

L’allargamento dell’Unione Europea verso Est ha riacceso i riflettori sulle tragiche vicende del confine orientale e proposto la necessità di trovare una soluzione equa al problema degli esuli.
L'ormai imminente ingresso della Slovenia nell’Unione Europea e nella NATO e la prospettiva che la Croazia la segua nel giro di pochi anni hanno riproposto i problemi del confine orientale, troppo a lungo dimenticati dall’opinione pubblica italiana. Riproporre i problemi del confine orientale in vista di una maggiore integrazione con i nostri vicini non significa chiedere un impossibile ritorno alle frontiere del 1939, ma affrontare finalmente in chiave europea una serie di problemi che i successivi trattati italo-jugoslavi hanno lasciato in sospeso: la restituzione dei beni confiscati ai cittadini italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia al momento dell’esodo, una ridefinizione delle acque territoriali nel golfo di Trieste, una migliore tutela delle nostre minoranze rimaste nell’ex Jugoslavia al momento dell’abbandono dell’Istria, l’abolizione delle molte restrizioni ancora imposte, sia da Lubiana sia da Zagabria, alle nostre iniziative economiche e culturali. L’apertura delle frontiere richiede soprattutto il superamento di una eredità di reciproca e profonda inimicizia, che affonda le sue radici nella storia e che ha conosciuto i momenti più tragici prima e durante il ventennio, con il nostro inetto tentativo di “italianizzare” le province multietniche conquistate nel 1918, e poi negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, quando sloveni e croati vincitori hanno esercitato nei confronti degli italiani residenti nelle terre di cui si erano impadroniti una sanguinosa pulizia etnica ante litteram, culminata nell’orrore delle foibe.

E’ stato impossibile stabilire esattamente quante furono le vittime di questa operazione, condotta tra il settembre 1943, quando i partigiani titini approfittarono dello sbandamento dell’esercito italiano per una prima invasione dell’Istria, e il 1945, quando essi occuparono per alcune settimane Trieste e Gorizia: oltre alle migliaia di persone gettate, spesso ancora vive, nelle fenditure carsiche, ci sono quelle disperse, quelle morte nei campi di concentramento o uccise durante la deportazione. Una cosa, tuttavia, è certa: tra le dieci-dodicimila persone eliminate – spesso in modo barbaro - non ci furono soltanto individui in qualche modo collegati con il fascismo, ma anche funzionari dello Stato, militari, sacerdoti, notabili, possidenti e tantissime donne, colpevoli soltanto di essere italiani e di opporsi alla slavizzazione delle loro terre. Per quasi cinquant’anni, lo spaventoso ricordo di quelle stragi fu colpevolmente rimosso dalle principali forze politiche: i successivi governi a guida DC non volevano turbare i rapporti con la Jugoslavia, che dopo la rottura con Mosca nel 1948 era diventata una pedina chiave per contrastare l’egemonia sovietica sui Balcani; i comunisti, che avevano favorito la cessione delle provincie giuliane e dalmate a Belgrado e partecipato attivamente alla eliminazione di coloro che vi si opponevano, avevano dal canto loro tutto l’interesse a che questo capitolo di storia cadesse nel dimenticatoio e hanno sempre tacciato di “revanscismo” coloro che volevano riportarlo all’onore delle cronache; l’MSI, l’unico partito che avesse interesse a tenere viva la fiamma del ricordo, non aveva allora la forza di imporre il dovere della memoria al di fuori dell’area giuliana. Questo atteggiamento di chiusura si rifletté anche sulla accoglienza riservata ai circa trecentomila profughi delle provincie perdute, gli unici italiani ad avere pagato di persona per la sconfitta: al loro arrivo in patria (una parola che a quel tempo non era neppure più in uso) essi furono infatti accolti non come italiani con la “I” maiuscola, ma come scomodi e indesiderabili protagonisti di una tragedia che tutti gli altri preferivano dimenticare. Neppure quando Milovan Gilas, dopo avere rotto con Tito, ammise testualmente che “Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati in Istria con il compito di indurre tutti gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo”, la classe politica italiana ritenne opportuno riaprire il dossier. Con l’eccezione del sussulto di orgoglio nazionale che, nell’autunno del ’53, spinse il presidente del Consiglio Pella a mobilitare le truppe per bloccare le pretese di Tito su Trieste, anche negli anni successivi i governi italiani mantennero nei confronti della Jugoslavia un atteggiamento rassegnato e remissivo, che culminò nel 1975 nella firma del trattato di Osimo: un trattato negoziato nel massimo segreto per evitare ogni forma di dibattito, che sanzionò la definitiva cessione a Belgrado della zona B dell’ex