

All’inizio
di ogni anno l’Istituto per gli Studi strategici di Londra compila una rassegna
dei conflitti aperti nel mondo, con la stima del numero dei morti che ha causato,
della loro incidenza sul livello di sicurezza globale e del pericolo di ulteriori
sviluppi. E’ uno studio molto istruttivo,
perché rivela non solo che gli scontri in corso sono molto più numerosi di
quelli riportati regolarmente sui giornali, ma anche che la loro pericolosità
non è sempre commisurata al numero delle vittime. Che dieci morti nei Balcani
facciano più notizia di mille morti in Sierra Leone non è dovuto a una valutazione
arbitraria dei media, ma al fatto che la loro fine può essere foriera di conseguenze
politiche molto più rilevanti. Parafrasando Orwell, si potrebbe dire che tutti
i morti sono eguali, ma alcuni sono più eguali degli altri.
Oggi la nostra attenzione viene giustamente calamitata dal conflitto israeliano-palestinese,
che in tre anni ha fatto circa tremila morti soprattutto tra i civili, dall’Iraq,
dove è in gioco il futuro assetto del Medio Oriente e del mercato petrolifero
e dal Kashmir, dove si fronteggiano due potenze nucleari.
Ma le aree di tensione sono molto più numerose: in alcuni casi ci troviamo
di fronte a guerre endemiche che hanno le loro radici nella storia, in altri
a conflitti “in sonno” che possono riesplodere da un momento all’altro, in
altri ancora a controversie territoriali affidate per il momento all’arbitrato
ma sempre suscettibili di sviluppi bellici.
A completare il quadro, ci sono anche le contese “virtuali”, come quella che
potrebbe scoppiare nell’ipotesi che le spinte vulcaniche oggi attive intorno
alla Sicilia facessero riemergere nel braccio di mare tra Sciacca e Pantelleria
la mitica isola Ferdinandea, che nei suoi soli cinque mesi di vita nel 1831
fu annessa in rapida successione dal Regno delle Due Sicilie, dalla Gran Bretagna
e dalla Francia, e che è tuttora rivendicata dalle tre potenze interessate.
Se è da escludere che Roma, Parigi e Londra scendano in guerra per il possesso
di uno scoglio, altre dispute del genere hanno un carattere più esplosivo.
E’ durato pochi giorni lo scontro tra Spagna e Marocco per il
possesso del disabitato isolotto di Perejil, al largo della costa mediterranea
dell’Africa, perché le pressioni americane hanno indotto re Maometto VI a
ritirare i sei poliziotti che aveva mandato a occuparlo, ma il problema delle
enclave di Ceuta e Melilla, cui Madrid non ha alcuna intenzione di
rinunciare, continuerà ad avvelenare per chissà quanto tempo i rapporti tra
i due Paesi.
Lo stesso Marocco è impegnato da un quarto di secolo in un duro braccio di
ferro con il cosiddetto Fronte Polisario, che, con l’appoggio malcelato
dell’Algeria e un certo sostegno da parte dell’ONU, contesta la legittimità
della sua annessione dell’ex Sahara spagnolo, un territorio pressoché deserto
ma ricchissimo di fosfati. Molte controversie internazionali hanno per oggetto
arcipelaghi o singole isole in apparenza prive di valore, ma le cui acque
territoriali comprendono giacimenti sottomarini di idrocarburi o grandi risorse
ittiche.

Un esempio classico è quello delle Falkland, per cui Argentina e Gran
Bretagna combatterono vent’anni fa una guerra sanguinosissima, conclusasi
con la disfatta della prima e il successivo crollo della sua dittatura militare.
Il governo di Margaret Thatcher intraprese la riconquista dell’arcipelago
soprattutto per ragioni di principio e a tutela della volontà dei 3.000 abitanti
che non volevano saperne di passare sotto la sovranità di Buenos Aires; forse
lo fece anche per risvegliare l’orgoglio nazionale dei suoi cittadini, alquanto
mortificato dalla liquidazione dell’impero, e per dimostrare che la Gran Bretagna
aveva ancora, se non le risorse, almeno lo spirito della grande potenza.
Tuttavia, all’impresa non sono certo state estranee considerazioni economiche,
perché il possesso delle isole permette a Londra di esercitare una forma di
controllo su un settore importante dell’Atlantico meridionale e di avere un
accesso agevolato all’Antartico. Per Buenos Aires, invece, si trattava di
soddisfare, con l’annessione di un territorio che, geograficamente, fa parte
dell’Argentina, ma che un capriccio della storia aveva lasciato in mani europee,
ataviche spinte nazionaliste. Queste sono così forti che perfino nella disastrata
Argentina di oggi ci sono politici che rivendicano con forza il possesso di
quelle che loro chiamano le Malvinas.
