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Un giro d’Italia vinto ed una promozione in A alla guida dell’Ancona. In comune avevano fino a poco tempo fa un cognome che il destino si era accanito a schiaffeggiare.
Da un lato Gilberto il ciclista, dall’altro Gigi l’allenatore
.

Due ruote che girano ed un pallone che rotola.
Con risultati alterni. Ma soprattutto con tanta voglia di rivincita su qualcosa o qualcuno che ha deciso di metter loro il bastone tra le ruote. Non però roba di poco conto. Squalifica per doping e la perdita di un figlio. Colpi da KO che non hanno scoraggiato i nostri protagonisti, accomunati da forza di volontà e coraggio.
Qualità che potrebbero non bastare se poi non si trova qualcuno disposto a darti fiducia, a restituirti a quel ruolo che nel recente passato ti ha visto primeggiare.
Qui occorre scindere il cammino dei due Simoni.

“Gibo” il pedalatore mette il sigillo alla propria carriera di vertice nel giugno 2001. E’ lui l’uomo nuovo del ciclismo azzurro, che, dopo tanti infortuni e difficoltà accusate nel salto nel professionismo, si aggiudica il Giro d’Italia. Sembra l’inizio di un futuro brillante.
Ma a distanza di una sola stagione arriva la batosta. “Non ci posso credere, sono su scherzi a parte”.
Queste le parole sintesi della sua reazione ad un annuncio shock. L’accusa parla chiaro: assunzione di cocaina. Tracce nelle urine dopo un controllo.
Il 32enne trentino dopo un paio di giorni sceglie l’auto-esilio dalla corsa rosa.
Ma quando a fine luglio 2002 la Disciplinare lo scagiona, confermandone l’assunzione involontaria di caramelle a base di coca e miele portategli dal Perù dalla zia Giacinta, sorella di Moser, sembra veramente la fine di una barzelletta. In realtà è tutto vero. Una banale quanto infantile ingenuità che porterà ad accostare il nome di un corridore a quello di un dopato.
Va fatta una premessa: quello del 2001 è un giro disastroso per lo spirito sportivo della manifestazione, con più atleti trovati positivi a varie sostanze proibite che presenti all’epilogo in quel di Milano. In questo clima di caccia alle streghe, con poliziotti che irrompono nelle stanze d’albergo nel cuore della notte e siringhe-corpo del reato gettate fuori dalle finestre, ne fa le spese anche il “minimalista Gibo”.
Che però non dimentica.
E quando nel 2003 alza di nuovo le braccia davanti a tutti, distribuisce le sue pagelle dei cattivi soprattutto tra i colleghi. Colpevoli a suo dire d’aver fatto pressioni dodici mesi prima perché lui andasse a casa. “Mi riprendo ciò che mi hanno tolto l’anno scorso; senza guardare in faccia nessuno e dedicando la vittoria a me stesso e a chi mi è stato vicino”.
Ben detto.

......

Ma soprattutto perfetto per intrecciare nuovamente il filo del discorso con l’altro Simoni.
Quel Gigi allenatore, bistrattato dalla sorte e da uomini poco inclini alla parola umanità.
Quelli che all’indomani della morte di un figlio gli hanno servito una bella cicuta sotto forma di esonero. E che l’anno dopo, da dilettanti del pallone, dopo averlo assunto, lo hanno scaricato bollandolo come “tecnico bollito” .
Eh sì, caro patron granata Ciminelli. Ironia della sorte, ora il tuo Torino scivolato in B non potrà affrontare quell’Ancona che Simoni “il sorpassato” ha condotto nella massima serie. Te lo faccio notare io.Perché Gigi è un signore vero. Uno che anche davanti ad un successo preferisce glissare su chi lo ha dileggiato in passato. Forte di una esperienza trentennale, il tecnico di Crevalcore, ha vissuto anni difficili recentemente.
Ma questa soddisfazione un po’ a sorpresa gli restituisce rispetto, onore e quella credibilità che troppi dirigenti innamorati del futile avevano infangato.
Lui che aveva incominciato la bellezza di 27 anni fa a “traghettare” società dalla B alla A e che tuttora non ha perso il vizio. La sua settima scalata lo riporta nel calcio che conta.
E questa è la cosa importante. Perché si chiude un cerchio che sembrava destinato a non comporsi più. Iniziato nel momento in cui Moratti aveva deciso di affidargli un’Inter ambiziosa, ma scaricandolo dopo aver vinto l’unico trofeo attualmente in bacheca dopo sette anni di presidenza.

Da allora per entrambi, Moratti e Simoni, sembrava essere iniziato un lungo viaggio nell’oblio di chimere, speranze di rinascita e ricordi che fanno male. Dal quale Gigi è riuscito a sottrarsi, dimostrando la cosa più importante nel mondo del calcio: quella di saper ancora vincere.

Chi optò allora per una scelta dolorosa trincerandosi dietro al “bene dell’Inter”, adesso è più che mai solo.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


.Paolo Ghisoni