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Si avvicina il decimo anniversario di uno degli avvenimenti più drammatici e carichi di simbolismo dell’ultimo scorcio del XX secolo: il passaggio del potere dalla minoranza bianca alla maggioranza nera in Sudafrica.



Quando, il 10 maggio 1994, tre anni dopo l’abolizione dell’apartheid, Nelson Mandela assunse la presidenza della Repubblica, promettendo di creare un “Paese arcobaleno” in cui undici etnie diverse avrebbero convissuto pacificamente con gli stessi diritti e gli stessi doveri, i pessimisti erano decisamente in maggioranza. Nonostante la straordinaria personalità e la grande apertura mentale del nuovo Capo dello Stato, reduce da 27 anni di prigionia nel carcere di Robben Island, sembrava difficile che una transizione così epocale, seguita ad anni di scontro armato tra le razze, potesse aver luogo senza incidenti gravi e che la patria dell’apartheid potesse trovare pacificamente un nuovo assetto.

Invece, il miracolo è avvenuto: a dieci anni di distanza, con Mandela ormai ritirato a vita privata, il Sudafrica può considerarsi un Paese normale: un Paese a cavallo tra lo sviluppo e il sottosviluppo, con un’economia un po’ zoppicante, enormi sacche di povertà e un tasso di criminalità tra i più alti del mondo, ma dove bianchi, colorati, indiani, Xhosa, Zulu, Venda e quant’altri hanno trovato un accettabile, anche se tuttora visibilmente fragile, modus vivendi.

La nuova Costituzione è di gran lunga la più liberale dell’Africa e – almeno sulla carta – non ha nulla da invidiare alle più avanzate Costituzioni europee. I bianchi hanno perduto il potere politico che detenevano da sempre ma, essendo riusciti a mantenere buona parte del potere economico, hanno rinunciato a emigrare in massa verso l’Australia e il Canada come era stato pronosticato.
I neri sono entrati nelle stanze dei bottoni e hanno cominciato a formare una classe dirigente moderna, ma stentano a soddisfare le aspettative delle masse urbane e rurali che dalla fine dell’apartheid si aspettavano mirabilia.
Gli indiani continuano la loro difficile navigazione tra i due grandi blocchi etnici, culturalmente più vicini ai bianchi ma politicamente alleati con i neri.
Gli Zulu, minoritari rispetto agli Xhosa e concentrati nella provincia di Natal, hanno rinunciato per il momento alle loro velleità secessioniste e fanno parte del governo.
L’African National Congress, il partito di Mandela che ha condotto la lotta contro l’apartheid e ha raccolto i frutti della vittoria, occupa i due terzi dei seggi al Parlamento ma ha resistito finora alla tentazione tutta africana di erigersi a partito unico.

Sotto la guida di Nelson Mandela fino al 1999 e poi del suo successore Thabo Mbeki, il Sudafrica ha assunto progressivamente il ruolo di superpotenza africana, con una sfera di influenza che si estende fino al Sahara e una funzione moderatrice che ne ha fatto uno dei Paesi più influenti al Palazzo di Vetro.

Non per nulla, vi si sono tenute negli ultimi tre anni ben due grandi conferenze internazionali, quella di Durban contro il razzismo (degenerata purtroppo in un processo a Israele) e quella di Johannesburg sull’ambiente.
Il Sudafrica è anche il principale promotore del NEPAD, un’associazione dei più progrediti Paesi del continente che si è proposta alla comunità internazionale come garante del rispetto dei diritti politici, economici ed umani in cambio di una più generosa politica di investimenti da parte della comunità internazionale.


Molti sono gli elementi che hanno contribuito a questo successo, ma il merito maggiore spetta sicuramente a Nelson Mandela, uno dei pochi premi Nobel per la pace che abbia veramente meritato questo riconoscimento.



