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Il mondo ha sempre più fame di energia, e il fabbisogno già immenso non potrà che aumentare quando Paesi sovrappopolati come la Cina, l’India o l’Indonesia avranno completato il loro processo di modernizzazione.
Senza un adeguato e sicuro rifornimento di energia, nessun Paese industriale ha la certezza del proprio avvenire. Le fonti cui possiamo attingere sono, in teoria, abbastanza numerose, e si dividono tra rinnovabili e non rinnovabili.
Tra le prime, la più importante e utilizzata è di gran lunga l’energia idroelettrica, seguita a grande distanza da quelle fornite dal vento, dal sole e dalle maree, e tutte richiedono forti investimenti iniziali.
Tra le seconde sono in testa petrolio e metano, ma resiste bene anche il carbone, nonostante le sue caratteristiche inquinanti.

C’è poi una categoria di mezzo, di materie prime che si consumano, ma sono virtualmente inesauribili: è il caso dell’energia atomica, per cui esistono riserve di uranio per decine di migliaia di anni, o dell’elettricità ricavata dalla combustione dei rifiuti, che l’umanità continuerà a produrre in grande quantità qualsiasi cosa accada. Le esigenze connesse alla mobilità – cioè ai trasporti terrestri (con la parziale eccezione delle ferrovie) aerei e marittimi – possono tuttavia essere soddisfatte soltanto bruciando idrocarburi, almeno fino a quando gli scienziati non metteranno a punto gli attesissimi motori all’idrogeno.
Per questo, dietro molti grandi avvenimenti mondiali, dalla guerra del Golfo alle recenti intese tra l’Occidente e la Russia, c’è sempre l’ombra del petrolio. E’ raro che le guerre si combattano ufficialmente in suo nome, ma la doppia esigenza del mondo industrializzato di contenerne il prezzo entro parametri ragionevoli e di non perdere il controllo dei giacimenti rappresenta senza dubbio un fattore molto importante della politica internazionale.
La grande partita del petrolio ha conosciuto varie vicissitudini nel corso degli ultimi trent’anni. Dopo una lunga fase di “energia facile” nell’epoca coloniale e immediatamente postcoloniale, la danza cominciò con il famoso shock del 1973, provocato dalla parziale chiusura di rubinetti da parte dei Paesi dell’OPEC: il prezzo del barile di greggio schizzò in poco tempo da meno di due a oltre trenta dollari (dell’epoca), innescando una crisi economica che afflisse il mondo industrializzato per diversi anni.
Nel corso di una seconda crisi, pochi anni più tardi, si arrivarono a toccare brevemente addirittura i quaranta dollari, scatenando un’ondata di panico: sembrava che i Paesi dell’OPEC, e soprattutto la sua componente araba, avesse ormai il potere di strangolare l’Occidente e che la ricchezza fosse destinata a trasferirsi dall’Europa al Medio Oriente. Invece, il mercato è tornato gradualmente ad assestarsi: da un lato, sono comparsi nuovi importanti produttori, come il Messico e la Norvegia, che si sono rifiutati di sposare la logica politica dell’OPEC e che, restandone fuori, riuscivano a mantenere l’equilibrio dei prezzi anche nei momenti di tensione; dall’altro, la prospettiva di maggiori ricavi ha indotto le grandi compagnie petrolifere internazionali ad intensificare le ricerche e ad aprire anche giacimenti più difficilmente accessibili di quelli mediorientali, con costi di estrazione e di trasporto anche dieci volte superiori, come quelli dell’Alaska o del Mare del Nord, ma con la certezza di un flusso continuo. Nonostante oscillazioni anche forti, in coincidenza con l’acutizzarsi della crisi mediorientale o con eventi bellici come “Tempesta del deserto”, per una quindicina d’anni il prezzo del greggio non ha così creato grossi problemi ai consumatori. Esso ha messo invece in difficoltà gli esportatori, che si erano abituati a guadagni faraonici, quando è precipitato per un breve periodo addirittura sotto i dodici dollari al barile.
