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La contemplazione attraverso l’azione.
Se dovessi racchiudere in una formula il perché del fascino di Massud, il leader afghano assassinato due anni fa, nessuna si attaglierebbe meglio di quella di Michael Barry, autore di una biografia, “Massud. Il leone del Panshir”

(Ponte alle Grazie, 286 pagine, 15 euro), che è il più commosso atto d’omaggio a un uomo d’eccezione, nonché il saggio più completo finora apparso su quella polveriera ideologico-politica che si chiama Afghanistan.

Massud non era soltanto un capo militare, genere peraltro abbondante nel suo Paese ed elemento di fondo di un trivalismo guerriero che in parte ne spiega rivolgimenti, tradimenti, alleanze e controalleanze, lutti e catastrofi.
Era una di quelle figure di combattenti-filosofi, rare ma significative, che hanno attraversato la storia dell’Oriente e dell’Occidente: il suo livre de chevet era “La pietra filosofale della fortuna” del mistico medievale Algazel, conosceva gli scritti teorici di Mao e di De Gaulle, si serviva del gioco degli scacchi come di una metafora per meglio esemplificare l’arte della guerra.

Lo uccisero alla vigilia dell’attacco alle Twin Towers, un attentato mascherato da intervista televisiva, la telecamera che esplode dopo una domanda, la prima e l’unica, su Osama Bin Laden, Massud che giace senza vita, la parte destra del corpo dilaniata, il braccio e la gamba un’unica poltiglia, il suo interprete morto sul colpo, il suo aiutante di Campo, Mas’ud Chalili senza un arto e un occhio, un attentatore saltato a sua volta in aria, l’altro abbattuto da una guardia del corpo rimasta illesa.
Era una morte in qualche modo annunciata e per molti versi e da molte parti auspicata.



Politicamente, Massud rappresentava l’unica speranza per un Afghanistan del futuro, indipendente e sovrano, e quindi una minaccia per i pakistani, fautori del vassallaggio dei loro vicini, un ostacolo per gli americani, più portati ad avere le mani libere nelle loro scelte, un pericolo per i talebani, costretti a cimentarsi sul terreno ideologico e non religioso.
A due anni da quel tragico giorno la speranza di allora è sepolta probabilmente per sempre: c’è un protettorato militare che garantisce il funzionamento delle attività correnti, ma solo nella capitale e dintorni, un proliferare di feudi armati, indipendenti fra loro e il cui orizzonte non supera l’etnia dei suoi feudatari, enclave talebane lungo le linee di confine con il Pakistan e nelle zone più impervie del Paese, nessuna possibilità di una politica autonoma e autosufficiente.



Come Stato e come nazione l’Afghanistan non esiste più. Massud era tagiko, nativo dell’alta valle del Panshir, fra i villaggi di Bazarak e Jangalek. Il particolare non è secondario.
Come spiega bene Michael Barry, riprendendo la metafora degli scacchi prima citata, “la scacchiera permette, anzi esige, le strategie più creative, ma impone anche le sue regole rigide, che nessun giocatore può permettersi di violare.”
Per tutta la vita Massud non poté muoversi, pur con tutta la forza del suo genio politico e militare, che lungo le diagonali ed i rettilinei consentiti dalla sua scacchiera. Il quadro esterno: i voraci Paesi confinanti. All’interno il mosaico etnico.
La sua casella di partenza: essere un tagiko, membro del ceppo persiano sunnita, probabilmente il 40 per cento della popolazione, a fronte dell’etnia per lungo tempo dominante dei paschtun sunniti del sud, anch’essi circa il 40 per cento, degli hazara sciiti del centro, circa il 15 per cento e delle restanti minoranze.
La maledizione delle società mediorientali moderne continua ad essere quella di perpetuare questa plurisecolare tradizione fondamentale che vuole che l’individuo non debba la sua protezione che alla famiglia, al clan, alla tribù, alla etnia, alla setta di appartenenza. Quand’anche il singolo individuo volesse rompere questo quadro rigido per rivendicare l’unità nazionale, l’ostilità degli altri clan lo respingerebbe immediatamente nel bozzolo soffocante dei suoi. L’elemento etnico si complica ancora di più se letto in una chiave nazionalistica.



Da un punto di vista numerico Tagiki e Pashtun, lo abbiamo visto, si equivalgono, ma l’Afghanistan scorre lungo una linea di frontiera, detta Linea Durand, dal nome di Sir Mortimer Durand, il funzionario inglese che la tracciò alla fine dell’Ottocento e che, oltre a favorire strategicamente il potente confinante vicino, l’India in passato, poi il Pakistan, perpetua una spartizione all’interno dei territori Pashtun, tagliandolo in pratica a metà.
L’Afghanistan non ha mai riconosciuto ufficialmente questo confine, ritenendolo artificiale, e ha sempre chiesto la restituzione o l’autodeterminazione dei territori pashtun in terra pakistana e quindi il passaggio dal multietnicismo che oggi lo caratterizza, alla maggioranza pashtun che lo caratterizzava al momento della sua nascita come Stato sovrano.
Un simile risultato, però, trasformerebbe la componente tagika in minoranza. Per i Tagiki, dunque, le rivendicazioni nazionalistiche della seconda metà del Novecento erano un pericolo da evitare e non una battaglia ideale da combattere.

