

Teatro come metamorfosi della realtà per
tentare di capire i disagi, i dubbi e la disperazione che lacerano l’animo
dell’uomo contemporaneo.
Una trasformazione che può essere attuata anche sconvolgendo le regole e offrendo
al pubblico situazioni paradossali vicine al nonsense, utilizzando come trampolino
le diverse paure e le inquietudini della vita quotidiana.
Come se un flash illuminasse l’annaspare di chi sta per annegare e di chi,
precipitando da una vetta, vive nel lampo di un secondo gli accadimenti più
importanti di un’esistenza che sta per frantumarsi.
Sono queste le considerazioni che stanno alla base della poetica teatrale
di Eugène Ionesco, nato a Bucarest nel 1912 da padre romeno e madre
francese, che decise di trasferirsi a Parigi, dove aveva trascorso parte dell’infanzia,
nel 1940.
In un decennio, che possiamo definire preparatorio, intuì come la strada che
si sentiva di percorrere fosse quella di calare il linguaggio in situazioni
limite, assurde, borderline, fra un’apparente normalità borghese e le follie
presenti in ogni essere umano, che si scatenano però solo in determinati momenti.
A lui, al drammaturgo, toccava il compito di creare atmosfere cariche di forte
ambiguità, surreali, che comunque indagavano il metafisico e poco erano interessate
agli eventi reali.
Gli stessi personaggi che incontriamo nelle sue opere possono essere interpretati
come sdoppiamenti dello stesso autore, che, inerte, manovra parti di sé quasi
fosse un burattinaio.
Così nel 1950 Ionesco decise di portare in scena al Théatre des Noctambules
di Parigi l’opera d’esordio, La cantatrice calva, commedia in un atto,
diviso in undici scene, definita dallo stesso autore “anticommedia” e caratterizzata
da un surrealismo soprattutto verbale. Nonostante Ionesco abbia sempre negato
che questo testo rappresenti una satira sugli inglesi e le loro abitudini,
la celebre didascalia dell’incipit non dà scampo ai sudditi della regina:
“Interno borghese inglese, con poltrone inglesi. Serata
inglese. Il signor Smith, inglese, nella sua poltrona e nelle sue pantofole
inglesi, fuma la sua pipa inglese e legge un giornale inglese, accanto a un
fuoco inglese. Porta occhiali inglesi; ha baffetti grigi, inglesi. Vicino
a lui, in un’altra poltrona inglese, la signora Smith, inglese, rammenda un
paio di calzini inglesi. Lungo silenzio inglese. La pendola inglese batte
diciassette colpi inglesi”.

Già a quindici anni dalla prima rappresentazione l’autore confessava di aver l’impressione che in qualche modo La cantatrice calva non gli appartenesse più, poiché era già diventata patrimonio del teatro umoristico mondiale tradotta e rappresentata in centinaia di Paesi.
Addirittura è in scena al parigino Théatre de La Huchette ininterrottamente dal 1957 e ancor oggi si può ammirarla dopo 45 anni di programmazione.

La trama vede una coppia, i signori Smith, fotografata nel soggiorno della
propria abitazione, mentre si scambiano frasi banali come se ne ritrovano
nei manuali per l’apprendimento della lingua anglosassone. All’improvviso
torna la cameriera Mary, che annuncia l’arrivo dei coniugi Martin, che, entrando,
si siedono un in faccia all’altro e parlano come se non si conoscessero.
Dopo aver a lungo conversato, si riconoscono in base alle numerose circostanze,
accumulate nei loro discorsi, che provano che i due vivono insieme. A questo
punto il ritmo si fa incalzante e il contenuto sempre più paradossale. Arriva
un pompiere alla ricerca di un incendio da spegnere. Quando se ne va, i quattro
iniziano a urlare pronti a usare violenza uno all’altro, a scannarsi reciprocamente,
mentre contemporaneamente dicono frasi senza senso, vocali e consonanti isolate.
Di colpo il buio. Quando la luce viene riaccesa troviamo i Martin seduti al
posto degli Smith. E, come all’inizio, ripetono le stesse battute della coppia
che hanno sostituito.



