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Non devo certo ricordare qui che la categoria dei medici si regge (o si reggerebbe) sul famoso “giuramento di Ippocrate”. Vediamo allora su quale tipo di giuramento si fonda la categoria dei giornalisti, dopo aver premesso una solenne banalità: se l’importanza primaria del medico è tale da sempre, pur con le diverse sfaccettature epocali, con le tecnologie del XX secolo la stampa (specie radiotelevisiva) è andata assumendo un ruolo cruciale nella vita del singolo e della collettività, così da essere ormai da un bel po’ il sistema nervoso di quel corpaccione da 6 miliardi e passa di terrestri che è il nostro pianeta. Tempo fa sono stato invitato a una puntata in tv di “Sciuscià-edizione straordinaria”, di Michele Santoro. Tema: la libertà di informazione tra destra e sinistra. Pur stradisponibile a discutere di libertà di informazione oggi, sotto Berlusconi, non ho potuto fare a meno di relativizzare il concetto (e sì, fino a prova del contrario, la libertà di informazione, come il suo rovescio, cioè la censura, come la verità, o la democrazia ecc., sono concetti e “pratiche” relativi), e di storicizzarlo. Siamo quelli che siamo, per come eravamo, no? Ho ricordato che alla fine degli anni ’80, in uno di quei bei convegni che si tengono a Venezia, alla Fondazione Cini, l’allora numero 2 della Fiat, Cesare Romiti (intervenuto nell’ultimo quarto di secolo nelle carriere di tutta o quasi l’élite giornalistica italiana, direttamente o indirettamente, a Palazzo o nei salotti), disse testualmente: “I giornalisti prima di parlare di libertà dovrebbero tirarsi su i pantaloni”. Ne ho concluso che secondo me non solo non se li sono tirati su anche quando non regnava il Cavaliere, ma addirittura con una mano se li sono abbassati vieppiù e con l’altra si sono cacciati in capo l’elmetto dei militi. Hanno insomma militato e militano da generali e a scalare fino ai soldati semplici negli eserciti bipartisan dell’Ulivo e del Polo, fino a far credere a tutta l’opinione pubblica che sia normale e addirittura giusto che “sia così”. Uno senza l’elmetto o è un malato, o è un ingenuo, o se lo è appena tolto per rimettersene un altro, leggi il classico voltagabbana. Vedete, anche qui bisogna intendersi. Partiamo dalle parole, che rimangono la materia prima di questa categoria. Per voltarla, la gabbana, bisogna averla: fuor di metafora, se il livello professionale è sempre più modesto, hai sempre meno da offrire, cioè da “voltare”, e sempre più dipendi dal tuo padrone, o “padrone”, che sia la politica o i poteri forti economici o le due cose intrecciate. Di qui un mondo composto, per la stragrande maggioranza, di colleghi che sono o “azionisti” di uno schieramento, o “tifosi”, o le due cose insieme. Obiezione: ma è “l’impegno”, la militanza che li spinge a schierarsi. Balle: hanno sostituito giustappunto l’impegno nell’informare correttamente con la militanza, con lo schieramento. E non solo: se secondo Adorno (uno sconosciuto pensatore della scuola di Francoforte) la libertà non sta nel dover scegliere tra due cose, ma nella possibilità di non scegliere, secondo-mettiamo-Adornato, una firma dell’editoria contemporanea, invece è meglio dichiararsi esplicitamente, anche se nel suo caso prima a sinistra e poi a destra. Alla mia domanda in tv da Santoro: “Si può dare in natura, o nella natura italiana, un conduttore di programmi che non sia per forza fazioso, o addirittura che garantisca entrambe le parti politiche, che voglia parlare a tutti i cittadini ecc, ecc.?”. Nessuno ha avuto il coraggio di rispondere. Eccolo, allora, il fondamento della nostra categoria: è sempre un giuramento, come per i medici, ma un giuramento tacito, condiviso sempre di più nella logica del prodotto e sempre meno in quella del servizio: è il “giuramento di Ipocrita”, altro che “è la stampa, bellezza!”, di bogartiana citatissima memoria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oliviero Beha