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Milano è una città cosmopolita, vi abitano innumerevoli artisti e ogni quartiere è disseminato di studi, laboratori, loft, luoghi dove la cultura e la creatività si confrontano fra sapere e fare. Lasciando alle spalle Piazzale Loreto e imboccando appena Via Padova, all’interno di un caseggiato che sa tanto di favola, o meglio d’altri tempi, ha sede nel patio che slarga appena varcato il portone del civico ventisei, un laboratorio che si denomina “Imagine”. È un luogo che ti riporta indietro nel tempo, negli anni, giacché tutto nasce qui nel desiderio di rinnovare una tradizionale ricerca artistico-manuale-artigianale che, in questo nuovo millennio, si sente il bisogno di recuperare. Oggetti unici, creati dalle mani miracolose di Maria Tarditi, una giovane donna, artista di grande sensibilità. Lampade, biglietti, cassette e contenitori di ogni genere, matite rivestite, blocchi e blocchettini di carte più o meno pregiate, borsette, pacchettini, tutto realizzato a mano; e ancora portaritratti di varie fogge e dimensioni, e innumerevoli oggetti regalo squisitamente confezionati. L’occhio del visitatore non mancherà di soffermarsi su un ricco reparto di ex-libris e di incisioni di vari artisti che collaborano con questo laboratorio. Proprio qui di fianco ci sono gli studi di altre due artiste, Marisa Settembrini e Fiorella Jori. Maria Tarditi è lì che appronta originalissime cartelle ed edizioni d’arte. L’uso del colore mi ha particolarmente colpito; qui ad “Imagine” Maria Tarditi ricerca nuove linee conservando la memoria storica. Mi sovvengono alla mente tutti quegli oggetti descritti da Guido Gozzano nella poesia di “Nonna Speranza”.

Basterebbe anche fare dei giusti riferimenti non solo agli oggetti elaborati dai futuristi, ma anche a quelli realizzati negli anni Settanta e Ottanta nel clima della “riproducibilità”.Gli oggetti si pregiano di un’attenta fattura e di materiali naturali: legni, intrecci di cotone, carte scelte e tagliate manualmente, dipinte con tecniche nuove e colori molto resistenti all’acqua e alla luce. Si avvertirà come l’arte qui si affida a “il fatto a mano”, che è un dato considerato da “Immagine” e da Maria Tarditi di grandissima importanza. Ogni oggetto dipinto è un pezzo unico. Bianchi, azzurrini, gialli, rossi, verdeacqua, tutti questi colori sugli oggetti sono affidati con pacate tonalità e gradazioni, e su certe carte antiche che, estrapolate da vecchi breviari cinquecenteschi, ricoprono vassoi di moderna fattura; angeli, putti e macchie di colore come nuvole riannodano tutta la sensibilità umorale dell’arte informale degli anni Sessanta. L’arte non è solo dipinto, non è solo tela, non è solo scultura, l’arte passa oggi anche attraverso manufatti di altissimo valore, tanto più vitale quanto maggiormente sintonizzato a recuperare il tempo e a viverlo nella contemporaneità. Sono convinto che una lampada come quelle prodotte da “Imagine” sarebbe piaciuta e vissuta da Borges, allo stesso modo con cui le lampade futuriste, nei primi anni del Novecento, vivevano il progetto marinettiano di “ricostruzione futurista dell’universo”.

La recente rassegna siciliana di Erice, “Incontrarti 2002”, ha messo a fuoco i riflettori dell’attenzione su una giovane artista, Francesca Maria Scalisi, di Trapani. E’ in quell’occasione che conoscendo e visionando la sua opera, profondamente radicata al contesto contemporaneo, grazie alle profonde tracce neoinformali dell’artista operante nel contesto dell’arte da circa dieci anni, ne ho colto l’insuperabile tensione del lavoro.
Scaturisce una poesia d’altra natura del lacerarsi del tessuto emotivo che ci collega sensibilmente con le cose, subentra un accesso ad una zona di lucido aprirsi della mente a illuminazioni non di albe e tramonti, sull’estremo senso invece di un colore, di uno spazio, di una struttura. I quadri fuoriescono da delicati nessi tra biografia e pittura, tra realtà e immaginazione. Nei quadri di Francesca Maria Scalisi s’è dilatato uno spazio, e un respiro intimo e forte, un’aria lenta e grandiosa, si sono radicati come un riferimento mentale. I suoi dipinti “significano”, perché in essi si configura un nuovo modo di affacciarsi al mondo, alla vita, al profondo respiro dell’essere.
Ne vien fuori un’immagine di forte concentrazione visiva, che rimanda a Rothko, Pollock, Wols, ma che rivela una ricerca assoluta, nuova nuovissima, con una vibrazione di macchie di colore, a volte intermittente, a volte fredda, intoccabile, eterna. I quadri della Scalisi sono allora pareti infinite che racchiudono profondità, eventi, veli d’amore, misteri, e raccontano con colori, segni e spazio, il tempo moderno, il tempo della modernità che fa ritrovare memoria, lacerazione esistenziale e dimensione cosmica. Per i collezionisti europei, per i lettori di arte contemporanea, il nome della giovane artista italiana è come una fiamma che squarcia il mondo della creatività; l’artista la ritroveremo in un prossimo futuro in una grande mostra milanese che ci farà vedere da vicino questi gioielli di colore, questi pezzi di cielo, di spazio, di vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

.Carlo Franza