A questo punto i Paesi dell’OPEC si sono ribellati e, superando i contrasti che spesso hanno paralizzato l’organizzazione, si sono accordati per tagliare la produzione. Immediatamente il prezzo è tornato ad impennarsi, anzi a raddoppiare nel giro di pochi mesi. E’ stato il momento in cui siamo arrivati a pagare la benzina 2300 delle vecchie lire, e le bollette della luce e del riscaldamento aumentavano a vista d’occhio. Anche in questa occasione, tuttavia, la crisi non è stata di lunga durata: la Russia, affamata come sempre di valuta, ha aumentato la sua offerta, il rallentamento dell’economia mondiale ha tagliato la domanda, i soliti sauditi hanno fatto da mediatori e anche i falchi dell’OPEC, capeggiati dagli iraniani e dal presidente venezuelano Chavez, hanno dovuto rendersi conto che a tenere il prezzo artificialmente molto alto in un momento di quasi-recessione avrebbero finito con l’uccidere la gallina dalle uova d’oro. A partire dall’estate 2001, il prezzo del barile è così tornato ad oscillare tra i 25 e i 30 dollari, un livello considerato accettabile sia dai consumatori, sia dai produttori, soprattutto da quelli del Golfo cui l’estrazione costa più o meno un decimo del ricavato: e, tra la sorpresa generale, non è impazzito neppure dopo l’11 settembre e l’attacco americano all’Afghanistan. Gli avvenimenti dell’ultimo anno, tuttavia, hanno lasciato una serie di strascichi. Le indagini su Al Qaeda hanno messo in luce gli stretti legami dell’organizzazione terroristica con l’Arabia Saudita, principale produttore e detentore delle più cospicue riserve mondiali di greggio, e la conseguente fragilità del suo regime. Nello stesso tempo, hanno acuito le tensioni tra gli Stati Uniti e altri due importanti membri dell’OPEC, l’Iran e l’Iraq, inclusi dal presidente Bush nel famoso “asse del male”. Sulla certezza a breve e a medio termine delle forniture dalla regione del Golfo, da cui proviene circa la metà del fabbisogno mondiale, è quindi calato un pesante interrogativo. C’è chi sostiene che, per quanto un Paese sia ostile all’Occidente in nome della Jihad, non può permettersi di praticare a lungo il boicottaggio petrolifero, perché senza i proventi del greggio non potrebbe sopravvivere. Ma una parte degli analisti si va convincendo che, se uomini vicini a Bin Laden riuscissero davvero a rovesciare la monarchia saudita e ad instaurare a Riyad un regime fondamentalista, questo sarebbe in grado di chiudere i rubinetti abbastanza a lungo per mettere il mondo industrializzato in ginocchio (o obbligarlo a un blitz militare, che peraltro potrebbe provocare la distruzione di moltissimi pozzi e una sollevazione generalizzata del mondo islamico).
La parola d’ordine è perciò di nuovo, come negli anni Settanta, la ricerca di fonti, se non proprio alternative, almeno supplementari. Questo ha spinto, per esempio, Bush a chiedere la ripresa delle trivellazioni in Alaska, sospese da tempo sotto la pressione degli ecologisti, e le grandi compagnie a promuovere un più intenso sfruttamento dei giacimenti di Paesi geopoliticamente sicuri, come l’Ecuador e l’Angola. Soprattutto, ha accelerato la corsa verso le immense riserve di idrocarburi dell’Asia centrale, e la complessa partita degli oleodotti che dovrebbero portarle ai mercati occidentali. Una delle tante leggende metropolitane fiorite intorno all’attentato alle Torri gemelle sostiene addirittura che questo è stato utilizzato dalla Casa Bianca per scacciare i Talebani da Kabul e spianare così la strada alla costruzione di una gigantesca pipeline dal Turkmenistan all’Oceano Indiano. In realtà, il percorso afgano è soltanto uno dei percorsi presi in considerazione, e neppure il più praticabile. Al momento, sono allo studio nella regione non meno di sette oleodotti e gasdotti, che siano in grado di garantire un flusso regolare di greggio e metano nonostante la intricatissima situazione politica.
