

Londra, dal nostro inviato
L'ultimo
libro di Jan Morris s’intitola Trieste and the Meaning of nowhere (Faber
&Faber), ovvero il nessun luogo, il non essere, la città che meglio di tutte
chiude in sé l’esilio e l’estraneità, la solitudine e la diversità, e che
quindi più di tutte le somiglia. Non ce ne saranno altri, ha fatto
sapere nelle interviste seguite all’uscita; la scrittura d’ora in avanti avrà
una dimensione intima e personale, privata: ha 75 anni, è un po’ stanca, va
bene così. Fisicamente, comunque, li porta bene, una bella testa di capelli
bianchi, un fisico ancora scattante, il ritratto più di una distinta lady
di mezza età che non di un’anziana signora. In mezzo secolo di attività, più
d’un ateneo l’ha insignita di una laurea ad honorem, ha vinto molti premi
letterari, collezionato molte di quelle onorificenze piene di acronimi e di
puntini di cui gli inglesi detengono il monopolio (G: cb, obe, Cmg, per intenderci),
scritto alcuni dei libri di viaggio più belli della letteratura anglosassone
del Novecento: due sue “biografie di città”, quelle su Venezia e su
Hong Kong, non hanno rivali.
Ma insuperabile rimane anche la sua trilogia sull’impero, Pax Britannica,
uscita negli anni Settanta, e che diede una svolta agli studi sull’argomento.
Per i lettori inglesi e americani è un mito, per la “tribù” degli scrittori
d’oltre Manica e d’oltre Oceano un maestro riconosciuto.
Secondo Paul Theroux “non c’è scrittore vivente che abbia la sua serenità
o la sua forza”. Eppure, il capolavoro di Jan Morris non è fatto di carta,
ma di carne, non è artistico, ma umano. E’ la sua vita, anzi la sua doppia
vita. Da James a Jan, da uomo a donna, da padre di cinque figli (tre maschi
e due femmine, una purtroppo morta ancora bambina) a “zia” degli stessi, da
soldato a esploratore a padrona di casa a viaggiatrice delicata. “Sei una
simpatica ragazza”, le disse un rude tassista al termine di una corsa al Museo
dell’Esercito a Chelsea. Le aprì la portiera, rimase un attimo al suo fianco
a guardare l’edificio, poi le diede un bacio in bocca e una pacca amichevole
sul sedere. Jan non più James non poté far altro che arrossire. Aveva 45 anni.
Al Traveller’s, il club di viaggiatori e diplomatici che sta in Pall Mall,
i membri più anziani ricordano ancora il giorno in cui James Morris si dimise
da socio: uno dei requisiti per l’ammissione è essere maschi, se non altro
all’anagrafe, e lui aveva cambiato sesso. “Come ospite ha continuato a
frequentarlo”, mi dice uno di loro.
“Se come sono le cene in posti come questi: si raccontano aneddoti, c si
scambiano impressioni su cose viste, luoghi visitati, magari si esagera un
po’. Be’, qualsiasi esperienza, qualsiasi fatto straordinario che valore potevano
avere con lui, sì, insomma, con lei, a tavola? Era stato uno di noi, adesso
era uno di loro, con successo prima, con successo dopo, non una vita ma due…
Incredibile”.
La biblioteca del Traveller’s è al primo piano. Vi si accede da uno scalone
il cui corrimano in legno è al primo piano. Vi si accede da uno scalone il
cui corrimano in legno è un dono del principe di Talleyrand. I marmi che ne
adornano il soffitto centrale sono una riproduzione (gli originali stanno
ora al British Museum) dei fregi del tempio di Apollo a Bassae frutto di una
campagna di scavi di C. Rockerell, membro fondatore del Club. I libri di Jan
Morris ci sono tutti. “Io sono troppo vecchio per salire sulla scala fino
all’ultimo scaffale”, mi dice il mio anfitrione.
“Ma se lei va su troverà il volume che cerca”.
Conundrum, il mistero, l’enigma, è del 1974, e fra quelli di maniera esplicita
quello che Trieste and the Meaning of nowhere si limita ad accennare:
il senso di alterità rispetto al mondo, la ricerca di un tutto cui fare parte
che è poi un unico che ti comprende e ti completa, la sfida a diventare ciò
che vuoi, pur sapendo che non lo sarai mai completamente. È un libro coraggioso
e tormentato, un’autobiografia persino crudele nel suo scandagliare ciò che
si nasconde dietro una parola semplice e ambigua, per tutto quello che si
trascina dietro quanto a barnum esibizionistico, come transessualità.
Certamente non è un libro facile, né per chi l’ha scritto né per chi lo legge:
comunica un senso di disagio, e non potrebbe essere altrimenti. James Morris
si accorge d’essere nato nel corpo sbagliato che non ha ancora quattro anni.
La madre suona Sibelius al piano, lui gioca e sente di essere una bambina.
È il più giovane di tre figli, non è effeminato, non lo travestono da sorellina.
Crescendo non ha inclinazioni omosessuali, ma quella sensazione si rafforza:
“Sentivo che desiderando così fervidamente e insistentemente d’essere trapiantato
in un corpo femminile miravo solo a una più divina condizione, a un’interna
riconciliazione”. Alunno a Oxford impara che “non ci sono norme. Siamo
tutti differenti. Nessuno di noi è interamente sbagliato. Capire è scusare”.
A 17 anni è volontario nel 9° reggimento dei lancieri di sua Maestà: la Seconda
guerra mondiale è agli sgoccioli, va prima in Italia, poi in Egitto, qualche
modo lo proteggono: “L’intera vita delle classi alte britanniche era attraversata
dalla bisessualità. Il sistema scolastico, il riserbo delle buone maniere,