Altre
isole contese sono le Paracelso, per cui litigano Cina e Vietnam;
le Spratley, rivendicate, talvolta a suon di cannonate, dalla stessa
Cina e da Malaysia, Taiwan e Filippine; le Curili meridionali,
occupate dall’URSS negli ultimissimi giorni di guerra e mai restituite
al Giappone neppure in cambio di ingenti aiuti economici; i due scogli
di Abu Mussa e Tunbs, che controllano l’accesso al Golfo Persico, sottratti
con un colpo di mano dallo Scià agli Emirati arabi e adesso
saldamente nelle mani degli ayatollah; l’arcipelago caribico di San Andrés
e Providencia, per cui litigano da un secolo Colombia e Nicaragua;
l’isolotto disabitato di Imia, a quattro miglia dalla costa anatolica
nel Mare Egeo, per cui sei anni fa scoppiò un gravissimo incidente tra gli
stati alleati di Grecia e Turchia.
Continente per continente, i punti caldi, in cui si è sparato negli ultimi
cinque anni e si potrebbe ricominciare a sparare, sono un centinaio.

In
Europa rimane aperta, nonostante l’intervento della NATO, la ferita
del Kosovo, che ha contagiato anche la vicina Macedonia, e rimane in
dubbio l’assetto della Bosnia faticosamente trovato a Dayton. Grecia e
Turchia, nonostante il graduale riavvicinamento degli ultimi anni, non
si sono ancora accordate sulla divisione delle acque territoriali dell’Egeo,
né sull’assetto finale di Cipro da trent’anni spaccata in due.
Tra Moldavia e Ucraina esiste, da ormai dieci anni, lo stato pirata
della Transnistria russofona, che nessuno riconosce e nessuno riconoscerà
mai, e che abbandonato a se stesso rischia di diventare un feudo della malavita
internazionale. Ma la vera polveriera del Vecchio Continente è il Caucaso,
dove la Russia cerca invano di riaffermare il proprio controllo sulla
Cecenia ribelle, la Georgia è dilaniata dai secessionisti dell’Abkhazia
e dell’Ossezia del sud, e Armenia e Azerbaigian si sono combattuti
a lungo per il possesso del Nagorno-Kharabakh prima di arrivare a una
precaria tregua.
Soltanto in questa regione, i morti dell’ultimo decennio sono stati almeno
cinquantamila, destinati ad aumentare ancora.
L’Asia
offre un autentico campionario di conflitti, sia in corso, sia latenti, che
vengono ad aggiungersi a quello arabo-israeliano, che a fasi
alterne riempie le cronache da oltre mezzo secolo, a quello tra Iraq e
Kuwait, all’origine della crisi attuale, e a quello tra India e Pakistan
che risale alla divisione del subcontinente tra indù e musulmani, messa in
atto dalla Gran Bretagna nel ’47.
Iraq e Iran, dopo essersi combattuti ferocemente per quasi un decennio,
hanno ancora in piedi una disputa territoriale per una fetta di territorio
a est di Bassora.
I confini dell’Arabia saudita con Kuwait, Yemen, Unione degli
Emirati e Sultanato di Oman sono oggetto di periodici litigi. L’Afganistan
rimane, nonostante la liquidazione del regime dei Talebani, il teatro
di continui scontri tra i vari signori della guerra. Nel vicino Tajikistan,
non è mai finita la guerra civile tra gli eredi del potere sovietico e
i fondamentalisti islamici.
L’India ha un contenzioso aperto non solo con il Pakistan per
il Kashmir, ma anche con il Bangladesh per una parte del Bengala
e con la Cina per fette del Ladakh e dell’Assam.
Lo Sri Lanka è insanguinato, da una generazione, dalla rivolta dei
Tamil contro il governo della maggioranza cingalese che potrebbe portare
alla nascita dell’ennesimo staterello etnico nel Nord dell’isola. Dal Myanmar
giungono periodicamente notizie della feroce campagna di repressione contro
le tribù del Nord – i Karen e gli Shan – da sempre in rivolta contro
il potere centrale.
La Cambogia non si è ancora liberata del tutto dalla piaga dei Khmer
rossi, responsabili negli anni Settanta dello sterminio di un terzo della
popolazione, e il Vietnam è tuttora alle prese con la ribellione delle
tribù dei cosiddetti “Montagnards”, già alleate con gli americani e
oggi vittime di un mezzo genocidio.
L’Indonesia, con le sue migliaia di isole disseminate su un arco di
6000 km, i suoi duecento milioni di abitanti e la sua variegata composizione
etnica e religiosa, è forse il Paese più a rischio di una disintegrazione
di tipo sovietico o jugoslavo. Ha già dovuto concedere, dopo una guerriglia
durata decenni, l’indipendenza alla cattolica Timor Est, strappata
nel ’76 al Portogallo, ma deve misurarsi con altri movimenti secessionisti
nella provincia di Aceh – all’estremità occidentale di Sumatra – nelle
Molucche e nell’immenso e selvaggio West Irian. In più, periodici scontri
tra musulmani e cristiani provocano ogni anno centinaia di vittime.
Una situazione in un certo senso speculare è riscontrabile nelle Filippine,
dove ci sono i cristiani al potere e i musulmani, foraggiati da Al Qeada,
in rivolta per costituire uno stato indipendente nell’isola di Mindanao
e nell’arcipelago delle Sulu. Anche qui attentati, rapimenti e scontri
tra ribelli ed esercito sono pressoché quotidiani, e dei morti si è perso
perfino il conto.