Fin da quando era in carcere, e aveva stabilito contatti segreti con esponenti del regime bianco, egli si era reso conto che, se si voleva evitare un bagno di sangue, il cambio della guardia doveva avvenire sotto il segno della riconciliazione nazionale: niente vendette, niente rivalse, niente soprusi ai danni degli ex padroni che dopo una lunga resistenza avevano accettato di abdicare, forse più per la pressione internazionale che per quella interna.
Per questo, Mandela volle, anche dopo il trionfo ottenuto nelle prime elezioni a suffragio universale del marzo ’94, dividere inizialmente il potere con il suo amico-avversario, l’ultimo leader bianco, Fredrick De Klerk.
Per questo, lasciò per un paio d’anni la guida dell’economia ai bianchi, conscio com’era di non avere uomini preparati per gestire una società industriale moderna quale aveva ricevuto in eredità e giustamente preoccupato di evitare una fuga di capitali.

Per questo istituì, fin dal suo primo anno della sua presidenza, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, una specie di confessionale pubblico presieduto dall’arcivescovo Desmond Tutu che ha preso in esame tutti i crimini commessi in nome dell’apartheid (ma anche i delitti e le violazioni dei diritti umani dell’ANC durante gli anni dell’esilio) e ha posto le basi per un’ampia amnistia. Mandela ha anche pilotato la conversione del suo partito in materia economica dal marxismo al libero mercato.

Durante gli anni della guerra fredda, e soprattutto durante la fase dell’espansionismo sovietico nell’Africa nera, il suo African National Congress era entrato nell’orbita di Mosca, che gli forniva soldi, armi e – quando serviva – ospitalità per i suoi militanti. Il movimento collaborava anche strettamente con il Partito comunista sudafricano, guidato da un ebreo lituano di nome Joe Slovo che aveva un filo diretto con il Cremlino.
Nel programma dell’ANC, di conseguenza, c’erano nazionalizzazione dei mezzi di produzione, pianificazione centrale, distribuzione forzata della ricchezza e tutto l’armamentario del socialismo reale. A causa di questo bagaglio ideologico, esso era temuto dall’establishment economico sudafricano, che pur non essendo – in linea di principio – favorevole all’apartheid, temeva di essere liquidato come era accaduto alla classe imprenditoriale russa nel 1917.

La conversione è cominciata prima ancora dell’avvento al potere, con la caduta del muro di Berlino, la liquidazione dei regimi socialisti dell’Europa orientale e la dissoluzione dell’URSS. I socialisti occidentali fecero del loro meglio per mantenere l’ANC sulle loro posizioni, spingendo per un esproprio delle grandi miniere d’oro e di diamanti che per anni avevano costituito la maggiore risorsa della Repubblica. Una commissione di esperti internazionali redasse per conto del movimento il cosiddetto rapporto MERG, che prevedeva la trasformazione del Sud Africa in una economia di comando, con relativa accelerata africanizzazione.
La sua pubblicazione creò, inevitabilmente, un’ondata di panico sui mercati, rendendo più problematici gli investimenti stranieri su cui Mandela e i suoi collaboratori contavano per favorire lo sviluppo e creare i tanto necessari posti di lavoro.
Per fortuna, pur confessandosi digiuno di teorie economiche, il vecchio saggio capì l’antifona: se, in un momento in cui il mondo intero aveva sposato il liberismo, egli avesse spinto il suo Paese lungo la strada da tutti abbandonata delle nazionalizzazioni e della pianificazione centrale, il Sudafrica, già provato da anni di sanzioni, di isolamento e di mediocre amministrazione da parte del regime bianco, sarebbe stato condannato a un irreversibile declino.

Perciò, tra il disappunto dei suoi mentori socialisti, accantonò il rapporto MERG, ordinò una revisione generale del programma economico del movimento e il 26 febbraio 1996 tenne a battesimo il rapporto GEAR, che allineava la politica del Sudafrica con quella degli altri Paesi industriali. Questa conversione ad U non ha impedito, peraltro, al governo di adottare una serie di leggi tese a privare i bianchi dei loro antichi privilegi e a inserire i suoi uomini nei posti di comando.