Territorio libero di Trieste, amministrata fin dal 1954 (ma in una situazione di dubbia legalità) dagli slavi; un trattato che, nello stesso tempo, accettava un risarcimento risibile per la confisca dei beni degli esuli ad opera del regime titino. Non per nulla, i pochi spiriti liberi del Parlamento italiano, con in testa la medaglia d’oro Luigi Durand de la Penne, votarono contro la sua ratifica, nella speranza che il vento stesse finalmente cambiando e che presto ci sarebbe stata la possibilità di ottenere condizioni meno onerose. Una occasione per impostare i rapporti con i vicini orientali su nuove basi si presentò in effetti nel 1992, con la dissoluzione della Jugoslavia. Sia la Slovenia, sia la Croazia – cioè le due repubbliche direttamente interessate al rapporto con l’Italia – chiesero di subentrare a Belgrado come partner del trattato di Osimo. Sarebbe stato perfettamente legittimo, da parte del nostro governo (presidente del Consiglio Giuliano Amato, ministro degli Esteri Emilio Colombo) invocare la clausola delle “mutate condizioni” e chiedere, come contropartita al riconoscimento diplomatico, la revisione di alcune sue parti. Invece, la Farnesina si limitò ad accettare il fatto compiuto, perfino rallegrandosi delle buone intenzioni di Lubiana e Zagabria. E quando, due anni dopo, il primo governo Berlusconi cercò di mettere come condizione per l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea, la restituzione, totale o almeno parziale, dei beni abbandonati ai legittimi proprietari, Lubiana si trincerò dietro il muro del pacta sunt servanda: tutto quello che l’Italia, (dove nel frattempo era tornato al potere il centro-sinistra, assai meno sensibile al problema) riuscì a strappare, fu il cosiddetto lodo Solana, cioè un accesso privilegiato degli esuli al mercato immobiliare delle zone da cui erano fuggiti, che gli sloveni non hanno avuto difficoltà a eludere. L’atmosfera, tuttavia, è radicalmente mutata rispetto a dieci anni fa, quando Il Giornale, ancora sotto la direzione di Indro Montanelli (che, come inviato del Corriere della Sera, aveva assistito di persona alla grande fuga da Pola del ’47), infranse per primo il tabù, riproponendo al grande pubblico gli orrori dell’occupazione titina di Trieste, Gorizia ed Istria, e raccogliendo 160.000 firme per la revisione del trattato di Osimo. Ormai, parlare di foibe non è più politicamente scorretto. All’argomento sono stati dedicati libri importanti, come La foiba grande di Carlo Sgorlon, L’esodo di Arrigo Petacco, Bora di Anna Maria Mori e Nelida Milani o il recentissimo Foibe di Gianni Oliva, cui hanno fatto corona inchieste giornalistiche e documentari televisivi che non hanno esitato a puntare il dito contro i partigiani sloveni e croati e i loro fiancheggiatori del PCI. Un film è stato dedicato alla strage della malga di Porzus, in cui partigiani comunisti e filoslavi massacrarono a tradimento venti partigiani della brigata Osoppo, che si battevano contro l’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia. L’esodo forzato dei 300.000 italiani che hanno preferito abbandonare tutto piuttosto di assoggettarsi a un potere straniero e totalitario ha cessato di essere, anche nell’ottica della sinistra, la fuga di una banda di fascisti e reazionari dalla loro giusta punizione, per assumere la nobile dimensione che merita. Vie e piazze intitolate ai “Martiri delle foibe” sono spuntate in molte città d’Italia (o almeno in quelle amministrate dal centrodestra), il capo dello Stato in visita al Nord-Est si reca regolarmente a rendere omaggio alla foiba di Basovizza e gli eventi del confine orientale sono diventati materia di insegnamento in molte scuole. Le vicende della Bosnia e del Kossovo sono servite, a loro volta, a rinfrescarci la memoria, mettendo in rilievo come l’eliminazione fisica delle etnie rivali faccia parte del costume dei popoli balcanici. In sintonia con questo mutato atteggiamento dell’opinione pubblica, i vari governi che si sono succeduti hanno anche assunto atteggiamenti più fermi di fronte alle prepotenze che, nel loro sciovinismo, Slovenia e soprattutto Croazia continuano a commettere nei confronti delle rispettive minoranze italiane. Forse avvertendo il pericolo che la superiorità economica e culturale dell’Italia potrà rappresentare per loro in una situazione di frontiere aperte, le due repubbliche reagiscono spesso in maniera isterica a iniziative che tendono solo a ristabilire la verità storica. Zagabria, per esempio, ha deciso di rinviare la firma di un trattato di amicizia e di collaborazione per reazione al conferimento, da parte del presidente Ciampi, di una medaglia d’oro al valor militare al libero comune di Zara in esilio, intesa a ricordare l’eroico comportamento della sua popolazione nelle fasi finali