

Pazzo,
cattivo e pericoloso da conoscere”, scrisse di Byron Lady Caroline Lamb al
primo incontro. Esperta del ramo, in quanto matta, cercava un alter ego.
Trovò un poeta, ovvero qualcosa di meno e molto di più. Dopo pochi mesi diede
i numeri: lo pedinava, si travestiva da uomo, lo minacciava con un coltello,
faceva scenate. Scrisse persino un romanzo con lui, “il mostro”,
protagonista. Byron, per riprendersi, corteggiò e sedusse Lady Frances Webster
che non desiderava altro.
Quando lei, puritana
ma vinta, si dichiarò sua, soprassedette: “Il più bel momento è allorché non
c’è più altro da chiedere”. Sulle donne aveva le idee chiare: nel Don Juan
le dipingerà come sessualmente predatrici, finte sante ma vere puttane. Il
problema, aggiunse, è che in Inghilterra “Cant is so much stronger than Cunt",
contano più le fregnacce della fregna.
L’ultimissima biografia di Byron appena uscita, "Life and Legend"
(John Murray editore, 700 pagine, 25 sterline) di Fiona Mac
Carty, che esplora tutto il possibile del variegato universo byroniano,
rimette la palla al centro: se parlava così è perché era culo. Il che non
esclude che fosse pazzo, cattivo e pericoloso.
E appunto “Mad, Bad and Dangerous. The Cult of Lord Byron” si intitola
l’esposizione alla National Gallery Portrait di quello che Simus
Heaney, premio Nobel per la Letteratura, definisce semplicemente “il Maestro”,
ma che per gli inglesi resta un oggetto di odio-amore.
Nessuno li ha mai strapazzati così tanto, nessuno li ha mai così tanto sedotti.
“Diventerò il nemico giurato della etichetta britannica” fu la sua promessa.
Mantenuta.
Oltre cento sono gli oggetti esposti, dipinti, busti, lettere, fotografie,
manoscritti, prime edizioni, abiti, memorabilia. Ci sono le maschere di Carnevale
che lui indossò, i costumi albanesi, le uniformi greche, gli elmi, la pelle
nera, acciaio e bronzo, e le ciocche di capelli… Mancano i peli pubici, inseriti
in un braccialetto di corno, quelli della “Fornarina”, “un’usanza italiana”,
macchiati di sangue quelli della Lamb, perché tagliati troppo al vivo (“Per
favore non mettere le forbici troppo vicino a dove quei tuoi capelli crescono”,
si raccomandò lei chiedendo lo scambio).
E’ assente la pelle conservata come una reliquia da Teresa Guiccioli dopo
un’insolazione dovuta a un bagno di mare troppo lungo… Ma per il resto c’è
tutta la leggenda del byronismo, da Edward Bulwer Lytton a Oscar Wilde, dal
colonnello Laurence a Wyston Hugh Auden, da Disraeli a Oswald Mosley, Harold
Nicholson, Che Guevara, da Robert Byron a Wilfred Thesiger e a Bruce Chatwin,
da Rodolfo Valentino a Mick Jagger e David Bowie, e insomma gli scrittori,
i poeti, i viaggiatori, gli snob, gli esteti e gli artisti, i politici di
destra e quelli di sinistra, i latin lover veri e quelli ambigui, il vero
sesso e il terzo sesso… Per tre mesi, seminari e programmazioni non racconteranno
altro che questo: l’eroe radicale, quello cinematografico, il dandy alla moda
e la società dello spettacolo.
Lungo le sale 40 ritratti, fra oli, miniature, incisioni, dedicategli nei
suoi 36 anni di vita, raccontano un’esistenza irripetibile, una fama incredibile,
un fascino irresistibile.
Curata da Fiona Mac Carty, la cui biografia fa un po’ da catalogo sui generis,
l’esposizione presenta dunque la leggenda Byron nelle sue molteplici sfaccettature.
Ciò che rimane fuori è il poeta sommo che rivoluzionò la poesia del suo tempo,
la straordinaria modernità e freschezza di un verso che sapeva mischiare i
toni, passare dal tragico al comico, essere altero e dolce, sarcastico e commovente,
sprofondare nel passato e riemergere di colpo nella contemporaneità, il ritmo
travolgente su cui finiva per modellarsi una lingua altrimenti impervia. “Our
harsh northern whistling, grunting, guttural, /which we’re oblig’d to hiss,
and spit, and sputter all” (il nostro duro, gutturale nordico fischiare
e grugnire/che ci obbliga a sibilare, sputacchiare e borbottare). Nessuno
è perfetto, tantomeno un biografo e una mostra. Soffrire e non farlo vedere
fu da subito uno degli imperativi categorici byroniani, bambino grasso, un
piede equino che lo rendeva zoppo, un padre idolatrato ma assente, che poi
si avvelenò, una madre sopportata ma presente, bigotta e noiosa. La crudeltà
dell’infanzia, che non concepisce il diverso e quindi non lo rispetta, lo
aiuta a costruirsi un’armatura nella quale il fisico va rimodellato, l’handicap
va superato, costi quel che costi, accada quel che accada. L’essere segnato
acuisce una sensibilità che non accetta norme, costrizioni, divieti, altri
impedimenti da aggiungere a quello già impostogli con il venire al mondo.
Un’intelligenza precoce, un occhio curioso e attento fanno il resto: niente
e nessuno lo metteranno più ai margini della vita. A ventun’anni, quando parte
per il suo primo viaggio, sa già cosa l’aspetta. “Il mondo è tutto davanti
a me e lascio l’Inghilterra senza rimpianti”. Nel presentare una serie di
