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Tra gli stadi che hanno ospitato la Coppa del Mondo in Giappone e Corea del Sud, quello di Kyoto non c’è.
Se dico Diouf, tutti pensano al ventunenne e rapidissimo centravanti (semi)rivelazione del Senegal, che gioca in Francia, e non all’omonimo direttore generale della FAO, senegalese anche lui. Se poi dico che l’unica cosa al mondo che tutti sembrano potere o volere mangiare, è il pallone, beh, la confusione regna sovrana.
Ma dipende sempre dallo scherzetto del mosaico. Qual’è lo scherzetto del mosaico? Qui ogni tanto ne parlo: è la difficoltà, la disabitudine o la volontà di mettere insieme le tessere per cercare di vedere il mosaico nel suo complesso, che a parer mio è forse la più clamorosa e cogente deformazione della realtà di cui soffre l’informazione sulla realtà. Ma veniamo al punto, e al pallone da mangiare.
Mentre scrivo, non so ancora chi avrà vinto questi Mondiali esotici/asiatici, i primi veri “globalizzati”, la cui motivazione di fondo risiede nelle intenzioni dei padroni del calcio di cercare un mercato più vasto all’affare pallonaro, giacché quello tradizionale europeo e latinoamericano, sembra più che estenuato.
Le cifre dei potenziali telespettatori planetari erano alla vigilia di circa 40 miliardi. Il giro d’affari difficilmente calcolabile, ma tutto considerato, tra organizzazione, costruzione di stadi, denaro indotto, diritti tv, sponsor ecc., probabilmente superiore ai 10 mila milioni di dollari.
Sottesa a questi numeri c’è la passione, più o meno stimolata, direi “recitata” (penso alle decine di migliaia di spettatori da stadio nippocoreani, che sembrano cartoni animati quando gioiscono per i gol degli altri, quasi fossero degli “Holly e Benjy” di se stessi con indosso le maglie di Italia, Francia, Germania ecc.), su tutto il pianeta dei tifosi, di coloro che forse anche solo in questa occasione si occupano di calcio.
Fin qui tutto chiaro, diciamo così, per questa tessera di mosaico. Ma che c’entrano Kyoto e il senegalese Jacques Diouf?
E magari anche la Fao, la Food Agricultural Organization, con il suo bilancio annuo di “soli” 1200 milioni di dollari, metà dei quali destinati alle spese dell’organizzazione e dei suoi circa 4000 impiegati e funzionari?
Che cosa c’entra cioè il protocollo di Kyoto di due anni fa, non firmato dagli Usa, sul clima?
Che cosa c‘entrano i Mondiali con il buco dell’ozono, quindi con la distruzione delle foreste, la desertificazione del suolo, l’avvelenamento dell’aria?
Con la crescita demografica (oggi 6 miliardi di terrestri, nel 2015 7 miliardi, nel 2030 8 miliardi…), insomma con la fame nel mondo?
E con il direttore generale della Fao, che inopinatamente, cioè senza opinioni dimostrate dai numeri (e forse obnubilato dal suo omonimo goleador), aveva dichiarato mesi fa che “il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo sarà comunque dimezzato nel 2030”, anche se ora paventa “la sconfitta nella lotta alla fame”? Tutto ciò è la seconda tessera del mosaico.
Provate dunque a giustapporre la prima e la seconda tessera così da mettere a fuoco il mosaico del pianeta che verrà: sempre più calcio intercontinentale, sempre più fame nel mondo e nel terzo mondo, cifre vertiginose in positivo per i padroni del pallone, in negativo per gli affamati.
E vi sembrano due tessere indipendenti? Che cosa mangeranno, gli affamati, il pallone alla tv? E la classe dirigente della Terra, e anche la nostra italiana, starà ovviamente a guardare? Il pallone è di destra o di sinistra? E la fame? Meditate, gente, meditate…
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Oliviero Beha