

Ammetto
che per natura o per cultura, o per tutt’e due, leggasi un pensiero debolissimo,
fin da ragazzo non ho trovato così semplice distinguere il mondo in buoni
e cattivi.
Anche solo una filmografia schematica come quella western dei miei tempi suggeriva
un minimo di prudenza. E sorrido se penso che a quarant’anni di distanza ho
letto che la moda degli scalpi non è farina dei pellerossa, ma l’hanno mutuata
dai cowboy cacciatori di indiani per denaro.
Ma facciamo rudimentalmente e sinteticamente dei passi avanti. All’università,
militando a Lettere nel ’68 nel Movimento Studentesco, ero guardato con sospetto
perché facevo atletica a livello agonistico e scappavo ad allenarmi quando
potevo.
E’ un po’ di destra, commentavano i più illuminati, ricostruendo la “destraggine”
sulla base dei ginnasiarchi mussoliniani.
Quando poi sostenevo, sempre con suggestioni da bar sport, ma in pubblico,
nelle assemblee, con le aule piene e rumoreggianti, che tra un mascalzone
di sinistra e uno per bene di destra avrei scelto sempre il secondo, rischiavo
regolarmente la lapidazione (figurata o poco più). Immaginatevi, per venire
ai giorni nostri, come sto vivendo le secche del bipolarismo, il muro contro
muro del maggioritario, i duellanti alla Ridley Scott, il berlusconismo e
l’antiberlusconismo. Insomma, un referendum senza soluzione di continuità
tra buoni e cattivi.
Oggi come dieci anni fa, quando Mario Segni portò alle urne gli italiani sull’onda
dell’esigenza di un cambiamento (secondo me uno “purchessia”, erano così stufi
che avrebbero anteposto al proporzionale il…buddismo), uso la stessa metafora
calcistica: vorrei un paese che sappia stare acconciamente sugli spalti, che
certo tifi e preferisca che vincano i suoi, ma non a spese della regolarità
della partita, che pretenda un arbitro non condizionato anche se fallibile,
un terreno di gioco in perfette condizioni, uno stadio logisticamente accettabile
con la sicurezza e le “vie di fuga” davvero omologate, ecc. ecc. Invece, e
arrivo al titolo di questa nota, vedo in giro solo tifosi ciechi, o materialmente
interessati (al lavoro, al denaro, al potere).
Tutti sembrano sapere chi sono i buoni, cioè i loro, e i cattivi, cioè gli
altri, salvo poi godere di alcuni ammennicoli degli “altri”. Mi spiego: se
un’attrice e una donna intelligente come Lella Costa, che pensa anche legittimamente
il peggio di Berlusconi, poi corrobora il suo lavoro facendo pubblicità, nel
più puro stile di vita berlusconiano o sub-berlusconiano, oppure se fustigatori
impagabili del Berlusca come Michele Serra, che ha magari a ragione scelto
definitivamente che i buoni stanno solo da una parte, ormai da anni collabora
agli show di Celentano, Morandi e soci in un “libero mercato” che ripeto magari
a ragione non definiscono tale, ma offre loro denaro in una logica assolutamente
berlusconiana, se tutto ciò è all’ordine del giorno, beh, mi pare che si faccia
gli indiani vendendo loro dell’alcool…. Se le cose stanno così, figuratevi
come può svilupparsi, in un humus fertilissimo, la figura del cortigiano in
quest’Italia, così come viene raccontata settimanalmente su “Sette”, il magazine
del Corrierone, da Claudio Sabelli Fioretti, che però ha saltato (per natura,
per cultura o che altro?) la mia premessa, passando direttamente ai cortigiani.
Se ve ne parlassi la prossima volta?
