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Nella vasta galleria delle commemorazioni troviamo Glenn Gould, un indimenticabile nome del concertismo mondiale.
Nel 2002 cadono i 20 anni dalla morte e ricordarlo è d’obbligo.
Egli ha saputo coniugare la maestria pianistica a quela nella ricerca musicale, procurandosi a volte seri problemi con la critica più rigorosa.

L’omaggio a Gould può iniziare con una frase lapidaria di George Szell (importante critico musicale e direttore d’orchestra), detta dopo aver assistito a Cleveland, nel lontano 1947, ad un concerto del pianista allora quattordicenne: “Il pazzo è un genio”.
In quell’occasione Gould eseguì il Quarto Concerto di Beethoven, riuscendo a stupire per il suo modo personale di avvicinarsi a questa pagina immortale, mutandone coraggiosamente i contenuti ritmici. E’ proprio da questa frase che si può comprendere la statura musicale dell’interprete, poiché solitamente chi va al di là degli schemi e dei “clichèes” precostituiti viene definito “pazzo”, ma Szell, aggiungendo la parola “genio”, arricchì il personaggio di un manto di unicità e di coraggio interpretativo.
Egli riuscì a stupire il mondo accademico con esecuzioni personalissime, andando alla spasmodica ricerca di sonorità nuove, cercando di sradicare nelle menti degli ascoltatori e degli addetti ai lavori, quei parametri interpretativi che, per lui, erano il limite della musica.
A dimostrazione di quanto il suo genio fosse precoce ed unito ad una tenacia nello studio dello strumento, possiamo sottolineare il fatto che a dieci anni conosceva perfettamente il Clavicembalo ben temperato di J.S. Bach, dimostrando di possedere già le idee chiare di come bisognava costruirsi una solida impalcatura musicale. Eppure in questo clima serio e professionale, gli addetti ai lavori incominciarono a “prenderlo di mira”; le critiche negative furono le più disparate e sempre indirizzate verso il suo stile interpretativo.
Riporto una frase di Jonathan Cott estrapolata dal libro “Conversazioni con Glenn Gould”, nel quale si evidenziano questi malumori che serpeggiavano nel mondo musicale, ma che non sembravano impensierire più di tanto Gould: “Venne inoltre criticato per i manierismi e lo stile esecutivo poco convenzionale – si aggirava per il palcoscenico come una antilope spaurita, con le code del frac mal stirate, talvolta portava i guanti, suonava quasi al livello del pavimento seduto su uno sgabello pieghevole così basso a causa delle gambe segate, dirigeva, canticchiava e faceva l’amore con il suo pianoforte, che un po’ assaliva, un po’ blandiva….” (1) Glenn, oltre a modificare profondamente la fisionomia dell’interprete tradizionale, retaggio di una cultura ottocentesca, lasciò una traccia indelebile anche nella scelta del repertorio, “svecchiando” i polverosi programmi concertistici, scegliendo pagine alternative quali i brani della Scuola Inglese, oppure composizioni di P. Hjindemith, o esaltando la figura di J.S. Bach, quando, in tempi non sospetti, eseguiva questi capolavori nelle sale da concerto di tutto il mondo.
Questo ruolo scomodo creò situazioni imbarazzanti, ma che non “scomponevano” Glenn, il quale continuava imperterrito nel suo percorso pianistico.
A tal riguardo esiste un aneddoto che dimostra quanto il “giovin musicista” riuscisse a stupire non solo gli esperti legati al passato, ma anche musicisti del calibro di Leonard Bernstein, che non era certamente legato caparbiamente alle tradizioni “tout-court”.
Prima dell’esecuzione del Concerto N.1 di Brahms, a New York con la New York Philarmonic, sotto la direzione di Bernstein, il direttore, d’accordo con il pianista, si rivolse al pubblico per prendere le distanze dall’interpretazione del solista, concepita su tempi molto lenti e molto lontana dai modelli pianistici della tradizione. Però, non sempre ebbe dei detrattori ed, infatti, dopo l’esecuzione del Terzo Concerto di Beethoven, che lo vide insieme ad Herbert von Karajan, fu salutato dalla critica tedesca come: “Un genio assoluto ed il più grande pianista dai tempi di Busoni”. Soddisfazione che lo ripagava del suo atto di coraggio nel non volersi piegare alle richieste di un mercato senza fantasia. Oltre ad un innegabile desiderio di andare “controcorrente” , fu ricco di un velato sarcasmo che completava il tratteggio complesso della sua personalità d’artista.