Ma questo significava in qualche modo colludere con un Pakistan che, ossessionato dalla minaccia indiana e sovietica, vedeva nell’Afghanistan un nemico oggettivo da cancellare.
Il gioco delle alleanze internazionali fa il resto e così il Pakistan si lega a filo doppio con gli Stati Uniti in una logica anti-Mosca, l’Afghanistan entra nell’orbita russa in una logica anti-Karachi, il panislamismo diviene la carta da giocare per quella componente tagika che pur non essendo nazionalista in senso pashtun non può nemmeno essere filocomunista.
Ma il panislamismo è un’arma a doppio taglio. Minoritaria e tenuta ai margini finché si muove in un’epoca in cui i nazionalismi postcoloniali sono forti e l’appeal all’indipendenza non ha rivali, cresce nel momento in cui i nuovi Stati subiscono crisi di identità o, peggio, perdite di sovranità. Il caso afghano è esemplare, nel suo passaggio da alleato dell’Urss a suo vassallo, ed infine a colonia militarmente occupata.
La lotta di liberazione si tinge allora di connotati religiosi, comuni alle varie etnie, e mette la sordina ai contrasti etnici.
Non solo: a livello internazionale l’appoggio dato all’islamismo come veicolo di resistenza si traduce di fatto nell’accettazione occidentale, Stati Uniti in testa, del Pakistan come nazione guida per l’infiltrazione e la propaganda delle tesi panislamiche nel territorio afghano occupato. In questo modo, però il governo di Karachi si propone di cogliere due obiettivi: il primo, in comune con i suoi alleati, è la sconfitta militare dell’Urss, il secondo, in linea con il proprio interesse nazionale, la fine dell’Afghanistan come Stato sovrano e la sua trasformazione in un’entità politico-religiosa senza rivendicazioni territoriali e con ampie possibilità di manipolazione interna.
Ciò che il Pakistan e gli altri sottovalutano, è la possibilità che il “panislamismo in un solo Paese” pensi poi di esportare il suo modello nel mondo, entrando così in contrasto con gli antichi alleati. Ed è ciò che è successo con i Talebani al potere. Questo lungo per quanto sommario excursus aiuta a capire meglio la statura politica di Massud.

Nella sua giovinezza il futuro Leone del Panshir è attratto dal panislamismo, o fondamentalismo che sia: ce lo portano le sue radici tagike, il suo rifiuto del nazionalismo pashtun teleguidato da Mosca. E’ sedotto anche dal maoismo, perché lo vede come un cuneo da poter piantare nella politica filosovietica di Kabul e come possibilità di sottrarsi all’abbraccio troppo stretto dell’integralismo. Via via che lo scenario muta si rende conto che l’appoggio ai mujaedhin islamici è cieco nel caso americano, strumentale in quello pakistano ma egualmente si traduce nella scomparsa dell’Afghanistan in quanto realtà statuale.
Contemporaneamente, però, è un appoggio di cui, sia pure in forma minoritaria, usufruisce anche lui nell’impegno comune contro l’invasore sovietico.
Quando quest’ultimo è costretto a uscire di scena, si apre il secondo tragico scenario, quello di una guerra civile in cui Massud dapprima rifiuta, nonostante sia stato ufficialmente invitato, di assumere responsabilità politiche all’interno di un governo talebano, ed in seguito preferisce la via di una resistenza attiva nella sua valle, in attesa che i tempi migliorino e dall’estero ci si renda conto del pasticcio in cui ci si è cacciati.

La morte a neppure cinquant’anni, di cui quasi la metà passata a combattere, tinge la vita di Massud dei colori di una leggenda.
In lui gli elementi tradizionali, l’attaccamento agli usi e i costumi del suo popolo, non vennero mai meno, ma una naturale sensibilità gli consentì di rispettare ciò che meritava di essere rispettato e di lasciar cadere senza tante storie quello che era solo il residuo passivo di abitudini arcaiche, scorie senza più alcun significato.
Fu occidentale, in un ambito più grande di quello che la geografia gli aveva assegnato, e quindi imparò a capire e a conoscere il modo di pensare e di agire di una parte del mondo che gli era estranea. Ma non trasformò mai questo interesse in scimmiottatura e non pensò mai di importare modelli di vita e modelli politici come fossero un prodotto di marketing.
Nella sua biografia, Michael Barry nel dargli l’estremo saluto fa proprie le parole di Shakespeare nell’ultimo atto dell’“Amleto”: “Buonanotte, dolce principe, e possa un volo d’angeli condurti al tuo riposo”. E’ il giusto addio per un re filosofo che non fece a tempo a sedersi sul trono.

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

.Stenio Solinas ....A .F .G .H. A .N .I .S .T. A. N