La Russia, fino al 1991 egemone nell’aria, spinge perché essi transitino sul suo territorio, peraltro reso poco sicuro dalla rivolta cecena. Gli americani privilegiano percorsi più meridionali, attraverso la Georgia e la Turchia, ma evitare del tutto le zone calde (e i considerevoli ostacoli naturali che fanno lievitare a dismisura i costi) è quasi impossibile. In gioco ci sono non solo la certezza dei rifornimenti, ma investimenti colossali e un business sicuro, perché i Paesi attraverso cui transitano i grandi oleodotti diventano beneficiari di una specie di rendita vitalizia. Nell’attesa che le risorse dell’area che va dal Caspio al Kazakhstan diventino accessibili, la grande beneficiaria del bisogno occidentale di diversificazione delle fonti è la Russia.
Che il suo sottosuolo celasse risorse di idrocarburi paragonabili solo a quelle della penisola arabica lo si sapeva già ai tempi dell’URSS, che infatti divenne, nel corso degli anni Sessanta e Settanta, il principale fornitore di energia non solo dei suoi satelliti, ma anche di alcuni Paesi dell’Europa occidentale (tra cui l’Italia). Le tecniche di estrazione sovietiche, tuttavia, erano molto più arretrate di quelle delle grandi compagnie europee e americane, con il risultato che i giacimenti potevano essere sfruttati solo al 60-70 per cento e che il resto dell’oro nero rimaneva inutilizzato sottoterra.
Tutto questo è cambiato con il crollo del regime comunista con una specie di privatizzazione dell’industria petrolifera russa operata da Eltsin e la sua conseguente apertura al capitale e al knowhow straniero. Negli ultimi tempi le esportazioni di greggio della Russia sono infatti cresciute ogni anno del 5-10 per cento, e ancora più è cresciuta la sua capacità produttiva: stando alle stime – forse un po’ troppo ottimistiche - di alcuni esperti, in caso di necessità la Russia sarà presto in grado di rovesciare sul mercato fino a 10 milioni di barili al giorno, cioè i due quinti di quanto vende oggi l’intera OPEC. Per il Cremlino la abbondante disponibilità di petrolio è stata una vera benedizione. Non solo i suoi proventi le hanno consentito di uscire con sorprendente rapidità dalla crisi finanziaria di fine secolo e di sistemare i suoi conti pubblici, ma anche di presentarsi all’Occidente come un partner commerciale affidabile e pronto a venire incontro ai suoi clienti nei momenti di necessità. E’ forse esagerato dire che le riserve di greggio sono servite a Putin come passepartout per entrare nel Consiglio allargato della NATO e avviare un nuovo e più vantaggioso partenariato con l’Unione Europea, ma – come è stato detto apertamente anche nei commenti al trattato di Pratica di Mare - esse hanno senz’altro agevolato le trattative.
D’ora in avanti Mosca funzionerà da garante della stabilità dei prezzi, vanificando i ricatti della componente islamica dell’OPEC e dando all’economia dei Paesi industrializzati un contributo che le varrà senz’altro – appena sussisteranno le condizioni tecniche – l’agognato ingresso nella Organizzazione mondiale del Commercio. Se la polizza di assicurazione russa ci permette di tirare un sospiro di sollievo, essa non basta, da sola, ad assicurare un adeguato rifornimento di energia per il XXI secolo.

Per quanto tuttora ingenti, le riserve accertate di idrocarburi non sono illimitate e in vista sia di un ulteriore aumento dei consumi, sia del famoso effetto serra, è necessario pensare a un massiccio ritorno all’energia atomica, caduta in disgrazia dopo gli incidenti di Three Mile Islands del 1979 e soprattutto di Chernobyl del 1986, ma che nel frattempo ha fatto grandissimi progressi sul piano della sicurezza degli impianti.