Fra tutti i grandi pianisti che hanno calcato la scena mondiale, Gould rimane quello più avaro di presenze concertistiche, lasciando all’ascoltatore l’acuto desiderio di ascoltarlo ogni qualvolta faceva le sue apparizioni in qualsiasi città del mondo. Lentamente la sua fama si radicò negli ambienti importanti, dove critici illuminati compresero il suo genio, che non voleva attaccare o intaccare le tradizioni, bensì allargare la prospettiva ad altre visioni della musica.
A Gould non interessava la gloria e la fama. Viveva per la musica e per continuare a ricercare mondi sconosciuti, frutto di una sua intima sofferenza, tralasciando gli applausi e le sale da concerto. Umberto Masini nelle note di copertina di una famosa registrazione di Gould a Salisburgo, sintetizza la decisione del concertista di uscire definitivamente dai circuiti concertistici mondiali: “Anche se l’Unione Sovietica lo chiama come primo pianista nordamericano ad intraprendere una tournée in quel paese; anche se in Israele, in Italia, in Austria i concerti si susseguono in un crescendo di consensi, la decisione era già presa da tempo: i concerti del trionfo internazionale sarebbero stati anche gli ultimi”.
Gli interessi di Gould andavano al di là della sola esecuzione pubblica: intendeva vivere la musica in modo intimistico, scrollandosi di dosso i perbenismi.
Dagli anni sessanta si ritirerà nella totale solitudine, preparando dischi, trasmissioni radiofoniche, studi musicologici e quel che più conta indicazioni preziose indirizzate ai musicologi ed ai critici per comprendere le sue scelte interpretative.
Ad una domanda postagli da Jonathan Cott sull’idea di solitudine, egli rispose: “Un mio desiderio, che forse non riuscirò mai a realizzare, è di passare almeno un inverno a nord del Circolo Polare Artico. Tutti sono capaci di andarci in estate quando il sole è sopra l’orizzonte, ma io voglio andarci proprio quando il sole va giù; e, se Dio vuole, prima o poi ci riuscirò. Sono cinque o sei anni che lo dico e ogni anno i miei programmi non lo consentono”.
In Gould tutto era alternativo e teso ad andare al di là delle convenzioni, quindi la scelta di un repertorio che ampliasse gli orizzonti interpretativi faceva parte della sua filosofia. Riuscì, in questo modo, ad anticipare mode e nuovi schemi determinati dal mercato, considerando compositori della Scuola Inglese oppure riportando alla luce composizioni pianistiche di musicisti pensati, a torto, come maestri fondamentalmente di base didattica, quali Czerny e Kramer.
Ad ulteriore dimostrazione della sua insofferenza degli schemi, possiamo riprodurre un passo dal già citato libro di Cott, che descrive due momenti fondamentali per entrare maggiormente nella psiche di Gould: “…ricordo, ad esempio, un viaggio a Westchester per sentirlo suonare l’Imperatore di Beethoven, con una orchestra di provincia raccogliticcia e con un direttore così scadente che, ad un certo punto, Gould, partitura alla mano e seduto storto, decise di suonare e insieme dirigere quei professori d’orchestra, i quali per cavarsi d’impaccio, di buon grado seguirono gli attacchi dati dalla tastiera, mentre il loro chef d’orchestra, come se nulla fosse, dal podio continuava ad agitare le braccia per un’altra orchestra (o per un altro pianista)”.
Il secondo momento, più esilarante, ma contemporaneamente testimonianza della poca importanza che egli dava all’etichetta ed all’immagine che il musicista classico doveva avere, riguarda un concerto molto importante per la sua carriera: “…ricordo anche di essere stato fra i tre o quattro privilegiati ammessi alla Carnegie Hall, alla prova del Concerto per pianoforte di Schonberg (con Dimitri Mitropoulos sul podio della New York Philarmonic), quando Gould saltò fuori dalle quinte senza scarpe e attraversò il palco scivolando sui calzini, portandosi dietro una sciarpa e una bottiglia di Poland Water. Dopo di che, si scaldò le mani in una bacinella d’acqua calda e si accinse all’esecuzione tecnicamente più sicura e musicalmente più vitale che io abbia mai sentito di quel concerto”. Due esempi illuminanti di una grandezza alternativa che, nel tempo, avrebbe fatto tendenza e storia.
Decise di ritirarsi dalla vita concertistica a trentadue anni, dedicandosi espressamente alla registrazione, che gli offriva possibilità di riflessione, non fermandosi al solo istante interpretativo, prodotto dell’irripetibile momento magico nell’esecuzione estemporanea.
La dissezione analitica ottenuta dal microfono gli permetteva di ascoltare la musica da una “prospettiva concettuale” (sono sue parole) e quindi tutto il suo mondo sonoro veniva “sezionato” in modo scientifico, lasciando poco spazio alla libertà della interpretazione.