della guerra. Lubiana, dal canto suo, ha impedito con una serie di veti che una commissione mista di studiosi operasse una ricostruzione obbiettiva e accettabile a tutti degli eventi degli anni Quaranta, insistendo sulle colpe del fascismo e sorvolando su quelle del pur oggi rinnegato regime titino. A livello più basso, ignoti hanno distrutto, in varie località dell’Istria, targhe e lapidi poste a ricordo delle vittime della pulizia etnica di 55 anni fa, e un malcelato ostracismo delle autorità si oppone spesso alle iniziative che, in qualche modo, rievocano la presenza italiana nella regione. Anche per gli imprenditori che vogliono operare oltre confine la vita non è sempre facile, e l’acquisizione di alcune banche croate da parte degli italiani ha suscitato le resistenze dei nazionalisti. Ora che la Slovenia sta per entrare in Europa e la Croazia (ancora sorvegliata speciale per la parte avuta nelle guerre balcaniche) ha iniziato la sua marcia di avvicinamento, molte cose dovranno cambiare. Una volta accettato il cosiddetto acquis communautaire, le discriminazioni nei confronti degli italiani non saranno più consentite, la chiusura a riccio sui problemi ancora aperti diventerà più difficile, certe forme di collaborazione non potranno più essere osteggiate. Il rapporto tra l’Italia e le due repubbliche dovrà, con il tempo, conoscere la stessa evoluzione positiva che, appunto nella cornice europea, hanno conosciuto quelli tra Francia e Germania. Ma proprio in quest’ultimo Paese si è verificato, nei mesi scorsi, un fatto nuovo, che potrebbe avere ripercussioni positive anche per le rivendicazioni dei giuliano dalmati: la riscoperta del dramma dei 15 milioni di tedeschi che, a seguito della seconda guerra mondiale, furono espulsi dalla Prussia Orientale, dalla Pomerania, dalla Slesia e dai Sudeti. Esattamente come i profughi dalle nostre provincie orientali, essi hanno perso tutto e hanno dovuto ricostruirsi una vita, in condizioni difficilissime, al di qua della frontiera dell’Oder-Neisse. Per due generazioni, la cattiva coscienza collettiva ha portato a considerare quell’esodo forzato come una inevitabile, se non proprio giusta punizione per i crimini del nazismo. Oggi non è più così: le vittime della grande fuga delle popolazioni tedesche verso Ovest hanno appena trovato un cantore addirittura in uno scrittore di sinistra come Guenther Grass, che con il suo libro Il cammino del granchio ha aperto la strada a un diluvio di rievocazioni (e di rivendicazioni) che, alla vigilia dell’allargamento della UE ai Paesi che hanno inglobato le terre perdute, sta avendo un certo impatto anche sulla politica. Dopo essersi opposti, a suo tempo, alle iniziative italiane nei confronti di Slovenia e Croazia, nel timore di resuscitare i fantasmi del passato, adesso sono proprio i tedeschi a fare la voce grossa, in particolare nei confronti della Repubblica ceca, con cui pure hanno firmato un “trattato di riconciliazione” appena tre anni fa. Materia del contendere sono i decreti Benes del 1945, che disposero l’espulsione in massa dei tre milioni di tedeschi dai Sudeti e la confisca dei loro beni. Quando in gennaio il primo ministro ceco li ha definiti “un elemento essenziale della denazificazione del Paese”, il candidato conservatore alla Cancelleria Stoiber ha replicato che essi costituivano “una ferita per l’Europa che dovrà essere rimarginata quando l’Unione si allargherà a Est” e il nazionalista austriaco Haider ha chiesto addirittura di condizionare l’ingresso di Praga in Europa alla loro cancellazione. Nessuna seria iniziativa politica è stata ancora presa nei confronti di Varsavia, ma le organizzazioni degli esuli sono già sul piede di guerra e i polacchi vivono nell’incubo di una progressiva “rigermanizzazione” della Slesia e della Pomerania attraverso la forza dell’Euro: per questo, chiedono alla UE un lungo periodo di transizione prima di consentire ai tedeschi il libero acquisto (o piuttosto, riacquisto) di proprietà immobiliari ed agricole. Il problema investe anche quei diritti umani che troveranno una solenne consacrazione nella Costituzione europea in preparazione a Bruxelles. La domanda cui bisognerà trovare una risposta, se possibile omogenea, è la seguente: quali sono i diritti delle genti che, in seguito alla sconfitta del loro Paese e alla perdita delle provincie in cui risiedevano, sono state costrette a prendere la via dell’esilio? E’ ammissibile che esse siano state costrette a pagare di persona per colpe non loro e che non riescano a ottenere giustizia neppure in un’Europa avviata verso l’unità? Se dobbiamo essere tutti fratelli in un continente senza frontiere, è evidente che, senza nulla modificare negli assetti territoriali, qualcosa a favore degli esuli e dei loro discendenti dovrà essere fatto.


