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E’ interessante scoprire le reazioni che uno stesso personaggio può avere nei confronti di uomini illustri, non molto amati e forse non aderenti ad un ideale comune. E’ questo il caso di D’Annunzio nei riguardi di Giacomo Puccini.Un rapporto che non ebbe alcun esito a causa della “negligenza” del Vate nel non voler accontentare il Compositore alfine di creare una nuova opera fortemente voluta dallo stesso Puccini.

D’Annunzio si comportò in modo totalmente differente con Claude Debussy, poiché andò caparbiamente alla ricerca di un contatto con il musicista francese con lo scopo di stendere un nuovo melodramma di sapore surrealista. A questo punto il discorso si farebbe molto articolato, venendo spontaneo chiedersi le differenti reazioni del Poeta, dettate probabilmente non da un fattore politico, bensì da una mera simpatia ed antipatia; dato che d’Annunzio fu spesso vittima di questi sentimenti terreni.

Debussy al piano


Focalizzando la vicenda sui rapporti fra D’Annunzio e Debussy, possiamo citare una frase di Cesare Mazzonis, presente nella articolata prefazione al libro: “Mon cher ami” (Epistolario 1910-1917) fra D’Annunzio e Debussy, curato da Guy Tosi: “La collaborazione per il teatro ha un grande vantaggio: obbliga i pavoni a stringere le code per varcare assieme le “portes étroites” del lavoro comune. Ed ecco D’Annunzio (…..) farsi artigianalmente accorto, disponibile, inviare versi ulteriori chiesti dal musicista, altri proporne a scelta, consigliando di gettare anche tutto un episodio se non dovesse funzionare”. Una testimonianza importante, poiché con Puccini avvenne l’esatto contrario.
A tal riguardo si può consultare il volume: “Caro Maestro” di A. Bassi edito da De Ferrari (Genova) alla voce Puccini.
Il lungo tragitto di avvicinamento del Vate verso Debussy ha inizio nel 1910 con una lettera scritta dal Poeta datata Arcachon, 25 novembre 1910.
Ne riproduciamo i passaggi più significativi: “Caro Maestro, un giorno lontano sulla collina di Settignano dove è nato il più melodioso degli scultori toscani, Gabriel Mourey, mi parlò di voi e di Tristano con accenti profondi. Vi conoscevo e vi amavo già allora. Frequentavo un piccolo cenacolo fiorentino dove qualche artista serio professava un vero culto per la vostra opera e si appassionava alla vostra ‘riforma’. Allora come oggi, soffrivo di non poter scrivere la musica delle mie tragedie. E pensavo alla possibilità di incontrarvi. Quest’estate, mentre stendevo un Mistero lungamente meditato, un’amica mi cantava le vostre canzoni più belle con quella voce interiore che richiedono. (..) Vi piace la mia poesia? Due settimane fa, a Parigi, ho avuto voglia di bussare alla vostra porta. Qualcuno mi ha risposto che non c’eravate. Ora “non posso più tacere”. Vi chiedo di ricevermi e di ascoltare ciò che vorrei dirvi della mia domanda (..)."
La risposta di Debussy fu estremamente veloce, datata Vienna, 30 novembre 1910: “Caro Maestro, la vostra lettera mi raggiunge qui dove mi trovo per qualche giorno e con grande noia. Vi chiedo scusa per non avervi potuto scrivere subito la gioia di averla ricevuta. Come potrebbe non piacermi la vostra poesia? L’idea di lavorare con voi, anzi, mi dà in anticipo una sorta di febbre. Rientrerò a Parigi intorno al 20 dicembre. C’è bisogno che vi dica quanto sarei felice di incontrarvi? (…..)”.
Da quel momento iniziò la loro proficua collaborazione che scaturì nel: “Martyre de San Sébastien”.

Tutto ciò si dimostrerà positivo, con alcune difficoltà determinate da impegni improrogabili di entrambi. Viene, comunque, spontaneo fare dei continui paralleli con Puccini, in quanto D’Annunzio non fu mai sollecito ad inviare i suoi scritti al compositore, cosa che non avvenne con Debussy, in quanto oltre a spedirgli velocemente il canovaccio glielo portava personalmente.
Possiamo leggere un telegramma datato: Arcachon, 9 gennaio 1911, nel quale questo aspetto viene messo in evidenza: “Vi porto il terzo atto di persona perché ho bisogno di consultarvi. Sarò all’Hotel Jena mercoledì mattina e vi telefonerò. Omaggi a Madame e affettuosità a Chouchou. G. D’Annunzio”.
La fretta del Vate si concretizza nel successivo scritto dell’11 gennaio 1911 (Parigi):
“Caro amico, sono appena arrivato. Vi invio il mio primo “Ave”. Troverete il manoscritto nella cassetta della posta. Se ne avete il tempo, vogliate scorrerlo in giornata. Non sarò libero prima di sera. Potrei dunque venire da voi stasera o domani verso le due, dopo pranzo. Una vostra precedente lettura avvantaggerà il nostro lavoro. Le parti corali sono sviluppate in vista del libro, ahimè, “vedovo di musica”. Potete scegliere le strofe che preferite. Ma di tutto ciò parleremo. Aspetto una vostra parola per organizzare il mio tempo. San Sebastiano mi telegrafa da Milano un fervido saluto per voi. Arrivederci! Vostro G. D’Annunzio”.

