere
incinta e che quello che attende è proprio il figlio di suo marito Simone,
che perciò, al massimo della felicità, rivela alla moglie la sua assoluta
estraneità con la gravidanza di Tuzza, la quale, sentendosi derisa, scavalcata
e annullata nel suo ruolo di futura puerpera di figlio erede, ormai fuori
di sé, ferisce Liolà, che a questo punto non intende più sposare una donna
arrivista, sempre pronta al tradimento.
Il personaggio di Liolà, traboccante di vita, che danza e canta, se ne va
in giro da amoroso, seducendo le donne incurante del codice d’onore, è la
caratterizzazione di un insolito ragazzo-padre, che si tiene tre figli natigli
dai suoi amori, frutto della sua vis procreatrice. Ora sarebbe addirittura
pronto ad accogliere felice il quarto, quello di Tuzza, ma ovviamente non
la donna.
Durante tutto lo svolgimento della commedia Liolà appare come l’unico veramente
generoso e buono, disinteressato, al contrario degli altri, che risultano
egoisticamente chiusi nella propria piccola grettezza.
In questo clima di indagine psicologica sui personaggi, condotta dall’autore,
si rileva quale costante il tradimento e una filosofica amarezza e scetticismo
nei confronti dell’intera umanità. Ciò che si contrappone alla verità è il
voler apparire a tutti i costi nel contesto sociale. Ne consegue che ciò che
si è, spesso viene annullato da ciò che si vuole che gli altri credano di
noi.
Tale
drammatica visione del mondo, che Pirandello inserisce nei suoi personaggi,
non è, per così dire, alleviata dall’intervento del distacco umoristico. Anzi,
l’ironia e il grottesco aumentano la tragedia interiore dei sentimenti.
Insomma, solo in apparenza si ride, perché l’animo umano è, per l’autore,
quasi sempre ossessionato da materialistiche aspirazioni, arido di slanci
generosi, poco sensibile verso il popolo dei sofferenti, eticamente in decomposizione.
Ne
è prova la commedia in due atti "A birritta cu’ i ciancianeddi", scritto
in dialetto siciliano nell’agosto del 1916, rappresentato l’anno successivo
a Roma al Teatro Nazionale, sempre da Angelo Musco, e poi tradotto in italiano
col titolo "Il berretto a sonagli",
che vede sulla scena Beatrice, moglie del cavalier Fiorica, certa che il marito
la tradisca con la giovane sposa di Ciampa, anziano scrivano e uomo di fiducia
della famiglia. La signora Beatrice decide di smascherare la presunta tresca
del marito e svergognare pubblicamente la donna.
Allora si inventa un pretesto per allontanare da casa Ciampa: egli deve riscattare
dei gioielli impegnati in città, partendo subito. Il vecchio scrivano, che
notoriamente serra a casa la giovane moglie, in quest’occasione, avendo sentore
che qualcosa venga ordito alle sue spalle, la conduce a casa della signora
Beatrice, perché possa passare la notte dai Fiorica e non a casa da sola,
anche se ben rinchiusa.
La signora Beatrice, però, non accoglie sotto il proprio tetto quella che
considera l’amante del marito e lo scrivano non può far altro che chiudere
la moglie in casa e partire per l’incarico ricevuto.
Nel contempo il delegato di pubblica sicurezza Spanò viene convocato dalla
signora Beatrice, che gli firma una denuncia, e gli spiega come pensa avvengano
i convegni amorosi tra il marito e l’amante. E’ da notare che la casa di Ciampa
è attigua allo studio del cavalier Fiorica e che i due luoghi comunicano tramite
porte di solito normalmente ben serrate, ma che, se aperte, possono facilitare
incontri clandestini, senza che nessuno sospetti nulla. Scoppia lo scandalo,
i due amanti vengono arrestati, ma Spanò afferma che non emergono elementi
di flagrante adulterio, forse per riguardo al cavalier Fiorica.
Per difendere il proprio buon nome e conservare l’onore della gente Ciampa
ora dovrebbe uccidere i due amanti, ma con astuzia gli viene in mente un’altra
possibilità: la signora Beatrice, che ha combinato tutto questo pandemonio
senza considerare minimamente le conseguenze, deve farsi credere folle di
gelosia, ponendo rimedio allo scandalo grazie alla pazzia.
Tutti sono d’accordo.
E si farà così, per il bene comune, anche della signora Beatrice, e, nella
logica capovolta, dire la verità è sufficiente per essere ritenuti pazzi.
Purché si salvino le apparenze, tutto è permesso e ognuno in società deve
mostrare il “punto” d’onore che si è costruito e che anche gli altri gli impongono
per sostenere il ruolo che lo faccia apparire rispettabile.
Il tema della maschera di Ciampa vive nelle diverse sfaccettature umane come
difesa ed esigenza di decoro, necessità comportamentale pur se drammatica.
Quando questo velo cade e tutti conoscono la sua infelicità coniugale, Ciampa
si aggrappa disperatamente alla propria “parte” come unica possibilità di
sopravvivenza sociale e l’utilizzo della finta follia diviene il mezzo che
ristabilisce una condizione di normalità.