la felice tolleranza accordata agli originali di ogni tipo, tutti questi elementi
significavano che le relazioni fra uomini erano piene di nuances emotive e
sfumate”.
Se la vita sociale è soddisfacente, quella fisica, sessuale, resta impervia.
Non è un seduttore, non è seducibile, rimane tuttavia seducente e questo complica
tutto per uno che non si sente uomo e però non è una donna, isolato dal suo
sesso, impossibilitato a essere dell’altro. Il suo corpo non gli appartiene
e il piacere che da esso potrebbe derivargli non lo attrae più di tanto: c’è
in lui una sorta di atrofia che lo blocca, un non voler arrivare fino in fondo,
fino al compimento. È un’impotenza che si rispecchia anche nel lavoro. A poco
più di vent’anni Morris è in forza all’Arab News Agency del Cairo prima, inviato
del Guardian poi, infine del Times.
È un decennio giornalisticamente ricco, pieno di viaggi, di incontri. È in
carriera, insomma, niente gli è precluso. E invece nel 1961, quando ne ha
appena trentacinque, molla tutto, in nome di se stesso. Non è l’orgogliosa
rivendicazione delle proprie capacità di scrittore, è il rifiuto di ciò che
è canonico nel mondo maschile: il successo, la lotta per conquistarlo, la
vita come scontro e come affermazione di sé, un ulteriore taglio con il mondo
circostante, l’ennesima vocazione alla solitudine, all’impotenza.
Si badi bene: è un impotenza psicologica, non legata agli organi sessuali.
L’atto fisico non lo attrae perché lo trova incongruo a quello che lui sente
di essere, un qualcosa di meccanico inserito però nel motore sbagliato. E
tuttavia, come corpo maschile, il suo è perfettamente oleato, assolutamente
in grado di svolgere il suo compito.
L’incontro con Elisabeth, che sarà sua moglie per un ventennio, è allietato
da cinque figli. Non è il tentativo di venire a patti con se stesso, di reprimere
la femminilità che sente come propria. Elisabeth sa che James è in cerca di
un’altra identità, James è conscio che il classico rapporto marito-moglie
con lei à impossibile. È però c’è il potere della mente da un lato, l’idea
di essere artisticamente artefice di una creazione dall’altro. Man mano che
i figli crescono, l’insofferenza a essere ciò che è si fa in Morris sempre
più forte, la volontà di divenire la sua parte mancante sempre più preponderante.
C’è qualcosa di grandioso e di tremendo in questo viaggio dal mondo maschile
al mondo femminile. In un decennio James prende qualcosa come 12mila pillole
ormonali, 50mila milligrammi di femminilità entrano nel suo corpo. Come nel
Ritratto di Dorian Gray, diviene prima un essere la cui età sembra essersi
fermata, il fratello maggiore dei suoi figli, il figlio grande di sua moglie,
poi una persona il cui sesso non è più realmente distinguibile, una sorta
di chimera, di mostro mitologico, di divinità ermafrodita.
A volte qualcuno lo fissa per la strada e Tom, il primogenito, stringendogli
la mano gli sussurra: “Sta fissando me”, come a proteggerlo.
L’ultima tappa è Casablanca, l’operazione per il definitivo e irreversibile
cambio di sesso. Il nuovo nome, Jan, conserva ancora qualcosa di androgino,
quasi un tentativo di ancorarsi in quell’interregno di mutazione ormonale,
quasi un cercare di venire a patti con se stesso. Ma nella clinica James scompare
per sempre e un nuovo essere prende il suo posto. Dal 1971 a oggi Jan Morris
è un’altra persona rispetto al James Morris che fu. Non lo è solo esteriormente,
fisicamente.. L’uomo che andava sull’Everest, che guidava i carri armati nel
deserto, i motoscafi nella laguna di Venezia, è ora una donna che non sa parcheggiare
la macchina, che si imbroglia a stappare un a bottiglia, che fatica a portare
un pacco.
L’autore di Pax Britannica, la meravigliosa evocazione di un’epoca, di un
mondo, lo scrittore capace di grandi squarci, di larghe prospettive, ha lasciato
il campo a un narratore attento ai particolari, alle piccole storie, alla
gente invece che alle idee. Ma così come nei suoi libri, diciamo così, maschili,
si coglieva una delicatezza, una passione, una profondità che non era del
suo sesso, allo stesso modo in quelli “femminili” c’è un’asciuttezza, un lirismo
virile e mai sdolcinato, una conoscenza dei lati oscuri del vivere che proviene
da un altro genere. Gallese di nascita, Jan Morris ha una “dacha” in una località
del Galles dal nome impronunciabile.
Una volta scritto Conundrum non è più tornata su questa sua doppia
vita. È disponibile, con moderazione ormai, data l’età e la noia per chi si
sottopone a questi rituali, a parlare dei suoi libri, non di se stessa. E
probabilmente ha ragione lei. L’essere nata in una regione di bardi, maghi,
leggende, premonizioni l’ha in un certo senso aiutata nella “cerca” della
propria identità. Ne ha colto l’aspetto sacrale, misterico, eroico, se si
vuole, le ha permesso di sublimare una materia spesso corriva e a volte tragicamente
ridicola. Ne ha fatto un qualcosa di spirituale, di fortemente umano quanto
a volontà, di potentemente divino quanto a desiderio.
È riuscita a vivere compiutamente., fallibilmente, com’è nelle cose di noi
tutti, ma felicemente, due volte.
A essere due distinte persone. Ne può essere orgogliosa.




Jan Morris




Jan Morris

Paul Theroux