E’ stata abolita, naturalmente, la vecchia norma che impediva ai neri di possedere terreno agricolo, intaccando il virtuale monopolio che i coloni avevano in materia e mettendo le premesse per una più equa distribuzione delle risorse agricole.
Ma il provvedimento che più ha contribuito a modificare la società sudafricana è stata la prelazione obbligatoria accordata ai neri in materia di impieghi pubblici, di concessioni governative, di posti all’università e perfino nelle grandi aziende private.
Questo ricambio forzoso, ispirato alla cosiddetta “affirmative action” americana a favore delle minoranze, è ancora in corso e richiederà diversi anni; ma è chiaro fin da ora che quando sarà stato completato, gli spazi per i bianchi in Sudafrica si ridurranno notevolmente, e la fuga dei più giovani e preparati adesso appena agli inizi subirà una brusca accelerazione.

Gli stessi dirigenti più avveduti dell’ANC si rendono conto che questo avrà ripercussioni negative sullo sviluppo economico e culturale del Paese e che l’inevitabile abbassamento del livello di competenza nuocerà alla sua competitività internazionale.
Ma, sul piano politico, essi non potevano fare altrimenti: lasciare le cose come stavano e permettere che la crescita di una nuova classe media restasse affidata alle sole forze del mercato sarebbe stato come rinnegare i principi stessi della lotta di liberazione.
Per adesso, il prezzo pagato è stato sostenibile; ma se, sotto la spinta di un sindacato che, da sempre, svolge anche un importante ruolo politico, il governo dovesse premere ulteriormente sull’acceleratore, tutta la paziente opera di cucitura della presidenza Mandela verrebbe messa a rischio.
Per adesso, comunque, la “affirmative action” sudafricana non ha prodotto la desiderata perequazione tra le etnie, ma piuttosto il consolidamento di una borghesia nera che ha allentato i legami con la sua comunità di origine per inserirsi, sia finanziariamente grazie a un elevato tenore di vita, sia fisicamente attraverso il trasloco nei quartieri residenziali un tempo riservati ai bianchi, nell’establishment economico del Paese.

Il presidente Mbeki, succeduto a Mandela quattro anni fa e quasi sicuro di ottenere, l’anno venturo, un secondo mandato quinquennale, appare comunque meno preoccupato del Premio Nobel di mantenere un rapporto armonico con i bianchi.
Egli ha tollerato, per esempio, un inquietante attacco alla stampa, accusata nel corso di una lunga inchiesta pubblica di “razzismo subliminale” per il suo scarso impegno nei confronti della promozione economica della maggioranza nera e per le insistenti accuse di corruzione rivolte ai nuovi quadri.
La mannaia del controllo governativo si è abbattuta anche sulla televisione, che dopo un breve periodo di libertà è tornata ad essere quello che era ai tempi dell’apartheid, la portavoce del governo. Nulla, nella storia di Mbeki, un uomo colto, preparato e poco portato all’estremismo, indica che egli abbia in mente una azione concertata contro la popolazione di origine europea.
Ma egli sente più del suo predecessore la pressione di un elettorato inquieto e insoddisfatto per i progressi compiuti fin qui, invidioso del benessere dei bianchi rapportato alla miseria delle township e ha paura che all’interno del suo stesso partito cresca una opposizione di sinistra pronta a radicalizzare di nuovo la lotta politica.

I suoi rapporti con il nuovo leader dei bianchi riuniti nel Partito Democratico, Tony Leon, non sono più quelli di Mandela con De Klerk. Probabilmente, egli percepisce anche che la resistenza bianca sta perdendo nerbo, perché il nazionalismo afrikaaner, che impose l’apartheid nel dopoguerra e lo difese fino all’ultimo, è in profonda crisi di identità.
Il vecchio National Party che dominava il Parlamento prima del ’94 si è sciolto, Leon non è neppure uno dei loro e le loro storiche associazioni, dal Broederbond alla stessa Chiesa Olandese Riformata, stanno perdendo influenza e adepti a vista d’occhio.

I problemi di Mbeki oggi sono altri.

