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Palazzo Salmatoris di Cherasco accoglie l’importante mostra dedicata a uno dei grandi della pittura italiana e internazionale del Novecento, ovvero a Giorgio Morandi (Bologna 1890-1964). Un evento di forte impatto culturale, questa mostra sul territorio piemontese ed italiano, vista l’affluenza dei visitatori nella secentesca dimora storica che da anni fa da sfondo a illustri del mondo dell’arte.
L’attenzione di tutti su un fatto di così grande levatura per la “Città delle Paci” che da anni si impone al pubblico regionale e nazionale con eventi di grande respiro.


Mettere in mostra le opere di un famoso pittore della storia contemporanea, vale a dire Giorgio Morandi, “nato, vissuto e morto a Bologna”, per usare le parole di Argan, che ha saputo dare un notevole apporto al mondo della pittura del Novecento con i suoi oggetti-personaggi, è significativo per chiarire lo sforzo culturale e la politica di un comune come pochi in Italia.
Nelle suggestive sale circa sessanta opere del Maestro bolognese, con oli, acquerelli, disegni e varie incisioni. Gli oli datano a partire dal 1922-23 e rappresentano temi come fiori e paesaggi che sono per lo più vedute delle zone appenniniche dove il pittore amava recarsi di tanto in tanto, a Grizzana e Roffeno, per poi approdare al soggetto preferito da Morandi, ossia la natura morta, con alcuni pezzi degli anni Quaranta, degli anni Cinquanta-Sessanta e persino una dell’anno della sua morte, il 1964.
Morandi, pittore e incisore, conduce i propri studi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e fa del grande Cézanne uno dei primi punti di riferimento della rielaborazione della propria cultura formale, partecipe delle più avanzate ricerche artistiche contemporanee che approderanno negli anni 1914-1915 agli spunti iniziali del cubismo. Aderisce per poco tempo all’esperienza metafisica senza peraltro mutare il purismo e l’essenzialità della propria visione pittorica e, dal 1920, inizia ad approfondire e maturare il suo stile proponendosi inizialmente con interventi dal colore denso e dal tratto sommario, per addivenire ad una tramatura cromatica delicata e poetica già evidente nelle prime nature morte degli anni ’20-’30.
Basandosi su una realtà ristretta a pochi oggetti di uso comune come le bottiglie, prezioso reliquiario del suo studio, vasetti, bricchi, cuccume e lucerne, Morandi definisce tutto il mondo lirico che accompagnerà costantemente la propria coerente evoluzione pittorica. Senza tuttavia astenersi dall’osservazione del paesaggio e dall’applicarsi, in parallelo, allo studio delle tecniche visive diverse dalla pittura vera e propria per dedicarsi, con un tratto raffinato e complesso, alla difficile arte dell’incisione, fin dal 1911-12.
C’è una poesia estrema nelle nature morte di Morandi, un tema affezionato e morboso raccontato a più facce nello studio di via Fondazza a Bologna, dove quegli oggetti impolverati riscrivono a viva forza la storia dell’arte del Novecento. Pochi elementi, poche forme, pochi colori, avvolti da un silenzio e da una tecnica costruttiva essenziale, su cui gioca profondamente la luce che vi circola e vi spande una varietà di relazioni. Morandi racconta come pochi altri, forse De Chirico, Savinio, De Pisis, quella limpidezza neoclassica e rinascimentale che è propria degli anni Venti, grazie anche a quel ritorno all’ordine sollevato dalla rivista fiorentina “La Voce”.
Scatole e barattoli, disegnati o dipinti, proprio perché meditano sul respiro di un’arte meditativa qual è stata quella di Giotto, Masaccio, Paolo Uccello, Piero della Francesca, evocano uno stupore immenso, proprio perché giocano la visione su una povertà francescana, ricca di variazioni, rapporti, vibrazioni cromatiche. Morandi, pur dedicandosi a temi semplici, quali la natura morta e il paesaggio della Grizzana, ha evocato il cuore delle cose, ne ha tradotto l’essenza, ne ha grattato i simboli; e quelle forme ideali, pure, assolute, sono diventate l’astrazione più vera al di là di ogni banale naturalismo.
Alcuni accenni al lavoro metafisico preludono a capolavori come il Paesaggio del ’21, la Natura Morta del ’22, la Grizzana del 1936, le Conchiglie del 1943, il Fiori in Vasetto del 1950 e la Composizione del 1960, intervallati da altri oli che completano l’elegante e introspettivo iter del maestro bolognese. Completano la mostra gli acquerelli, i disegni e le incisioni di grande levatura esecutiva, in cui sono fermati sempre gli stessi temi morandiani. L’occhio non dimentica la ricerca acquafortista risalente ai primi decenni del Novecento. Dalla mostra si esce carichi di una spiritualità tratta da questi spazi e da queste forme che il grande artista bolognese lesse, come nuove, tutti i giorni della sua esistenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

.Carlo Franza