modelli byroniani, esegeti, ammiratori, imitatori, la mostra aiuta a capire
l’unicum che Byron rappresentò. Ciascuno di essi contiene infatti una parte,
ma quasi sempre manca l’essenziale, ovvero l’essere contro il proprio tempo,
il saper orgogliosamente badare e bastare a se stesso.
Oscar Wilde finisce stritolato dalla società che ha sfidato ma da cui non
avrebbe mai voluto essere escluso, Losley e Guevara mettono il loro talento
politico al servizio di un’ideologia, laddove Byron si immedesima in un ideale,
in scrittori come Chatwin e Rober Byron è carente la componente dell’azione
e della dissipazione, ai divi del cinema e della musica è lo star system a
impedire la vera libertà.
A ventisei anni Byron è già famoso, a 28 è già esule, a 36 è già morto.
Curiosamente, l’unico che avrebbe potuto rivaleggiare, d’Annunzio, è del tutto
assente, tipico provincialismo inglese. Con sprezzo l’italiano aveva per la
verità spazzato via qualsiasi comparazione quando Emil Ludwig aveva provato
a proporgliela: “Forse nuotava bene, ma montava ridicolmente a cavallo. E
morire di febbre a Missolungi non è un atto eroico”. Sopravvivere nel Vittoriale
nemmeno. Nella biografia della Mac Carty il perché dell’esilio vien fatto
risalire alle voci di incestuosità (con la sorellastra Annabelle) e di sodomia
che erano venute addensandosi sul poeta in concomitanza con il fallimento
del suo matrimonio, durato appena un anno e finito con una moglie in lacrime
che lo accusava di crudeltà mentale. La ricostruzione è plausibile, ma non
spiega tutto. L’incesto era un reato minore, una sorta di vizio aristocratico
alla moda nell’Inghilterra di quei tempi, l’omosessualità era per Byron una
pratica da public school e poi saggiamente sfogata all’estero, difficile tuttavia
da provare in mancanza di testimonianze dirette e fatti specifici.
Come accuse erano vere entrambe, ma molto più concreto e contingente era il
disastro economico che gli portò l’ufficiale giudiziario in casa poche ore
dopo la partenza a sequestrargli perfino lo scoiattolo addomesticato della
camera da letto. In maniera contorta ma elegante due anni più tardi Byron
riassunse così i termini della questione in una lettera: “Non puoi aver dimenticato
le circostanze per le quali lasciai l’Inghilterra, né le voci sul mio conto.
Se esse erano vere, io non ero adatto all’Inghilterra, se false, l’Inghilterra
non si adatta a me”.
E in fondo il punto è proprio questo, l’inadattabilità di Byron: alla società,
ai costumi, alle ipocrisie, ai vizi e alle virtù della madrepatria. L’idea
che qualcuno o qualcosa gli volesse rimodellare l’anima e gli istinti, come
quello stivaletto che da bambino gli era stato imposto per cercare invano
di raddrizzargli un piede. L’idea di una società di giudici, spie, confessori…
“The secret enemy whose sleepless eye/Stands sentinel, accuser, judge and
spy/…Watch every fault that daring genius owes/…Distort the Truth, accumulate
the Lie/and pile the pyramid of calumny” (il nemico segreto il cui
occhio insonne/sta come sentinella, accusatore, giudice e spia/Osserva ogni
errore che l’audace genio deve per metà all’ardore conferitogli dalla sua
nascita/distorce la verità, accumula la menzogna,/innalza la piramide della
calunnia). In patria non metterà più piede, e nei dieci anni che gli resteranno
da vivere darà sfogo al suo amore per le donne, i palazzi, la politica. “In
una società che vietava le relazioni con ragazzi la salvezza di Byron era
nel numero delle amanti femminili”, chiosa la Mac Carty per spiegare l’apparente
contraddizione di un omosessuale coperto di donne.
Sarà, ma il catalogo femminile è quanto mai composito: c’è l’intellettuale
e c’è l’illetterata, c’è la virtuosa e c’è la scatenata, c’è la nobildonna
e c’è la popolana, la mora la rossa e la bionda, la giovane, la matura e financo
l’anziana. “Tutte troie”, è la chiusa finale dell’elenco. Alcune, come la
Fornarina, erano tipi speciali. A Byron che l’aveva chiamata “vacca”, risponderà:
“Vacca tua, celenza”. Quando facevano l’amore, se suonavano i rintocchi di
una campana si faceva il segno della croce e poi riprendeva a cavalcare… A
Marianna Segati che accampava diritti di primogenitura sul poeta replicherà:
“Non sei sua moglie e io non sono sua moglie. Sei la sua donna e io sono la
sua donna. Tuo marito è un cornuto e così il mio. Per il resto, quale diritto
hai di rimproverarmi se lui preferisce ciò che è mio a ciò che è tuo? Che
colpa ne ho io?” Il negozio di merceria del marito della Segati si chiamava
Il Corno. Lo ribattezzò Il Corno inglese. “Il bello della Fornarina”, commentò
Byron, “è che non sa né leggere né scrivere. E così non può perseguitarmi
di lettere”.
Venezia fu lo scenario perfetto dove allestire la rappresentazione di una
vita. A dieci anni Byron si era ritrovato con il titolo di barone per via
di una serie di decessi che gli avevano spianato la strada nobiliare e con
la madre era andato a Newstead Abbey, vicino a Nottingham, a prendere
possesso della dimora di famiglia.