Dopo questi fondamentali preamboli, iniziano le lettere “tecniche” nelle quali si possono rilevare gli appunti stilistici, musicali e formali del lavoro che, lentamente, stava prendendo forma.

Debussy con la figlia Chouchou

Ne leggiamo una, riguardante il testo scritto dal Poeta, datata: Arcachon, 13 febbraio 1911:
“Mio caro amico, vi mando il testo completo del primo atto. Troverete facilmente il primo grido degli Arceri di Emesia: “Sébastien! Sébastien!” dopo la scena in cui il Santo consegna a Sanaé l’arco, la faretra e il bracciale. E’ a questo punto che la musica comincia a “sfolgorare”. Nelle note troverete anche il momento esatto in cui comincia la danza, quando il Santo entra nel quadrato infuocato. (…) Userò certamente un metro più solenne per i cantici dei Beati. Penso che vi compiacerete al “mistero” del secondo atto. Quando si apre la grande porta della Camera magica, l’aria è già carica di incanto e di ciò che si potrebbe chiamare “il ricordo immemorabile”, il ricordo di cui non ci si ricorda più. Arrivederci, caro fratello. Sono felice delle notizie di miglioramento. Vi mando tutta la bella luce dorata che è il respiro della primavera oceanica. Gabriele D’Annunzio”.

Finalmente il lavoro arrivò a conclusione in modo sereno e fortemente costruttivo, arricchendo la letteratura musicale di un capolavoro che ancor oggi lascia una notevole traccia nella storia della musica.
Un’ennesima lettera datata: Parigi, 19 giugno 1911, ne testimonia il momento storico ed è lo stesso Debussy che avverte il Poeta: “Caro fratello e amico, che bel libro! E che bell’opera davvero! Ho riletto tutto e con gioia pura, non più disturbata dalla presenza pesante, dalle voci contraddittorie, dal falso chiasso che fa il teatro intorno a una cosa bella. Non ho voluto darvi il fastidio di un nuovo appuntamento, pensando che avrete fin troppo da fare, ma mi piacerebbe vedervi e darvi io stesso la partitura del “Saint Sébastien”.
Ma parto per Torino stasera per dirigere un concerto. Sarete qui al mio ritorno e cioè il 22 di questo mese? Spero che mi si vorrà lasciare questa gioia e vi prego di credere a tutto il mio affetto. Claude Debussy.
Vorreste far ritirare la partitura che lascio a vostro nome? Non voglio affidarla all’indifferenza dell’Amministrazione postale!” Una collaborazione così importante aveva avuto un risultato strepitoso e a distanza di parecchi anni ci rimane un esempio altamente illuminante di un rispetto e di una granitica volontà di raggiungere un traguardo così grandioso, dove musica e poesia si uniscono in una perfetta simbiosi.
Si può concludere con una toccante lettera di Madame Debussy a D’Annunzio, scritta il 20 Novembre 1932, quando il compositore era già morto e che dimostra quanto il Vate fosse rimasto affettuosamente in contatto con la famiglia Debussy.
Nello scritto si coglie la commozione e il rispetto che Madame Debussy ha nei confronti del Poeta: “Caro Maestro e amico, all’inaugurazione del monumento del vostro caro Claude, i vostri nomi sono apparsi indissolubilmente legati. Dopo, da ogni parte mi è stato chiesto se non avessi una vostra corrispondenza. Essendo stata sempre malata, non ho potuto scrivervene prima. Spesso ho riletto le vostre preziose lettere che mi hanno riportato a quei begli anni, teneri e duri a un tempo. Consentirete a far copiare le pagine del fratello Claude di Francia e a darmi l’autorizzazione a pubblicarle a fronte delle vostre? Potreste rendermi il grande servizio di rispondermi al più presto? Con fervida e fedele ammirazione. Emma Debussy.”
Testimonianze di vita vissuta e preziose icone di un lungo tragitto creativo, che offrono a tutti noi uno spaccato di vita vissuta intensamente e proficuamente.
La conclusione è affidata ad un’altra frase di Mazzonis, che sintetizza le idee che si diffondevano in quel particolare momento storico: “Le diverse teorie del teatro ribollivano nel calderone di D’Annunzio, e Debussy non poté sottrarsi a “quella” seduzione (“e non si meravigliò se non per donarsi intero e puro” ricorda modestamente il Vate). Ad un problema, cioè, nel quale ancor oggi restiamo immersi fino al collo”.
L’ardua sentenza ai posteri!!

 

 

Bozzetto per uno dei costumi di scena di Ida Rubinstein

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ida Rubinstein in scena come Saint Sebastien

 

 

 

 

 

 

 

.Adriano Bassi