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Quanti medici, ingegneri, e avvocati, da Gadda a Baj, da Burri a Fergola, abbiano dato spazio nel corso degli ultimi decenni alla pittura e alla letteratura, è facile avvertirlo, e come soprattutto il loro essere artisti non sia stato da meno del loro confondersi in altre attività che pure talvolta hanno esercitato con avvertita presenza.
E ciò per significare come l’empito forte che ogni uomo sente nel suo animo, lo scatto verso la bellezza, il bisogno di ritrovare e leggere un paradiso in terra, sia tema comune a ogni artista che voglia con parole, con le sue mani, ricreare quell’unicità, quel capolavoro, che si avvicini ad esprimere una parte dell’Assoluto.
È il bisogno infinito dell’uomo che fin dall’antichità ha sentito di eternare il creato e quanto gli ruota attorno.
È così che nasce la pittura di Ernesto Bonera, medico ospedaliero di Brescia che, da autodidatta, ha desiderato trovare nuove forme di comunicazione proprio con la poesia e con la materia colorata, ossia la pittura ad olio. In uno scritto dal titolo “Lo stupore d’essere” del 1994 che dà voce a un volume pubblicato, si legge: “e prima che dietro la cima/ la folgore morente/ del giorno spenga/ l’ultimo struggimento nell’estasi dell’ora silente/ palpita lo stupore d’essere”.


Qui l’autore si confessa totalmente per le sensazioni che gli provengono dall’estasi e dalle immagini della natura.
C’è da dire che Bonera ha una grande, anzi una grandissima, sensibilità, e questo è già tanto, o meglio è già il principio forte di ciò che resta di quello che poi va al di là del sentire, ossia quella traduzione colorata del mondo osservato. Paesaggi e fiori sulle tele. I paesaggi, quasi tutti lombardi, hanno un respiro manzoniano, raccontano e descrivono paesi e laghi di Lombardia, colti in uno scorcio magistrale che ne reinvesta la novità della visione. Questa dei tagli, degli scorci, delle angolature, mi pare una caratteristica forte dell’artista Bonera.
Poi vi subentra la luce variegata, con le sue ombre e i suoi contrasti; fino ai colori che macchiettano di verde, di rosso e di giallo il paesaggio descritto in modo impressionistico. Magia del colore e della luce, che se ne ricava per il tramite di toni delicatissimi, di tonalità soffuse, di atmosfere come di sospensione; paesaggi carichi di magia e soprattutto di poesia, che vivono in un silenzio irreale, come sospeso.
Bonera è, dunque, gran paesaggista, un colorista che spinge i colori verso una pittura fors’anche “chiarista”, per via di quei toni leggeri, chiari, puliti, ma vividi d’una moralità che si connatura con la luce, con le trasparenze, con la verità.
Con tutte queste impressioni rappresentate, il pittore e anche poeta lombardo che da tempo è attivo sul suolo di Lombardia, riscrive a colori una parte di luoghi d’Italia, celebrandone la bellezza che già Stendhal riscontrò nei suoi viaggi italiani, e offre a tutti noi una visione di forti emozioni, di incredibile tecnica, di sorprendente stupore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Franza