Ancora adesso le rovine gotiche di Newstead sono imponenti, un priorato del
XIII secolo con refettorio, chiostro, la grande finestra della chiesa. Ai
tempi di Byron c’erano ancora i resti incolti dei giardini alla francese,
due fortini in miniatura, un lago artificiale con la sua piccola flotta di
battelli… Era una sorta di regno incantato, dove l’Inghilterra si inabissava
nel passato, dove un bambino poteva sognare le gesta più nobili, le imprese
più cavalleresche. Per il piccolo Byron fu una folgorazione; quando ormai
grande si troverà costretto a venderla, un dolore aggravato dal rimorso.
Palazzo Mocenigo ne prenderà il posto e Venezia, “l’isola più verde
della mia immaginazione” il palcoscenico della nuova maturità. Decadenza,
silenzio, amoralità, feste, nuotate, cavalcate. Un viaggiatore scriverà che
in tutta la città c’erano solo otto cavalli, al Lido, quelli di Byron.
Una litografia di J. Dash, “Lord Byron a Palazzo Mocenigo” rende
la grandiosità funerea di spazi sterminati, secoli di storia, ossessioni di
grandezza, solitudini di scrittura. “I capelli mezzi grigi e le zampe di gallina
prodighe delle loro indelebili impronte, i denti ancora lì per titolo di cortesia”,
a 36 anni Byron sembrava destinato a divenire la caricatura di se stesso,
“cavalier servente” di professione, legato a filo doppio a Teresa Guiccioli,
dieci cavalli, otto cani, tre scimmie, cinque gatti, un’aquila, un falcone,
cinque pappagalli, due porcellini d’India, una cicogna a sottolineare le bizzarrie
di un treno di vita che da Venezia a Ravenna, a Pisa, a Genova gli impone
il suo personaggio, il mito che ha contribuito a creare e che lo soffoca.
La Grecia lo libera da tutto questo, l’idea dell’azione lo scioglie dal rischio di contemplare soltanto la propria decadenza. Il Byron politico è molto più avveduto dei tanti artisti patrioti tutto ardore ma poca capacità organizzativa e nessuna intelligenza critica. Sa che i greci sono poca cosa, rissosi e imbroglioni, sa che i turchi non sono da disprezzare. Sa essere fermo, capace, buon giudice: non gioca, non si atteggia. Se lo portano via la malaria e l’epilessia, cure sbagliate, un fisico che non regge più.

La morte di Byron, il quadro di Joseph-Denis von Odevaere, un allievo di David,
rimanda a quello di Marat dipinto dal maestro e prepara, cent’anni dopo, l’immagine
del Che steso su una barella sgangherata nella lavanderia dell’ospedale Vallegrande
in Bolivia, estrema icona byroniana del XX secolo.




Caroline Lamb

Teresa Guiccioli






La
moglie di Byron,
Annabelle Milbanke


Byron a Palazzo Mocenigo (J.Dash)