Attualmente sono ancora in funzione nel mondo 440 centrali, che forniscono circa il 17% del fabbisogno di energia elettrica. 153 sono nell’Europa occidentale, 126 nell’America del Nord, 87 in Asia, 68 tra i Paesi dell’Est che si apprestano a entrare nella UE e il territorio dell’ex URSS, il resto è sparso tra Oceania e America latina. Nell’Unione, sette Paesi su quindici – tra cui l’Italia – hanno deciso di rinunciare al nucleare e negli otto restanti non si costruisce più una nuova centrale dal 1991. Anzi, sotto la spinta dei Verdi, Germania e Svezia, che pure ricavano dall’atomo oltre un terzo della loro elettricità, hanno preso la decisione di massima di chiudere gradualmente i propri impianti, anche se per ora non le hanno dato seguito pratico. Ma un mese fa c’è stata una prima, isolata ma egualmente clamorosa inversione di tendenza.
Con un voto parlamentare di 107 a 92, la Finlandia ha deciso la costruzione di un nuovo reattore, del nuovo avanzato modello BWR 90 sviluppato in collaborazione con gli svizzeri dell’Asea-Brown Boveri. Secondo le speranze dei nuclearisti, che da quindici anni remano disperatamente contro corrente, la Finlandia potrebbe servire da apripista per un grande rilancio dell’atomo sia nell’Unione, sia negli Stati Uniti, dove il piano energetico di Bush ha già fatto un’importante apertura in questa direzione.
Il rilancio dell’atomo è considerato indispensabile anche in vista del fatto che buona parte degli impianti attualmente in funzione – oltre a essere tecnologicamente superati – cesseranno la produzione tra il 2010 e il 2030 e la costruzione di una centrale nuova richiede almeno una decina d’anni. Nel Libro Bianco sull’energia dell’Unione Europea si dice che le scelte delle nuove fonti devono essere compiute sulla base di tre considerazioni: la competitività globale, la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e la protezione ambientale.
Ebbene, su tutti tre i punti l’atomo vince.
1) Per quanto richiedano un ingente investimento iniziale, in un periodo di bassi tassi di interesse come l’attuale le centrali nucleari sono più convenienti di quelle termoelettriche: il costo del combustibile che le alimenta è infatti inferiore del 70% a quello del petrolio, del metano o del carbone, con enorme vantaggio per la bilancia dei pagamenti: l’insegnamento della Francia, che produce i tre quarti della sua elettricità con il nucleare ed è in grado di venderla con grande profitto ai suoi vicini, è sotto questo profilo determinante.
2) L’uranio, come abbiamo detto, è molto abbondante in natura, può essere stoccato più facilmente degli idrocarburi e i Paesi non a rischio ne producono a sufficienza per tutti: ricordiamoci, comunque, che una tonnellata di uranio produce la stessa quantità di elettricità di 580.000 tonnellate di greggio e di 83.000 tonnellate di carbone.
3) Dopo la tragedia di Chernobyl, enormi progressi sono stati compiuti non solo nel campo della sicurezza degli impianti, ma anche della disposizione delle scorie.
Se si costruissero nuovi reattori ad alta temperatura, si troverebbe anche il modo di utilizzare con profitto il materiale ricavato dallo smantellamento degli arsenali nucleari russo e americano, deciso a fine maggio a Mosca. Inoltre, il ritorno al nucleare consentirebbe, sia pure con qualche ritardo, di rispettare il dispositivo di Kyoto per una riduzione dell’8% delle emissioni di gas che provocano l’effetto serra.
La bilancia, dunque, pende decisamente dalla parte dell’atomo. Ma, prima di riprendere il cammino interrotto, dobbiamo superare le vecchie paure, ormai decisamente prive di fondamento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Livio Caputo