Esistono altri due aspetti molto significativi della complessa personalità del pianista, basati sul mondo della trascrizione e della composizione. Due realtà che andavano a completare la sua estenuante ricerca di un mondo nuovo e alternativo all' immagine consunta dell’accademismo “tout-court”.
Alle magistrali ed indimenticabili interpretazioni bachiane, affiancò le prime registrazioni delle trascrizioni riguardanti l’Enoch Arden di Richard Strauss, dove accompagnava l’attore Richard Rains, oppure la trascrizione di Liszt della Quinta Sinfonia di Beethoven, senza dimenticare le Variantos Chromatiques di Bizet, aggiungendo all’elenco i brani tratti dal Virginale di Byrd e Gibbons e la splendida trascrizione pianistica dell’Idillio di Sigfrido di Wagner.
Gould si avvicinò al mondo della trascrizione quando il settore accademico si scandalizzava di questi “sacrilegi” operati nei confronti di celebrati capolavori.
Per l’ennesima volta egli aveva avuto il coraggio di andare controcorrente non per spirito ribelle, ma perché si era accorto della bellezza di brani rivisitati anche in altre dimensioni sonore. Oltre alle trascrizioni si dedicò alla composizione, scrivendo un Quartetto d’archi op. 1, composto fra il 1953 e il 1955 che risente dell’amore che egli nutriva per Bruckner e R. Strass, cedendo totalmente alle malìe di un invadente romanticismo sostenuto da uno spiccato senso dell’ironia.
Possiamo ricordare le due cadenze scritte per il Concerto in do maggiore di Beethoven, che rendono omaggio al compositore tedesco, ma contemporaneamente esaltano il gusto pieno e maturo del suono pianistico, non perdendo di vista la granitica successione accordale. Non disdegnò di uscire, anche in questo caso, dai “purismi” dell’accademismo, dedicandosi agli arrangiamenti di cortometraggi e film, testimoniando, ancora una volta, il suo essere onnivoro e costantemente alla ricerca di esperienze e sensazioni. Indubbiamente un musicista totale e figlio del proprio tempo.
Per completarne la complessa figura, citiamo il Gould saggista, brillante e sempre caustico nella scrittura e nelle provocazioni, addirittura autointervistandosi per cercare di creare intorno a sé un alone di polemica.
E chi non ricorda le sue note di copertina? Nuovamente il suo senso caustico e la forte spinta alla “vis” polemica, gli offrirono l’opportunità di scrivere commenti ai propri dischi, con lo scopo di “aiutare” i critici a capire le sue interpretazioni.
Nelle note dava dei consigli ai critici discografici e scriveva: “a quelli di voi che accoglieranno con entusiasmo il presente disco vorrei proporre un’espressione di questo genere: ...con la vivacità e il vigore che sono tipici di una prima lettura, l’esecuzione dà prova di freschezza, spontaneità e indipendenza da quella tradizione che, come osservava acutamente il compianto Artur Schnabel, non è altro che una serie di cattive abitudini.
A coloro che invece nutrono qualche dubbio sul valore di queste interpretazioni mi permetto di suggerire una frase dal seguente tenore: …Si tratta purtroppo di un’interpretazione ancora immatura, ancora carente di lucidità strutturale”. Un bel colpo alla credibilità dei critici! Il suo senso totale della musica fu basato sulla grande lungimiranza, poiché aveva capito il futuro del messaggio sonoro e senza alcun problema disquisiva sui Beatles, su Barbra Streisand e su altri protagonisti della musica leggera, cercando di affiancarli all’analisi dei personaggi della musica classica.
Si può concludere questa panoramica con una frase sintomatica e lapidaria di Gould, nella quale si riflette il suo pensiero e quella sottile ironia che da sempre caratterizzò la sua breve vita d’artista “...io penso che la Streisand abbia una personalità umana e artistica molto intensa e penso che Schoenberg sia stato una persona e un artista ultraintenso. Tuttavia c’è una differenza: in Schoenberg i momenti divertenti sono di una goffaggine tutta tedesca (…), mentre la Streisand ovviamente è una donna molto gradevole e divertente”. Una bella lezione di intelligenza e di apertura mentale che ci ha aiutati ad allargare le nostre conoscenze, andando al di là dell’accademismo che, a volte, ci può “stare stretto”.

Il 4 ottobre 1982 Gould morì, portando con sé la ventata di novità che per alcuni anni ci aiutò a capire come la musica non aveva frontiere, ma solo continui messaggi emozionali.
Dopo la sua scomparsa tutto è ritornato nella tradizione più statica.
Speriamo che il suo ritorno commemorativo possa servire da stimolo per altri piccoli Gould da scoprire sulla scena del mondo.

1) J.Cott: Conversazioni con Glen Gould, Ed. Ubulibri
(La collanina 8) - 1989

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adriano Bassi