

I Campionati del mondo di calcio, che si stanno disputando in Giappone e in Corea, hanno su di me un effetto poco gradevole: mi confermano che sono proprio vecchio.

Faccio il tifo, vedo le partite, ma la massa di ricordi che si accumula dentro di me è talmente pesante da mettermi quasi in imbarazzo. C’è una sola via d’uscita per questa situazione: scrivere quei ricordi, e non per l’impossibile desiderio di annullare la distanza, ma per dimostrare, anzitutto a me stesso, che la memoria è ancora lucida e capace di scovare dettagli, di proporre remote emozioni. Per motivi che presto saranno evidenti, la data è precisa: domenica 10 giugno 1934.
Nel mio piccolo paese
veneto, era terminato da poco il saggio ginnico dell’Opera Nazionale Balilla.
Per la prima volta, gli esercizi erano stati guidati, anziché attraverso il
rudimentale cono di un megafono, con un microfono.
Un microfono “piezoelettrico”, era stato precisato, identico a quello che
usava Mussolini per far sentire la sua voce al popolo delle adunate immancabilmente
“oceaniche”.
Noi balilla non marciavamo nel senso stretto del termine per il semplice motivo
che portavamo le scarpette di gomma, obbligatorie per il saggio ginnico.
Ci fecero cantare l’inno dei balilla, ma la mia testa era altrove, a cinquecento
chilometri di distanza. E in mente avevo una domanda, una sola: sapere com’era
andata la finale del Campionato del mondo di calcio che, proprio quel 10 giugno
1934, si era disputata a Roma tra Italia e Cecoslovacchia.
L’incontro doveva essere terminato perché già si annunciava la sera e qualche
refolo d’aria veniva dai campi a mitigare il caldo. Allora, nel mio paese,
c’erano soltanto tre radio, tutte appartenenti a privati che tenevano alto
il volume per consentire agli appassionati di ascoltare, stando in strada,
la voce, rauca e già mitica, di Nicolò Carosio.
Finalmente vidi la persona in grado di darmi la notizia che cercavo. Si trattava
di Luigi V., il capitano della squadra locale, terzino “di posizione”, secondo
la terminologia calcistica di quei tempi.
Fui fortunato.
Ci fu dato l’alt perché dovevamo lasciar passare le autorità e i maestri delle
elementari. Il dialogo che segue non andò come lo scrivo adesso, sessantotto
anni dopo.
Domande e risposte furono rigorosamente nel dialetto della Bassa veronese.
- Signor Luigi, com’è finita a Roma?
- Siamo campioni del mondo, Giulietto, ma è stata dura.
- Con che risultato?
- 2-1 dopo i tempi supplementari. Avevano segnato per primi loro, i cecoslovacchi.
- Dei nostri chi ha segnato?
- Orsi il pareggio e Schiavio la vittoria.
- Siamo campioni del mondo per merito di Schiavio?
- Proprio così. Carosio ha detto: gol di destro, imparabile, su passaggio
di Guaita. Da quel momento non fui più un balilla che tornava dal saggio ginnico,
ma soltanto un ragazzino felice.
Aveva segnato Schiavio, Angelo Schiavio, il mio idolo, e sapevo di aver sognato
(giuro anche adesso sulla verità di questo sogno) che fosse proprio lui, con
un suo gol, a farci diventare campioni del mondo. Una volta, quando avevo
ancor meno anni di quel 10 giugno 1934, mi avevano portato a Bologna nello
stadio che si chiamava Littoriale. Schiavio era il centravanti del Bologna
e fece cinque (o addirittura sei) gol contro la Pro Vercelli.
E’ così, ieri come oggi, che un calciatore ti entra nel cuore e nell’immaginazione:
lo pensi, ti senti lui, se giochi una partita nei campi (così accadeva al
mio piccolo paese) con le giacche e i maglioncini arrotolati a far da porte.
La mia identificazione con Schiavio rimase, però, segreta. Nessuno mi chiamava
con quel glorioso nome, mentre tra i miei amici e coetanei c’era chi era soprannominato
Meazza e chi “Mumo” Orsi, l’italo-argentino che suonava tanghi con il violino,
chi Combi se giocava in porta e chi Monti, il massiccio Luisito, anch’egli
italo-argentino. Non ho molti altri ricordi del 10 giugno 1934. Seppi che
Schiavio, esausto, era stato spostato all’ala destra e da quella posizione
aveva segnato.
Quando compì ottant’anni (era nato nel 1905 ed è morto nel 1990), in un’intervista
dichiarò: “Riuscii a battere forte, in mezza girata. Un tiro estremamente
preciso, a fil di palo, hanno sempre detto. No, fu un tiro d’istinto, cieco.
Per me la porta poteva anche essere lontana. Ho tirato e basta”.
E’ giusto dire la formazione di quell’Italia. La cito senza consultare gli
almanacchi: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris IV, Monti, Bertolini, Guaita,
Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi.
E a memoria cito anche la formazione che, quattro anni dopo, vinse il mondiale
in Francia, battendo l’Ungheria 4-2: Olivieri, Foni, Rava, Serantoni, Andreolo,
Locatelli, Biavati, Meazza, Piola, Ferrari, Colaussi. Adesso la televisione
ci mostra tutto: i gol, le vittorie, le sconfitte, le ebbrezze, le lacrime,
gli errori, le violenze, le paure, gli abbracci.
Un archivio elettronico è già pronto per garantire al futuro ogni minuto,
ogni secondo, di quanto è accaduto, perché tutto è stato ripreso in diretta,
ripetuto alla moviola, commentato, processato. Forse scrivo del 10 giugno
1934 anche per reagire a tutto questo. Di quel giorno remoto restano, infatti,
fotografie come quella del commissario unico (si diceva così) Vittorio Pozzo,
portato in trionfo dai suoi giocatori.
E restano vecchi giornali ingialliti, qualche spezzone con pochissima luce
dell’unico cinegiornale dell’epoca.
Può quasi sembrare una favola la storia di un paese con tre radio e di un
ragazzino che voleva sapere il risultato della finale. Ma favola non è. L’essere
diventati campioni del mondo non turbò il solito, tranquillo silenzio delle
strade.
La sera scorreva secondo le abitudini delle sere d’estate: seduto davanti
alla porta di casa, aspettai l’apparire del lume che segnalava l’avvicinarsi
del bianco e attesissimo carrettino del gelataio. Non ci sono veli di nostalgia
in queste parole se non per le tante, troppo assenze che i ricordi richiamano.
Potrei fare l’appello, se volessi: nomi, cognomi, nomignoli.
Sarebbe un tentar di vincere sull’invincibile fluire del tempo. Vecchio giornalista
quale sono, so che è già un grande premio essere qui, da sopravvissuto, a
scavare nell’infinito della memoria.






Vittorio Pozzo