Se queste guerre possono essere ricondotte, almeno in parte, all’incipiente
“scontro di civiltà” tra Cristianesimo ed Islam, la Corea deve misurarsi
con l’ultima eredità della guerra fredda.
La penisola è divisa da quasi 60 anni da un vallo quasi insuperabile, in cui
neppure i tentativi di riavvicinamento degli ultimi anni e un molto pubblicizzato
scambio di visite tra i due leader ha fatto molta breccia. Il Nord è stalinista
e miserabile, ma ha un milione di soldati sotto le armi, un formidabile arsenale
missilistico e probabilmente un paio di atomiche; il Sud è capitalista e democratico,
ma dipende per la sua sicurezza dall’ombrello americano: ogni tanto si sparano
addosso, ogni tanto inseguono il sogno della riunificazione. Tutto è ancora
possibile.
Il quadro dei conflitti asiatici è completato dalla rivendicazione della Cina
su Taiwan, che considera una “provincia ribelle” e di cui ha ottenuto,
già ai tempi di Nixon, l’espulsione dalle Nazioni Unite. Di fatto se non di
diritto, Taiwan è ormai un prospero stato di 22 milioni di abitanti e un reddito
pro capite venti volte superiore a quello della Repubblica popolare, che non
ha nessuna intenzione di rinunciare alla propria indipendenza.
Dopo la crisi del 1998, in cui gli Stati Uniti dovettero schierare una squadra
navale nello stretto di Formosa per dissuadere Pechino da un’invasione dell’isola,
la tensione si è gradualmente allentata e tra le due Cine si è stabilito una
specie di modus vivendi, in base al quale la “madrepatria” ha rinunciato all’opzione
militare e Taiwan investe ogni anno miliardi di dollari nell’economia della
terraferma. Ma il contenzioso rimane in piedi, e potrebbe tornare a infiammare
la regione in qualsiasi momento.
L’ultimo
capitolo (in tutti i sensi) riguarda l’Africa,
dove i conflitti mietono il maggior numero di vittime ma richiamano la minore
attenzione, perché – finita la guerra fredda che permetteva ai contendenti
di cercare la sponsorizzazione dell’uno o dall’altro dei due blocchi - hanno
un impatto solo locale.
Perfino un semplice elenco delle principali guerre combattute negli ultimi
cinque anni, ancora in corso o “congelate” senza che ne siano state eliminate
le cause, richiede moltissimo spazio, e non a caso, la maggior parte dei Paesi
dove la Farnesina sconsiglia di recarsi, perché troppo pieni di pericoli,
si trova proprio nel Continente nero.
Partiamo dall’Algeria, dove la guerra tra il governo e i fondamentalisti,
ufficialmente terminata nel ’99, riesplode periodicamente con episodi di indicibile
violenza. Proseguendo in senso orario, troviamo il Sudan, dove la lotta
senza quartiere tra i musulmani del Nord, detentori del potere, e i cristiano-animisti
del Sud ha fatto nel corso di una generazione due milioni di morti. Appena
a Est, ecco Etiopia ed Eritrea, recenti protagoniste di un’insensata
guerra senza esito per una striscia di deserto, che ha dissanguato entrambe
le nazioni costringendole a chiedere una volta di più l’elemosina internazionale.
La stessa Etiopia continua a combattere una guerra nascosta nell’Ogaden,
non contro una Somalia che da anni è in preda al caos e non ha più
un governo centrale, ma contro tribù di nomadi per il possesso dei pochi pozzi
d’acqua.
Per un Mozambico e un’Angola che, dopo vent’anni e più di guerra civile con
morti e profughi a milioni, sembrano infine avere ritrovato la pace, c’è una
Repubblica democratica del Congo che da quasi un decennio vive nel
caos, aggredita e rapinata delle sue ricchezze dai vicini, piena di movimenti
ribelli e dilaniata dagli odi tribali.
Le lotte tra Tutsi e Hutu che hanno devastato Ruanda e Burundi
sono per il momento in fase di stanca, ma potrebbero riprendere da un momento
all’altro.
Alla ribalta della cronaca c’è in questo momento soprattutto l’Africa occidentale,
con la Nigeria e la Costa d’Avorio in preda a una specie di guerra
di religione tra musulmani e cristiani e Sierra Leone e Liberia succubi
della follia dei loro capi tribali.
Ma neppure gli altri Paesi della regione, in particolare Senegal, Togo
e Niger, sono immuni dal contagio.
Un quadro davvero desolante, che dovrebbe fare riflettere coloro che continuano
a invocare la pace, ma in realtà vogliono solo attaccare gli Stati Uniti ed
Israele. Se,
almeno per loro, i morti fossero davvero tutti eguali, se cioè il loro interesse
fosse soprattutto umanitario, dovrebbero preoccuparsi di quanto avviene in
Africa almeno e forse più di quanto accade nel Medio Oriente.

L'isola Ferdinandea