Deve misurarsi, anzitutto, con un tasso di criminalità tra i più alti del mondo, che ha reso invivibili interi quartieri di Johannesburgh e di Durban (Città del Capo, che ha una composizione etnica diversa, è per ora in una situazione migliore): è, in parte, una criminalità nata dalla disperazione, ma in parte anche il risultato dello smantellamento dell’odiata polizia del vecchio regime, sostituita da funzionari impreparati e incompetenti. Di conseguenza, si sono aperti enormi spazi a bande di ogni genere, di ladri d’auto, di spacciatori di droga, di rapinatori di professione, che spesso si comprano l’immunità a suon di bigliettoni.
C’è un problema scuola, cruciale per un Sud Africa che ambisce al ruolo di motore economico del continente. Ai tempi dell’apartheid, l’insegnamento per i neri era deliberatamente tenuto a un livello molto basso, con insegnanti impreparati e scuole dilapidate. Anche ora che le scuole sono state, ufficialmente, integrate, le classi miste sono in pratica limitate ai quartieri alti. Ma per la scuola di massa manca tutto, a cominciare dai maestri che non hanno né la vocazione, né la preparazione culturale per il loro compito.
Gli stessi uomini di governo ammettono che, se tutto andrà bene, ci vorrà almeno una generazione per rimediare a questa lacuna.
C’è una graduale perdita di competitività dell’economia sudafricana, dovuta a un complesso di fattori in parte ereditati dal vecchio regime: salari più alti che nel resto dell’Africa, una mancanza di flessibilità che ricorda certi Paesi europei, la presenza di un potente sindacato – il COSATU – che dopo avere avuto una parte rilevante nella lotta di liberazione avanza oggi pretese spesso incompatibili con la situazione e, un po’ secondo la moda della CGIL, interferisce volentieri anche nella cose politiche.
C’è infine, e forse soprattutto, la spaventosa incidenza dell’AIDS, portato in Sufadrica dai lavoratori che immigravano dal nord e diffusosi come il fuoco nella prateria soprattutto nella fase di transizione dal potere bianco al potere nero. La responsabilità è un po’ di tutti: dell’ultimo governo bianco che sottovalutò il problema e non adottò tempestivamente le adeguate contromisure, della popolazione che per anni ha trascurato le più elementari precauzioni, e in ultima analisi dello stesso Mbeki, che per anni ha dato corda a una teoria medica fuorviante, secondo la quale i rimedi sviluppati in Occidente servivano solo ad arricchire le case farmaceutiche e l’epidemia andava curata con rimedi della medicina tradizionale africana.
Questa inspiegabile convinzione del presidente ha ritardato di anni l’adozione di una energica politica di arginamento, facendo sì che l’infezione si diffondesse a ogni livello della società. Ora, finalmente (grazie anche a un autorevole intervento di Mandela) le direttive sono cambiate, ma il male è fatto e le proiezioni parlano di milioni di morti nei prossimi vent’anni.

Nonostante i suoi difetti, Thabo Mbeki rimane per la comunità internazionale un leader moderato, preparato e affidabile, che in potenza potrebbe aiutare a risolvere anche molti problemi del continente.
In occasione di varie crisi africane, Congo, Liberia, Sierra Leone, ha svolto una costruttiva funzione mediatrice.
Finora, purtroppo, non ha avuto il coraggio di affrontare la più grave, quella del vicino Zimbabwe, dove Robert Mubage governa in maniera arbitraria e dispotica, ha distrutto un’economia già fiorente e calpesta quotidianamente i diritti politici e umani di bianchi e di neri.
Ci si aspettava che Mbeki premesse autorevolmente su di lui perché mettesse fine agli abusi e ripristinasse la democrazia. Invece, nulla di tutto questo. I maligni dicono che all’origine di questa inerzia ci sia una specie di “richiamo della foresta”.
Mugabe, come Mbeki, viene dalla lotta di liberazione, come Mbeki ha radici culturali marxiste e dopo vent’anni di amministrazione ortodossa ha fatto quello che probabilmente anche molti esponenti dell’ANC vorrebbero fare: espropriare le terre dei bianchi per distribuirle ai loro seguaci.


..Livio Caputo

 

Il trasferimento del potere dai bianchi ai neri è stato meno accidentato del previsto, ma per l'unica superpotenza africana restano molti problemi da risolvere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelson Mandela

Thabo Mbeki