

La
vita di Georges Simenon cominciò con una stranezza: nacque il 13 febbraio
1903 a Liegi, ma la madre Henriette lo registrò il 12 per scaramanzia. Al
di là di questa stranezza, le date parlano chiaramente: è il centenario di
Simenon, sarà l’anno di Simenon.
A maggio ci sarà la consacrazione con l’uscita di due volumi nella prestigiosa
collana della Pléiade.
Altre iniziative sono previste.
Si tratta di celebrare uno scrittore che, già da vivo, era una leggenda con
i suoi cento novantatré romanzi (settantasei con protagonista il commissario
Maigret), più ventuno libri di “dettature” e memorie, più un numero imprecisato
di romanzi e racconti sotto sedici pseudonimi diversi (Georges Sim, Jean du
Perry, Georges d’Isly, Luc Dorsan, Gaston Viallis, Germain d’Antibes…): l’autore
più tradotto del mondo dopo Lenin e alla pari con Marx.
Ho conosciuto, ho intervistato Georges Simenon.
Era il maggio 1985.
Un tempo prodigo d’interviste, superati gli ottanta lo scrittore aveva abbassato
la saracinesca nei confronti dei giornalisti.
Ci volle la mediazione del suo grande amico Federico Fellini per ottenere
il colloquio. Andai a Losanna, al numero 12 della Avenue des Figuiers. Mi
accolse un vecchio signore senza giacca, in camicia bianca, con un cordoncino
rosso al posto della cravatta.
Con lui era Madame Teresa, la donna di origine veneta che gli era compagna
da tanti anni.
Come sanno tutti gli innumerevoli lettori di Simenon, lo scrittore aveva deciso
di chiudere con il personaggio di Maigret nel febbraio 1972, dopo aver concluso
“Maigret e Monsieur Charles”.
Ma istintivamente, quando fui invitato a sedermi in una stanza dalle pareti
rosa, cercai intorno qualche segnale del mondo del commissario. Mi sembrò
che fosse rimasto soltanto il simbolo delle pipe: ne contai venti allineate
sulla mensola del caminetto. Una, anch’essa spenta, era stretta fra le labbra
di Simenon.
Quello delle pipe non fu, invece, l’unico segnale. Prima che cominciassero
le domande, Simenon andò a stappare una bottiglia di fresco vino bianco. Mi
allungò il bicchiere e aggiunse: “E’ vino della Loira, vino delle parti dov’è
nato Maigret”.
La carta d’identità del commissario dice, infatti, che Jules François Amédée
Maigret è nato a Saint-Fiacre par Matignon, a 25 chilometri da Moulins, capoluogo
del dipartimento di Allier, che prende il nome di un affluente di sinistra
della Loira. L’aroma era lievemente affumicato, come conferma la stessa etichetta
che annotai nel mio taccuino: “Vin de Ladoucelle – Poully – Fumé”.
La prima domanda fu pressoché inevitabile: “Anche se lei ha detto addio a
Maigret, signor Simenon, si è o non si è identificato nel commissario?”
“Di veramente mio – rispose Simenon – ho dato a Maigret una regola fondamentale
della mia vita: comprendere e non giudicare, perché ci sono soltanto vittime
e non colpevoli. Gli ho dato anche gli ineffabili piaceri della pipa, ovviamente.
E l’assenza di figli perché, quando il personaggio è nato, io non avevo ancora
i quattro figli che poi ho avuto. Devo aggiungere che gli ho dato anche un
certo gusto per i cibi. Le ricette di Maigret e di sua moglie Louise hanno
fatto il giro del mondo, e so che, sia in Giappone sia nell’America del Sud,
i buongustai non trascurano di mettere qualche goccia di prugnola d’Alsazia
nel galletto al vino”.
Gli feci un’altra domanda: “Lei è anche chiamato Monsieur Atmosphère. Le sta
bene questa definizione?”.
“La parola ‘atmosfera’ – rispose Simenon – è stata attaccata come una speciale
etichetta ai miei primi libri, e non so perché. Che cosa c’è di speciale?
Se un romanzo non avesse un’atmosfera, che cosa resterebbe? La critica è davvero
un’entità misteriosa. Tutto è atmosfera intorno a noi e dunque anche intorno
ai personaggi dei romanzi. Non dimentichiamo che un mutamento di atmosfera
può cambiare l’umore o addirittura la vita stessa di un essere umano”.
Parlammo di tante altre cose: di giustizia, di giovinezza, di vecchiaia, di
amore, di amicizia, di metodi di lavoro.
“E’ vero - domandai a Simenon - che ha usato non più di duemila parole?”
“Sono troppe – rispose – non sono arrivato a questa cifra. Del resto, Racine
ne impiegò ottocento. Ho sempre cercato di scrivere con semplicità, con parole
concrete e non astratte. Boileau insegnava che se piove basta scrivere che
piove: non che il cielo piange. Questa è una delle ragioni per cui i miei
libri sono stati tradotti in cento trentuno lingue”.
Un’altra domanda: è vero che, per anni e anni, lei ha fatto lo stesso sogno?
Simenon rispose: “E’ vero. Era notte e vedevo un grande lago calmo nel quale
si rifletteva la luna. Intorno si alzavano delle montagne nere. Io arrivavo
tra due di queste montagne, guardavo il lago e la luna, ed era tutto, non
accadeva niente”.
Obiettai: “Non è strano che lei sia venuto a vivere a Losanna, in riva a un
lago?”.
Rispose: “Da quando abito qui non ho più fatto quel sogno. Il lago e le montagne
sono il mio paesaggio, la mia realtà”.
L’intervista volgeva alla conclusione.
Domandai a Simenon perché il suo colore preferito fosse il giallo. Rispose:
“Perché è il colore dei bambini quando disegnano il sole”. E subito aggiunse:
“Vuole vedere il mio autoritratto? Mi basta poco: un pennarello e un cartoncino”.
Lo tracciò sotto i miei occhi: una linea curva per indicare la sommità d’una
collina, il sole, un omino con le braccia spalancate. Disse ridendo: “L’omino
c’est moi, sono io, Georges Simenon”.
Al momento dei saluti, domandai a Simenon di scrivermi una dedica su un suo
libro. La traduco dal francese: “Al mio collega (perché anch’io sono stato
giornalista) Giulio Nascimbeni al quale ho concesso la prima intervista dopo
più di due anni – e senza dubbio l’ultima – ringraziandolo per avermi interrogato
con garbo e profondamente, senza niente di sensazionale. Con la mia più viva
simpatia. Georges Simenon. Maggio 1985”.
Non solo: come risulta dal carteggio intitolato “Carissimo Simenon, Mon cher
Fellini”, pubblicato nel 1998 dalle Edizioni Adelphi”, il giorno dopo quell’incontro
Simenon scrisse all’amico regista una lettera che comincia così: “Caro Fellini,
ieri è stato qui Giulio Nascimbeni, una persona molto simpatica con cui mi
ha fatto piacere parlare”.
Spero che i lettori del “Lunario” non mi accusino di vanità.
Nella mia lunga attività ho intervistato decine e decine di scrittori. Ma
nessun’altra intervista mi ha dato le straordinarie sensazioni che provai
quel giorno con Simenon.
Gli anni non hanno attutito il ricordo.
Sto ancora contando il numero delle pipe. Sto ancora bevendo il vino di Maigret…








